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Acqua torbida e isole di calore: l’impatto ambientale dei data center è il prezzo nascosto della corsa all’IA

Dopo la denuncia della deputata americana Alexandria Ocasio-Cortez che ha mostrato un campione d’acqua del rubinetto intorpidito dall’attività di un data center in Georgia (USA), cresce tra la popolazione il timore per il boom incontrollato degli impianti che alimentano l’IA. Tra “furti” idrici, bollette alle stelle e il rischio di nuove isole di calore, gli studi alimentano i dubbi sul reale impatto ambientale e climatico della nuova rivoluzione tecnologica.
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La corsa all'intelligenza artificiale sta rivoluzionando il nostro modo di lavorare, informarci e persino di vivere il nostro quotidiano. Dietro chatbot, immagini generate in pochi secondi e modelli sempre più sofisticati c'è però una rete di infrastrutture che alimentano il loro funzionamento e hanno sempre più fame di energia. Sono i data center, gli impianti che ospitano i server e tutti i sistemi necessari al funzionamento dell'IA. Negli ultimi anni sono spuntate come funghi in tutto il mondo (Italia compresa), sospinte dalla crescente domanda di potenza di calcolo. Ma mentre il settore tecnologico continua a investire, nelle comunità che si trovano a vivere accanto a queste strutture iniziano ad aumentare dubbi e preoccupazioni per il loro impatto ambientale oltre che per le conseguenze dirette sulla propria qualità di vita.

L'ultimo, e forse più eclatante, esempio è proprio di questi giorni e arriva dalla Georgia, negli Stati Uniti. Durante una recente seduta del Congresso, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha mostrato un barattolo pieno di acqua fangosa prelevata dai rubinetti delle abitazioni della contea rurale di Morgan, in Georgia. Secondo i residenti, il peggioramento della qualità dell'acqua sarebbe iniziato dopo la costruzione di un gigantesco data center di Meta. Durante l'audizione, Ocasio-Cortez ha esibito il campione davanti a Jessica Kramer, responsabile delle risorse idriche dell'Environmental Protection Agency (EPA), chiedendo se l'agenzia incaricata della tutela ambientale intendesse avviare indagini sull'impatto dei data center sulla qualità e sulla disponibilità dell'acqua. Kramer ha promesso verifiche immediate, ma lo scontro ha riacceso il dibattito sul boom incontrollato di queste infrastrutture e sulla presunta eccessiva tolleranza delle autorità nei confronti dei possibili effetti ambientali legati alla loro espansione.

Il problema dei data center con il consumo d'acqua

Nella contea di Morgan molte famiglie dipendono da pozzi privati e comunitari alimentati dalle falde acquifere sotterranee. Dopo l'avvio dei lavori del centro di calcolo, però, l'acqua avrebbe iniziato a diventare torbida e inutilizzabile, costringendo numerosi residenti a farsi consegnare acqua potabile direttamente a casa. Al momento non esiste ancora una prova definitiva che colleghi il data center all'inquinamento delle falde, ma i sospetti si concentrano sulla nuova infrastruttura, anche perché l'area interessata è considerata centrale all'interno dei programmi di ricarica delle riserve idriche sotterranee.

Tra le ipotesi avanzate dagli esperti c'è quella di un abbassamento eccessivo della falda, causato da un consumo troppo intenso che avrebbe spinto le pompe ad attingere acqua dai livelli più profondi dei pozzi, dove si accumulano sedimenti e fango. Ed è proprio il fabbisogno idrico uno dei principali problemi legati ai data center moderni, che necessitano di enormi quantità di acqua per raffreddare server e processori destinati all'IA.

Non si tratta nemmeno di un episodio isolato. Sempre in Georgia, un altro grande progetto di data center della società Quality Technology Services (QTS) avrebbe consumato in poco più di un anno oltre 113 milioni di litri d'acqua senza nemmeno pagare una bolletta, provocando cali di pressione nella rete idrica della contea di Fayette. Uno degli allacciamenti sarebbe stato addirittura installato senza autorizzazione.

Energia, rumore e bollette alle stelle

Le contestazioni delle persone che si trovano ad abitare vicino a un data center non riguardano soltanto l'acqua. In molte aree degli Stati Uniti le comunità locali denunciano da tempo il rumore costante generato dagli impianti di raffreddamento e dai generatori di emergenza. È però soprattutto il timore che la vorace domanda energetica dei data center possa aumentare i costi dell'energia e mettere sotto pressione le reti cittadine a preoccupare i residenti. Negli ultimi mesi il New York Times ha dedicato diversi articoli alla questione, osservando come il boom dei data center stia comportando l'aumento dei costi praticamente per qualsiasi attività produttiva.

Il problema è però destinato ad aumentare insieme all'espansione dell'intelligenza artificiale. Ogni nuovo modello richiede infatti enormi capacità di elaborazione e quindi nuovi server, nuovi edifici e nuovi sistemi di raffreddamento. Secondo diverse stime, nei prossimi anni i data center cresceranno a ritmi vertiginosi in tutto il mondo per sostenere la domanda di IA generativa. Ogni tanto qualche cittadino determinato riesce a opporsi – come nel caso di una famiglia del Kentucky che ha detto no a un'offerta milionaria pur di non cedere la propria fattoria – ma questa corsa forsennata non sembra destinata a esaurirsi in tempi brevi.

Gli studi e l'impatto sul clima: il rischio di nuove "isole di calore"

A preoccupare ora è anche l'impatto climatico diretto di queste strutture. Uno studio pubblicato sul Journal of Engineering for Sustainable Buildings and Cities ha analizzato due grandi data center in Arizona, scoprendo che le temperature dell'aria nelle aree circostanti potevano risultare fino a 2°C più elevate rispetto alle zone limitrofe.

Secondo il coordinatore della ricerca, David Sailor dell'Arizona State University, il calore prodotto da un singolo grande data center può superare quello emesso da 40 mila abitazioni. I sistemi di raffreddamento scaricano infatti enormi quantità di aria calda, creando delle correnti di calore che si spostano verso le aree urbane circostanti. In centri urbani già esposti a temperature estreme, come le città di Mesa o Chandler prese in esame dalla ricerca, anche un aumento di uno o due gradi può tradursi in maggiori rischi sanitari, consumi energetici più elevati e peggioramento dell'effetto "isola di calore urbana".

Questi risultati sembrano confermare le conclusioni preliminari di un altro studio coordinato dal ricercatore italiano Andrea Marinoni del gruppo di Osservazione della Terra dell'Università di Cambridge, secondo cui i data center starebbero contribuendo a rendere decisamente più calde le aree circostanti, con effetti potenziali su centinaia di milioni di persone.

La promessa dell'intelligenza artificiale, insomma, rischia di avere un prezzo ambientale molto più alto del previsto. La domanda sorge quindi spontanea: chi pagherà davvero il costo ecologico della rivoluzione dell'IA? Il timore è che potremmo scoprirlo molto presto.

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