Più data center che campanili, in Italia esplodono le richieste per costruire i centri IA: analisi dell’impatto

L'intelligenza artificiale sta ridisegnando il volto del nostro mondo, ma dietro i chatbot e i modelli generativi che ci semplificano la vita si cela un'infrastruttura fisica gigantesca che alimenta e rende possibile la potenza di calcolo dei nuovi modelli. Stiamo parlando ovviamente dei data center, gli impianti che ospitano i server e i macchinari necessari a far funzionare l'IA. Negli Stati Uniti il fenomeno è già esploso. Secondo il Financial Times, solo nel 2026, le grandi compagnie Tech (Google, Amazon, Meta e Microsoft) dovrebbero investire complessivamente oltre mille miliardi di dollari per espandere le proprie capacità legate all'IA. Una corsa che promette innovazione e crescita economica, ma che sta anche alimentando un acceso dibattito sugli effetti ambientali e sociali di queste strutture che consumano acqua, occupano suolo e fanno schizzare alle stelle i prezzi dell'elettricità.
Anche l'Italia sta naturalmente vivendo una rapida espansione del settore. Secondo l'Osservatorio Digitale Data Center del Politecnico di Milano, nel nostro Paese verranno investiti 25 miliardi di euro per la realizzazione e la gestione di nuovi data center, molti dei quali commissionati da operatori internazionali. Si tratta dunque di un settore fortemente strategico per attirare nuovi capitali e, idealmente, porre le basi per una maggiore autonomia digitale. L'esempio americano, dove le proteste delle comunità sono ormai all'ordine del giorno, ci mostra però come la diffusione di questi impianti non sia affatto a impatto zero e richieda un'attente programmazione per non rischiare di arrecare danni irreparabili all'ambiente e alle stesse tasche dei contribuenti.
Cosa sono i data center e come funzionano
Prima di tutto è bene chiarire di cosa stiamo parlando. Un data center è una struttura che ospita i server, o sistemi di archiviazione, gli apparati di rete e tutte le tecnologie necessarie per elaborare, conservare e distribuire dati. Ogni ricerca online, transazione bancaria, video in streaming o richiesta a un sistema di intelligenza artificiale passa attraverso questi centri. I data center dedicati all'IA condividono molte caratteristiche con quelli tradizionali, ma devono gestire una potenza di calcolo enormemente superiore. Per questo ospitano un hardware specializzato e sistemi di raffreddamento particolarmente sofisticati.
Non tutti i data center sono uguali. I più grandi vengono definiti "hyperscale", strutture che possono contenere oltre 5.000 server e occupare almeno 900 metri quadrati. Sono progettati per gestire enormi volumi di dati e vengono utilizzati dai colossi come Amazon, Microsoft e Google Cloud. Ci sono poi i data center di colocation, nei quali un operatore mette a disposizione spazi e infrastrutture che vengono affittati ad altre aziende. Un'altra tipologia in crescita è quella gli edge data center, strutture più piccole e distribuite sul territorio, progettate per avvicinare l'elaborazione dei dati agli utenti e ridurre i tempi di risposta.
Le maggiori preoccupazioni: acqua, energia e territorio
Arriviamo quindi al cuore dei problemi – o delle sfide, se vogliamo adottare un approccio propositivo – che presto anche l'Italia si troverà ad affrontare. Quando si parla di data center, l'aggettivo che ricorre maggiormente è "energivoro". I server devono restare operativi ventiquattr'ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Oltre all'alimentazione delle macchine servono poi sistemi di sicurezza, continuità elettrica, protezione antincendio e soprattutto, impianti di raffreddamento efficienti. Proprio questa voce rappresenta uno dei punti più critici. Per evitare il surriscaldamento delle apparecchiature, molti impianti consumano milioni di litri d'acqua ogni anno. Secondo un recente studio delle Nazioni Unite, nel 2025 i data center di tutto il pianeta hanno consumato circa 448 terawattora (TWh) di elettricità. Se fossero uno Stato, hanno spiegato i relatori, sarebbero l'undicesimo maggiore consumatore di energia al mondo. Entro il 2030 il consumo potrebbe arrivare a 945 TWh, trainato soprattutto dall'espansione dell'intelligenza artificiale. Oltre agli elevati consumi idrici, i data center producono anche enormi quantità di calore. Alcuni studi hanno rilevato incrementi della temperatura locale fino a 2 gradi centigradi nelle aree circostanti. Un aspetto per nulla trascurabile in un mondo che sta diventando sempre più caldo per gli effetti del climate change.
C'è poi il tema della rete elettrica. Negli Stati Uniti – che essendo il Paese occidentale dove il fenomeno è cominciato rappresenta una specie di osservatorio per le altre nazioni – le comunità dove sono sorti i nuovi data center hanno visto lievitare i costi per le bollette elettriche . Secondo quanto scrive il New York Times, negli USA la tariffa elettrica media per i residenti è aumentata di oltre il 30% dal 2020, dopo anni di un sostanziale stallo. Il motivo? L'aumento della richiesta di energia fa aumentare i prezzi di erogazione per l'intero territorio. Non solo. Per far fronte al nuovo fabbisogno di elettricità, spesso chi gestisce le reti deve potenziare tutta l'infrastruttura, spalmando i costi su tutti i cittadini.
Quest'ultimo punto riguarda da vicino il nostro caso. In Italia la capacità installata dei data center è oggi pari a circa 600 megawatt, ma secondo il recente documento Data center e futuro: la sfida energetica che accende l'Italia, le richieste di connessione presentate a Terna, l'azienda che gestisce la trasmissione, sono già superiori ai 50 gigawatt. Numeri che alimentano dubbi sulla capacità dell'infrastruttura nazionale di sostenere una crescita tanto rapida, soprattutto senza un adeguato nodo normativo.
Cosa dicono le leggi italiane sui Data Center
Ecco, le leggi. Nel 2024 l'Unione Europea si è già dotata di un regolamento che fissa i principi da rispettare e che, almeno sulla carta, dovrebbe impedire il Far West cui stiamo assistendo dall'altra parte dell'Oceano. Queste indicazioni vanno però tradotte dai singoli Paesi in norme precise che riducano il più possibili i margini d'incertezza. Su questo fronte, in Italia finore si è parlato molto ma si è fatto poco, almeno a livello nazionale. E sì che il nostro Paese non è stato a guardare per quanto riguarda l'accelerata sui data center. Secondo Data Center Map, nel Paese sono attualmente presenti 251 data center e molti altri sono in fase di progettazione. La Lombardia è l'epicentro di questa crescita: qui si concentra oltre il 60% delle richieste di autorizzazione per nuovi impianti, grazie alla disponibilità di acqua, al basso rischio sismico e alla presenza di importanti infrastrutture. Non a caso, il 26 maggio scorso Regione Lombardia ha approvato la prima legge italiana dedicata ai data center.

La normativa lombarda punta a favorire l'utilizzo di energia a basse emissioni, promuove il recupero del calore prodotto dagli impianti per il teleriscaldamento e incentiva sistemi di raffreddamento che non incidano sulle risorse idriche destinate ad acquedotti e agricoltura. La legge vieta anche la pratica di utilizzare acqua potabile per il raffreddamento dei server. Questo dovrebbe scongiurare casi come quelli denunciati dalla deputata Alexandria Ocasio-Cortez, che nel corso di una seduta del Congresso ha recentemente accusato un data center di Meta in Georgia di aver contribuito al degrado della rete idrica locale, mostrando ai colleghi barattoli riempiti con acqua torbida e ricca di sedimenti sgorgata dai rubinetti delle abitazioni dei residenti. Resta però assente una disciplina nazionale organica, con il rischio di creare un mosaico di regole diverse da territorio a territorio.