Cosa dice chi protesta contro i data center

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Siamo stati alla manifestazione di Rho, comune alle porte di Milano, dove i cittadini hanno protestato contro la costruzione di nuovi data center. Abbiamo raccolto le loro parole per raccontare un fenomeno che nei prossimi anni sarà sempre più importante per lo sviluppo socio-economico del nostro Paese.

Sabato 3 ottobre, un corteo composto da centinaia di persone ha sfilato per le vie di Rho, comune dell'area nord-ovest della città metropolitana di Milano, per protestare contro la costruzione di un data center che potrà raggiungere un'estensione massima di 25.000 metri quadrati. L'evento è stato promosso da comitati, associazioni, collettivi e realtà politiche e sociali del territorio e dell’area milanese. Al di là delle questioni locali, il corteo ha rappresentato una delle prime manifestazioni di malcontento esplicito nei confronti di infrastrutture che da mesi sono al centro di un acceso dibattito circa il consumo di suolo, l'impatto ambientale, il fabbisogno energetico, nonché tutte le ricadute sul territorio e sulla qualità della vita dei cittadini. Ci siamo stati anche noi per comprendere meglio preoccupazioni e timori dei cittadini.

Milano circondata da data center: la protesta dei cittadini

I data center sono infrastrutture che ospitano server e apparecchiature informatiche necessarie a conservare, elaborare e distribuire enormi quantità di dati. Sono alla base di molti dei servizi digitali utilizzati ogni giorno, dai social network allo streaming, dai servizi cloud alle piattaforme aziendali, fino ai più recenti modelli di intelligenza artificiale. Anzi, proprio la crescente domanda di energia e risorse legate al boom dell'IA ha reso l'Italia uno dei Paesi più attrattivi per la costruzione di nuovi impianti. L'Osservatorio Digitale del Politecnico di Milano ha calcolato per il  prossimo triennio un movimento complessivo di investimenti pari a circa 25 miliardi di euro. La presenza dei data center sul territorio richiede però infrastrutture, energia e sistemi di raffreddamento. Tutti elementi che alimentano il dibattito quando questi impianti vengono progettati in aree densamente urbanizzate o in territori già interessati da altri insediamenti.

È il caso dell'area intorno a Milano. Qui si contano già 33 data center attivi, con altri 10 sono in fase di realizzazione e una ventina circa in via di valutazione. Nella sola Rho sono invece ben tre i data center attualmente in progetto. Il più grande sorgerà nell'ex area Nilit-Radici, al centro della protesta. Allargando lo sguardo ai comuni del Rhodense, i nuovi progetti arriverebbero a otto nel raggio di circa cinque chilometri. La richiesta portata in piazza è quindi quella di una "moratoria immediata" su qualsiasi nuova autorizzazione per la costruzione di data center a Rho e zone limitrofe e del "blocco totale dei progetti in corso". Rho però non è un caso isolato. In tutto l'hinterland milanese sono già decine i comitati cittadini che hanno dato vita a una grande rete di incontri, collaborazioni e scambi d'informazioni per opporsi alla costruzione di nuovi centri dati.

Le voci dal corteo

La manifestazione è stata organizzata da diverse organizzazioni locali, tra cui il centro sociale SOS Fornace, una delle voci più attive nella mobilitazione contro i nuovi data center. "Non ci sono ricadute positive per il territorio di questi ecomostri dal rilevante impatto ambientale", ha tuonato il collettivo su Instagram nei giorni precedenti alla manifestazione. "Dal calore generato al rumore, dalle emissioni di gas di scarico fino allo stoccaggio di grandi quantità di carburante, passando per lo stress causato dagli enormi consumi alla rete energetica locale (già soggetta a continui blackout), sono molte le criticità che minacciano direttamente la salute e la qualità della vita della comunità".

Anche Jessica, 52 anni, è molto preoccupata per il suo territorio. "Abito qui da poco, ma in un territorio dove già si fatica a costruire una realtà verde e vivibile, costruire ben tre data center in pochi chilometri mi sembra molto preoccupante, soprattutto perché non sappiamo ancora che impatto ci sarà sulla rete idrica ed energetica", ha raccontato a Fanpage.it-

Preoccupazioni simili per Samuele, 20 anni, che ha scelto di partecipare perché, da abitante di Rho, teme che l'arrivo di un data center possa portare un forte elemento di disturbo della cittadinanza. "Credo che costruire un data center così vicino alle case possa essere un problema", ci ha spiegato. "La preoccupazione più grande è senza dubbio l'inquinamento acustico, visto che gli impianti hanno bisogno di motori accesi h24 che producono molto rumore. Poi questa è una zona di campagna e anche la fauna può risentirne".

Oltre all'aspetto ambientale, molti lamentano una scarsa comunicazione e collaborazione tra istituzioni, aziende e i cittadini che poi si troveranno tutti i giorni a fare i conti con queste nuove infrastrutture sul territorio. "Non tollero l'idea che progetti di questi tipi vengano calati dall'alto, senza coinvolgere seriamente la comunità", ci ha raccontato Irene, 52 anni, che è venuta alla manifestazione insieme alla figlia. "Si tratta di un diritto violato, anche perché queste nuove costruzioni avranno probabilmente un impatto sul valore delle case che si vedranno sorgere davanti alle finestre questi colossali cubi di cemento".

Anche Giulia, 26 anni, protesta contro le modalità con cui molti Comuni stanno inserendo i data center all'interno del contesto urbano. "Se il singolo cittadino non si informa in modo autonomo, nessuno sta spiegando adeguatamente cosa sono questi data center, come funzioneranno e che impatto avranno. Continuano a costruire questi eco-mostri giganti senza nemmeno dirci perché".

Questi timori non sono condivisi però solamente dalle comunità di Rho e zone vicine. Al corteo hanno partecipato molte persone provenienti da altri Comuni del Milanese che stanno vivendo le medesime situazioni. Qualcuno, come Federico, 70, è venuto da Alessandria, in Piemonte. "Sono un agricoltore ormai in pensione e sono uno di quelli che vive in prima persona gli effetti dei cambiamenti climatici. Ritengo il data center uno dei simboli di tutto ciò che ci ha portato a questa situazione. Temo un consumo insostenibile dell'acqua e dell'energia". Per Federico però il problema non si limita ai singoli impianti su cui si stanno scatenando le proteste. "Trovo pericolosa questa cultura imposta dall'alto e la stessa intelligenza artificiale. Ho paura che serva solo ai super-ricchi, con ben pochi benefici per le persone comuni".

Di data center si parlerà sempre di più

Siamo solo all'inizio di una fase di transizione che nei prossimi mesi e anni assumerà contorni sempre più rilevanti. Se infatti negli Stati Uniti la lotta ai data center è già un tema – capace perfino di far litigare i fedelissimi di Trump con l'universo MAGA – in Italia soltanto ora si sta cominciando ad affrontare seriamente il fenomeno. Come abbiamo visto, molti cittadini, soprattutto lombardi, temono che la comparsa di questi centri porterà più rumore nei centri abitati, isole di calore e anche un certo rincaro sulle bollette della corrente elettrica. Su questo punto ci siamo rivolti direttamente ad ARERA, l'istituzione che regola e controlla i mercati dell'energia. Vi lasciamo qui l'articolo.

La situazione è però troppo complessa per essere ridotta a una lotta tra buoni e cattivi. I data center sono infatti strutture fortemente strategiche per la competitività del Paese e le leggi italiane ed europee sono ben più stringenti in fatto di ambiente e consumo di suolo rispetto alle normative d'oltreoceano. In un'intervista rilasciata a Fanpage.it lo scorso luglio, il presidente dell'Italian Data Center Association (IDA) Luca Beltramino ha per esempio spiegato come il grosso problema che gli USA stanno vivendo con lo smisurato consumo d'acqua causato dagli impianti di raffreddamento non sia replicabile nel contesto europeo sia per questioni di regole, sia perché i nuovi data center sfruttano tecnologie di raffreddamento interno che abbattono i consumi idrici.

Certo, la mancanza di una legge nazionale che regolamenti ogni aspetto del settore (per ora ci sono solo poche leggi regionali, con la Lombardia apripista) lascia ancora parecchie zone grigie che possono rappresentare un rischio sia per gli investitori che per i territori che si troveranno a gestire questi nuovi impianti. La partita è appena iniziata e c'è ancora tempo per cavalcare le opportunità e ridurre le naturali controindicazioni. Ora però la palla deve passare necessariamente anche alle istituzioni.

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