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OPINIONI

Vertice Putin-Xi a Pechino: “Insieme per un nuovo ordine globale, ma nessuna svolta sul gasdotto”

Dal vertice Cina-Russia arriva una dichiarazione contro la “legge della giungla” internazionale, ma Pechino non sblocca Forza della Siberia 2 e resta prudente verso Mosca. “Dichiarazioni importanti sul nuovo ordine mondiale, ma niente di nuovo”, dice a Fanpage.it un membro della delegazione russa.
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Manca quello che stava più a cuore alla Russia, tra gli accordi firmati a Pechino da Vladimir Putin con Xi Jinping: niente di nuovo sul gasdotto “Forza della Siberia 2”. La circostanza mostra una volta di più come la Cina stia tenendo i piedi in due staffe. Se ha bisogno di Mosca per avere un sostegno politico di peso nella comunità internazionale e per la sicurezza energetica, non vuole certo legarsi mani e piedi agli approvvigionamenti di gas russi. Preferisce differenziare. È in Occidente che si compie la sua vocazione commerciale. A cui oggi si sovrappone la visione di un mondo modellato da due superpotenze: Cina e USA. In questa nuova governance idealizzzata da Xi, la Russia ha il ruolo di una media potenza con proiezione regionale. Piaccia a Putin o meno.

La forza del gas siberiano

“Sul nuovo gasdotto, al momento nessuna novità”, dice a Fanpage.it da Pechino Alexey Maslov, componente della delegazione russa al vertice Putin-Xi. Solo "un’intesa sui maggiori parametri del progetto”. Nessun dettaglio. Non una parola sui tempi. Parliamo con Maslov subito dopo la cerimonia in cui sono stati firmati altri accordi. “Ma, a margine, di ‘Forza della Siberia 2’ se ne sta ancora parlando”, spiega.

Il gasdotto dovrebbe trasportare fino a 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno dai giacimenti russi di Yamal alla Cina attraverso la Mongolia, coprendo circa il 12% del consumo cinese stimato. Dopo anni di stallo dovuti a divergenze sul prezzo e un memorandum d’intesa siglato nel 2025, nei giorni scorsi Gazprom e China National Petroleum Corporation hanno siglato un accordo preliminare, hanno riferito alcuni media.

Con l’economia russa in contrazione nel primo trimestre e le sanzioni occidentali – anche se l’America di Trump ha rinnovato la moratoria sul greggio già sulle navi -, il progetto assume un’importanza strategica crescente per Mosca. La Cina è il principale partner commerciale della Russia e il maggiore acquirente di petrolio e gas. Non che a Mosca l’idea piaccia a tutti. Significherebbe l’inchino definitivo a Pechino, che diventerebbe lo sbocco obbligato degli idrocarburi siberiani. Ma che, avendo molte altre fonti di approvvigionamento, imporrebbe prezzi stracciati. Oltre ad avere una leva ancora più potente su ogni decisione del Cremlino.

I venti documenti, firmati mentre la Cina sul gasdotto si prende ancora tempo, comprendono accordi in materia di cooperazione commerciale e tecnologica, energia, innovazione, cooperazione nel settore dei media e dell'informazione e cooperazione in materia di protezione della proprietà intellettuale.

“Legge della giungla” e belve feroci

“Il vertice è andato come la Russia si aspettava”, commenta Maslov. La cosa più importante, secondo il sinologo e diplomatico moscovita, è la dichiarazione congiunta dei due leader, in cui “viene ribadita la comune ambizione a un mondo multipolare nell’ambito di un nuovo ordine globale, e contro quella che XI e Putin hanno definito la ‘legge della giungla’ che attualmente prevale nelle relazioni internazionali”. Un riferimento nemmeno tanto implicito alle azioni di Donald Trump e alla guerra in Medio Oriente. In realtà, il lungo documento diffuso dopo i colloqui tra i due presidenti punta a rafforzare le relazioni bilaterali, ma non introduce svolte significative, limitandosi in gran parte a ribadire posizioni già note.

Sul nodo delle forniture energetiche russe, Putin e Xi si impegnano a intensificare la cooperazione. Quanto all’Ucraina, Mosca e Pechino affermano la necessità di affrontare le “cause profonde” del conflitto, riprendendo una formula tipica della narrativa del Cremlino, ma ribadiscono anche il rispetto dello Statuto dell’ONU, segnale della cautela cinese nell’offrire un sostegno esplicito a una guerra in contrasto con il diritto internazionale.

È il caso di ricordare che la Russia lo ha violato invadendo l’Ucraina, e che il suo presidente è ricercato per crimini di guerra su disposizione della Corte penale internazionale. E la Cina, secondo l’ONU e le principali organizzazioni per i diritti umani, lo viola con la repressione degli uiguri nello Xinjiang, le restrizioni delle libertà civili a Hong Kong, la repressione del dissenso politico e i limiti alla libertà di espressione e religiosa. Nella giungla, le belve feroci sono un po’ dappertutto e – si sa – hanno scarsa cultura giuridica.

Non è un’alleanza

I giornali russi nel giorno del summit scrivono che Xi “ha accolto Putin come un alleato, mentre aveva accolto Donald Trump come un rivale”. In realtà, quella tra Cina e Russia non è un’alleanza, ma una partnership strategica flessibile. Resiste nel tempo nonostante ripetute previsioni di rottura anche perché Mosca e Pechino evitano di giudicare reciprocamente le rispettive politiche interne. E anche da alcuni particolari del ricevimento – pur sempre grandioso –  appare chiaro chi Xi consideri in grado di plasmare il futuro mondiale insieme alla Cina: Trump è stato accolto alla scaletta dell’Air Force One dal vicepresidente Han Zheng, Putin dal ministro degli Esteri Wang Yi, più influente politicamente ma inferiore in termini di prestigio gerarchico formale.

Il fatto è che – come ci diceva nei giorni scorsi lo stesso Maslov – sia Cina che Russia ribadiscono l’impegno a creare un ordine mondiale multipolare, ma il loro concetto di multipolarità diverge: Pechino “parla di destino comune dell’umanità”, e ritiene possano forgiarlo “le due sole superpotenze: quella cinese e quella statunitense”. La Russia ha una portata regionale che si limita allo spazio ex-sovietico: “Una potenza media senza vere idee nuove”. Quel che è certo è che in questo scenario – sia che si riveli un asse tra tre potenze, sia che le potenze siano due e mezzo – una parte del mondo rimane a fare solo l’osservatore: l’Europa. La Cina non si fida. Poco pratico parlare con un blocco i cui membri hanno politiche anche contrastanti. La Russia la considera il suo peggior nemico. Mentre gli USA di Trump se ne distanziano a velocità da record transatlantico.

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Giornalista e broadcaster. Corrispondente da Mosca a mezzo servizio (L'Espresso, Lettera 43 e altri - prima di Fanpage). Quindici anni tra Londra e New York con Bloomberg News e Bloomberg Tv, che mi inviano a una serie infinita di G8, Consigli europei e Opec meeting, e mi fanno dirigere il servizio italiano. Da giovane studio la politica internazionale, poi mi occupo di mostri e della peggio nera per tivù e quotidiani locali toscani, mi auto-invio nella Bosnia in guerra e durante un periodo faccio un po' di tutto per l'Ansa di Firenze. Grande chitarrista jazz incompreso.
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