Umar Hayat condannato a morte in Pakistan: aveva ucciso la 17enne influencer Sana Yousaf che l’aveva rifiutato

Umar Hayat sarà condannato a morte per l’omicidio di Sana Yousaf, la 17enne influencer pakistana uccisa lo scorso anno nella sua abitazione dopo aver respinto le sue ripetute avances. È la decisione arrivata dal tribunale di Islamabad al termine di un caso che ha scosso profondamente l’opinione pubblica del Paese.
Il 2 giugno 2025, accecato da un’ossessione che non accettava rifiuti, Hayat si è introdotto con la forza nella casa della ragazza ad Islamabad. Una volta dentro, ha estratto una pistola e le ha sparato, uccidendola a sangue freddo. Sana aveva appena compiuto 18 anni.
Durante le indagini l’uomo, oggi 23enne, aveva confessato il delitto, raccontando di aver sviluppato una vera e propria fissazione per Sana dopo alcuni contatti online. Un sentimento sicuramente unilaterale. In seguito ha tentato di ritrattare, ma le prove raccolte – impronte digitali, tabulati telefonici, screenshot delle chat e le immagini delle telecamere di sorveglianza – hanno inchiodato ogni sua versione.
La sentenza di ieri, 19 maggio, è stata accolta con sollievo e dolore dalla famiglia. Il padre di Sana, Syed Yousaf Hassan, ha dichiarato con voce ferma: "Questa è una lezione per tutti i criminali che pensano di poter distruggere la vita di una ragazza". In aula, la madre non è riuscita a trattenere le lacrime.
Prima di quella tragica notte, Sana era una giovane brillante. Con oltre un milione di follower su TikTok e mezzo milione su Instagram, era amata per i suoi contenuti spensierati: provava vestiti, cantava e stava semplicemente con gli amici. Rappresentava per molti il desiderio di espressione di una generazione di giovani donne in un Paese che spesso reprime proprio quella libertà.
La sua morte ha però portato alla luce anche le ombre più cupe della società. Mentre migliaia di persone esprimevano sdegno per l’omicidio, una parte di utenti – prevalentemente uomini – ha scatenato una violenta campagna contro la vittima, criticando i suoi video e arrivando a sostenere che la famiglia avrebbe dovuto cancellare i suoi account perché "contribuiscono ai suoi peccati".
Una reazione definita "misogina e patriarcale" dall’attivista Farzana Bari e da Usama Khilji di Bolo Bhi, che ha sottolineato come i social media siano diventati "un luogo sempre più pericoloso per le donne creator" in Pakistan.