Ventuno anni fa morivano Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. L’ultima ipotesi giudiziaria fa riferimento a quella strage come a un attentato terroristico, realizzato ispirandosi alle azioni dei narcotrafficanti colombiani.

Il 23 maggio del 1992 – ventuno anni fa – un tratto dell’autostrada tra Palermo e l’aeroporto di Punta Raisi saltò in aria uccidendo il giudice Giovanni Falcone. Insieme a lui morirono la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Un tragico evento che sarà ricordato come la strage di Capaci. E dopo 21 anni, nelle ultime settimane, il giudice delle indagini preliminari di Caltanissetta Francesco Lauricella ha firmato otto nuovi arresti per nuovi indagati. Persone accusate di strage con l’aggravante dei fini terroristici. L’ideatore dell’attentato costato la vita a cinque persone fu, stando alle indagini, Totò Riina. E l’ultima ipotesi giudiziaria – riportata oggi dal Corriere – parla della strage che sconvolse Palermo e l’Italia intera come di un attentato terroristico ideato secondo gli schemi della vecchia “strategia della tensione” e realizzato ispirandosi alle azioni dei narcotrafficanti colombiani. Il magistrato ha ricordato – nel ricostruire quanto accaduto a Capaci – un’altra strage di poliziotti avvenuta nel 1990 a Medellìn: una strage che fu realizzata con “una potente autobomba esplosa al momento del passaggio di una pattuglia delle forze speciali antinarcotici”. In Colombia, nello stesso periodo, esplosero ben 18 bombe che provocarono oltre 100 persone tra morti e feriti.

Il ricordo di un attentato in Colombia – Furono degli avvenimenti clamorosi che, secondo il giudice, “ben poterono risvegliare nella mente pensante di Cosa nostra siciliana, ovvero in Totò Riina, l’idea di abbracciare la tecnica che del resto Costa nostra aveva già utilizzato”. Secondo il giudice Lauricella la strage costata la vita a Falcone e quella di Medellìn presentano varie analogie per cui “il ricordo dell’eco dei fatti colombiani deve ritenersi un probabile fattore scatenante del revirement riiniano e della più recente opzione per la tattica dell’esplosivo”. Riguardo i paragoni con le altre stragi italiane, il magistrato ritiene che Riina abbia attinto a quelle vicende per “instaurare una strategia della tensione in modo da sfoderare i muscoli della potenza mafiosa, così da porla in stretto rapporto di confronto con lo Stato”. Il giudice mette in luce una cosa nell’accostare il terrorismo mafioso a quello di matrice politica: “Mentre per il terrorismo il fine ultimo è quello dell'antistatalismo, al contrario per la mafia il fine ultimo è quello di uno statalismo di comodo. Sembra paradossale, ma la mafia, per potere operare, abbisogna di un apparato statale efficiente ma accondiscendente. La mafia, infatti, si giova dei meccanismi organizzativo-istituzionali efficienti, a patto però di poterli condizionare”.