E' ancora giallo sulla sorte di Silvia Romano, la cooperante italiana scomparsa dallo scorso 20 novembre in Kenya, dove era impegnata in un programma di aiuta insieme alla Onlus Africa Milele. Nella giornata di ieri, martedì 30 luglio, è cominciato il processo nei confronti degli unici due indiziati per il suo sequestro della giovane a Chakama, a 80 chilometri da Malindi. Il tribunale è stato allestito in una scuola elementare del villaggio in cui si sono perse le tracce della volontaria e dove i magistrati hanno portato i due membri della banda dei rapitori arrestati lo scorso 26 dicembre. Si tratta di Moses Luari Chende e Abdulla Gababa Wari.

Ma subito c'è stato un colpo di scena: uno dei due indiziati, Moses Luari Chende, come riporta TgCom24, è di fatto tornato libero, avendo pagato una cauzione equivalente a 25mila euro. Una cifra considerevole da queste parti, dove il salario medio sfiora i mille euro l'anno. La prima udienza si è svolta tra mille difficoltà, una su tutti la quasi impossibilità di tradurre swahili. I due accusati, riferisce l'Agi, avrebbero ammesso le loro responsabilità, avendo già collaborato con le autorità locali e rivelando informazioni considerate credibili. Sono stati loro a rendere noto che Silvia Romano fosse ancora viva a Natale e che sia stata poi ceduta a un'altra banda criminale, più organizzata e in grado di portare avanti le trattative sul riscatto.

Ma sulla sorte di Silvia è ancora mistero, mentre il processo è aggiornato al 31 agosto prossimo. Sono trascorsi 8 mesi da quando non si hanno più notizie della ragazza scomparsa. Era il 20 novembre 2018 quando se ne sono perse le tracce nel villaggio di Chakama, a 80 chilometri da Malindi, dove era impegnata in un programma di aiuti per la onlus marchigiana Africa Milele. E mentre continua il braccio di ferro tra Italia e Kenya, per scoprire finalmente la verità su dove sia finita la ragazza, aumentano i timori sulla sua sorte.