La nuova esplosione dell'epidemia di ebola in Congo ha portato il Rwanda a chiudere i confini, riaprendoli dopo 8 ore, nel pomeriggio. L’annuncio della misura, dato da un funzionario ruandese dopo il terzo contagio avvenuto a Goma, città commerciale al confine fra i due Stati, luogo di lavoro di molti cittadini, era arrivato questa mattina, a un anno esatto dall’inizio dell’epidemia. “Per decisione unilaterale delle autorità del Ruanda, i cittadini ruandesi non possono partire per Goma, mentre i congolesi possono lasciare la città ruandese di confine di Gisenyi ma è vietato entrarvi. Questa decisione pregiudica i congolesi ed espatriati che vivono a Gisenyi ma lavorano a Goma”, aveva commentato la presidenza congolese.

Al momento sono tre le vittime di ebola accertata a Goma, il secondo, un 40enne arrivato dalla provincia di Ituri a 350 chilometri di distanza, è deceduto il 31 luglio. La prima vittima, invece, era stata registrata il 15 luglio scorso. Il terzo caso di ebola riguarda la figlia dell'uomo morto ieri. Il timore è che il virus si propaghi nella metropoli di circa 2 milioni di abitanti, nonché nodo di passaggio tra il Congo, il Rwanda e l'Uganda.

Colpiti soprattutto i bambini

Dichiarata pochi giorni fa Emergenza Internazionale di Salute Pubblica, l'epidemia di Ebola in Congo, dal primo agosto del 2018 ad oggi ha fatto registrare quasi 2700 casi, di cui 1803 deceduti, un terzo dei quali bimbi. L’Unicef evidenzia come l’emergenza riguardi soprattutto i più piccoli. Settecento i bambini contagiati, più della metà dei quali (57%) sotto i 5 anni. “Una percentuale così alta di bambini colpiti durante un’epidemia di ebola è senza precedenti”, ha affermato Jerome Pfaffmann, senior health specialist dell’Unicef durante il press briefing del 30 luglio al Palazzo delle Nazioni a Ginevra. “Il giorno in cui ho lasciato la Repubblica democratica del Congo – ha aggiunto – sono stati segnalati altri 12 nuovi casi confermati. Cinque erano vivi e hanno potuto accedere alle cure, ma 7 sono morti nella comunità. Così non va bene. Avere questo numero di morti nelle comunità significa che non siamo più avanti rispetto all’epidemia”. E Medici senza frontiere denuncia: "la risposta internazionale non è ancora riuscita a contenere l'epidemia, nonostante la disponibilità di vaccini e terapie che nelle epidemie precedenti non c'erano o erano molto limitati".

Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia ha annunciato che saranno 170  i milioni di dollari impiegati per la crisi: 70 milioni per l’attività di controllo delle epidemie, 30 milioni di dollari per costruire le capacità delle comunità nelle aree a rischio, e altri 70 milioni di dollari per portare servizi essenziali.