Francesca Nardi rapita sulla Flotilla: “Senza vestiti e documenti, ci hanno puntato le armi e fatto inginocchiare”

Ha la stessa voce determinata con la quale era partita, Francesca Nardi, attivista a bordo della Global Sumud Flotilla e parte di Gaza Freestyle Festival. Anche lei, come gli altri 23 italiani a bordo delle imbarcazioni intercettate dalla marina israeliana nella notte tra il 29 e il 30 aprile, è stata sequestrata in acque internazionali e detenuta illegalmente per circa trenta ore.
L'abbiamo intervistata mentre si trova ancora a Creta, dove è stata deportata da Israele.
Cosa è successo la notte in cui siete stati intercettati, abbordati e rapiti dalla marina militare israeliana?
Allora, la mia esperienza è quella relativa alla barca Holy Blue, che è stata una delle ultime intercettate, in realtà l'ultima in assoluto. Su 185 prigionieri, io ero la 183esima, come indicato dal numero di braccialetti che ci hanno dato.
Prima abbiamo realizzato che stavamo avendo dei problemi con il segnale radio e abbiamo iniziato a vedere alcune delle barche man mano sparire dagli strumenti con cui tenevamo conto di tutte le barche della flotta. Nonostante questi fossero già dei segnali evidenti di quello che stava accadendo, ci abbiamo messo un po' a rassegnarci a quello che stava avvenendo perché era veramente difficile immaginare che a oltre 500 miglia dalla Palestina, a praticamente 50 miglia dalla costa greca, quindi in Europa, dopo tre giorni di navigazione, stessimo subendo un'intercettazione da parte dell'Idf (Israel Defense Forces).
A un certo punto ci ha avvicinato un gommone di vedetta con dei militari a bordo con delle torce che ci hanno illuminato e noi in maniera un po' confusa abbiamo pensato che potesse trattarsi della Guardia Costiera. Solo adesso abbiamo capito che quello era già l'esercito israeliano che stava prendendo cognizione di dove erano posizionate alcune delle barche per poi procedere con le intercettazioni. Sulla mia barca c'era Tony Lapiccirella, che ha già avuto esperienze dirette sia con questo tipo di intercettazioni, e che ad un certo punto ha riconosciuto la nave “galera galleggiante” che aveva già visto in missioni precedenti.
Quello è stato il momento in cui non abbiamo più avuto dubbi e abbiamo iniziato questa corsa pazza nella speranza di arrivare alle acque territoriali in tempo. A un certo punto siamo definitivamente stati intercettati, quella che è arrivata verso di noi è stata una navetta con a bordo dei militari armati che puntavano le armi verso di noi in maniera chiaramente intimidatoria. La prassi è molto conosciuta rispetto a come vanno questo tipo di intercettazioni: abbiamo subito tutta una serie di vessazioni psicologiche in lingua ovviamente non comprensibile, siamo stati fatti inginocchiare con le teste basse. Ci sono state molte richieste rispetto a chi avesse ruoli precisi sulla barca, come chi fosse il capitano o chi fosse l'organizzatore, informazioni che non abbiamo fornito. Dopo essere stati inginocchiati, ci hanno diviso in due gruppi diversi su due gommoni diversi.
Per quanto tempo è durato questo momento in cui vi hanno obbligati a stare inginocchiati?
È un po' difficile avere la cognizione del tempo materiale, era piena notte, pieno buio, io credo che sia andata avanti una cosa come una quarantina di minuti il tempo che abbiamo passato in barca con loro. Il tempo di prelevare i nostri passaporti, lasciarci inginocchiati per un bel po'. Qualcuno di noi a un certo punto ha alzato la testa per cercare di guardarsi negli occhi, e sono stati separati a prua e poppa. Ci hanno fatto perdere un po' di tempo verosimilmente per stressarci psicologicamente.
A quanta distanza dalle acque territoriali siete stati intercettati più o meno?
Eravamo a meno di 50 miglia dalla costa greca. Perché siamo stati l'ultima imbarcazione intercettata. Purtroppo il team legale sta cercando di capire l'esatto posizionamento dei diversi mezzi. Noi non siamo riusciti neanche a mandare il mayday perché non funzionava più nulla. So che il team legale sta facendo delle verifiche con alcune delle barche che invece hanno dichiarato di averlo mandato ma senza ricevere alcuna risposta. Non solo, a un certo punto abbiamo ricevuto una chiamata da una delle altre barche che abbiamo poi scoperto essere stata intercettata prima di noi. Quindi è verosimile che si trattasse di depistaggio per farci credere che altre barche fossero ancora libere.
Cosa è successo una volta che vi hanno portati a bordo della nave militare israeliana?
Siamo stati condotti a bordo con le teste basse e inginocchiati. Da lì sono stati rimossi tutta una serie di oggetti che potevamo avere addosso: collane, bracciali, usando dei coltelli in maniera abbastanza sprezzante e minacciosa. Poi siamo stati condotti in fila, ci hanno levato i documenti e i nostri vestiti, molti di noi sono rimasti in maglietta. Siamo stati portati dentro questa cella molto grande, a cielo aperto, con due container che era estremamente caldo di giorno e gelido di notte. Non ci è stato mai detto nulla né dove stessimo andando né se fossimo in stato di arresto. Non abbiamo firmato nessuna carta, né entrando né uscendo. Ma siamo convinti che in un certo senso quelle siano state ore effettive di detenzione.
Tony è stato mandato in isolamento subito. Oltre 60 persone hanno scelto di fare lo sciopero della fame come richiesta di vedere i compagni in isolamento e per avere assorbenti nella cella. Guardando attraverso uno spioncino nel container, abbiamo capito che inizialmente la direzione era Israele solo dopo abbiamo cambiato direzione. Quando ci hanno intimato di uscire dalla nave militare ci hanno solo detto che eravamo in un paese straniero, alcuni di noi si sono rifiutati non sapendo dove fossimo e cosa sarebbe successo ai compagni in isolamento, e in quel momento che sono stati violentemente picchiati dall’Idf.
Quanti soldati c'erano?
Credo di aver visto un numero minimo di 20 persone diverse. Tutti armati. Molti completamente bardati con visibili solamente gli occhi, per rendersi irriconoscibili e non identificabili.
A livello psicologico come stai tu e come state tutti voi?
Per me è stato utile non essere alle prime armi con i soldati dell'Idf, conoscendo alcuni dei meccanismi, come il fatto di non doversi assolutamente fidare di quello che ti viene detto. Quando insistevano che se avessimo continuato a protestare saremmo stati portati tutti in Israele, mi ripetevo che era una decisione che viaggiava su canali diversi e molto più grandi delle nostre forme di resistenza. Per molti era la primissima esperienza a contatto diretto con l'Idf ed è stato molto più duro. Vedere che la violenza aumentava man mano che le ore passavano è stato doloroso. Ci sono stati episodi di violenza assolutamente gratuiti, come un calcio ricevuto da Luca già durante l'abbordaggio senza alcun motivo. In generale è stata un'esperienza agghiacciante, ma dopo aver visto gli orrori che si sono consumati a Gaza e sapendo cosa succede ai palestinesi tutti i giorni, non possiamo permetterci di essere stupiti. La spettacolarizzazione del nostro dolore non è qualcosa di utile o importante in questo momento ma il dato dirimente, quello su cui ci dobbiamo concentrare più che su quello che è avvenuto ai danni nostri, è sicuramente e ancora una volta la Palestina. Il tema geopolitico è l'indicazione che ci dà quanto successo sull'andamento dell'espansionismo senza controllo di Israele oltre la regione e dell'Europa al collasso, con i suoi valori di libertà di cui ci riempiamo la bocca, che continuamente utilizziamo come strumento di soppressione delle libertà del resto del mondo, ma che di fatto hanno sempre meno significato reale.
Cosa hanno fatto alle imbarcazioni intercettate?
Tutti i motori sono stati danneggiati, è stato versato dello zucchero all'interno che li ha resi irrecuperabili. Le vele di tutte le barche sono state tagliate, da un lato probabilmente per vedere se ci fosse qualcosa all'interno, dall'altro come elemento di sfregio e disprezzo. Molte barche sono state poi abbandonate in mare. I nostri compagni che sono arrivati dopo hanno descritto un cimitero spettrale di barche alla deriva. La nostra barca è una di quelle da cui siamo persino riusciti a recuperare alcuni dei nostri oggetti. Sulla nostra sono stati tagliati i cavi del motore ma non è stato versato lo zucchero, quindi molto probabilmente riuscirà a rimettersi in marcia.
Secondo te questo abbordaggio è stato mirato? Volevano andare a prendere qualcuno?
Ci abbiamo riflettuto molto. La nostra idea è che uno dei motivi sia che gli israeliani puntavano a prendere Thiago e Saif, e avessero il timore che potessero abbandonare la missione prima di arrivare vicino a Gaza. Infatti loro sono stati deportati in Israele. Thiago è stato lasciato nella cella comune inizialmente per gestire la situazione, paradossalmente costretto ad aiutare i soldati a gestire la situazione folle di quasi 200 persone in questo unico container. Solo dopo è stato messo in isolamento, quando hanno cominciato a far uscire noi.
Cosa vi hanno detto i greci quando vi hanno trasbordato?
Hanno parlato molto poco. Il loro atteggiamento è stato comunque militaresco, non particolarmente fraterno. Tra noi c’era la chiara consapevolezza che quello che era avvenuto prevedeva una collaborazione delle autorità greche. I nostri legali stanno cercando di capire se la deportazione di Thiago e Seif sia avvenuta dentro acque territoriali greche, acque di competenza greche o acque internazionali. Molto probabilmente gli israeliani hanno provato a compiere tutte le operazioni illegali in acque internazionali, ma sono avvenute così vicino a Creta che è impossibile pensare che le autorità greche non fossero a conoscenza di ciò che stava succedendo. Inoltre è importante ricordare che sia Thiago che Seif sono stati prelevati da imbarcazioni battenti bandiera italiana, e quindi dove vigeva la giurisdizione italiana.
Quali sono adesso le vostre paure per Thiago Avila e Saif AbuKashek che sono adesso detenuti in Israele?
La paura è enorme. Senza di loro il mondo è un posto più pericoloso. Sono due militanti straordinari, di un’incredibile potenza e non stupisce se ad Israele facciano così paura. A noi fanno paura, però, le conseguenze a cui potrebbero andare in contro, Saif in particolare. Israele è un progetto psico-politico etnocratico per cui essere palestinese è un’aggravante incredibile agli occhi israeliani. Tutto ciò avviene in un paese dove è stata appena ripristinata la pena capitale per coloro che Israele considera “terroristi”, per cui è fondamentale avere Thiago e Seif liberi il prima possibile. Ma questo atto di intimidazione mi sembra anche una dimostrazione di debolezza di Israele: mobilitare un esercito per rapire dei civili disarmati in Europa.
"Il prezzo della libertà non è mai troppo alto", è una delle ultime cose che Seif ha chiesto di dire a suo figlio, ma il prezzo in questo momento è veramente alto. Saif e Thiago sono importantissimi per la missione, e sappiamo che sarebbero con noi se decidessimo di proseguire ma sappiamo anche di avere delle responsabilità nei loro confronti. La missione si sta riorganizzando e anche se la motivazione resta altissima, calibreremo con attenzione ogni passo.