C’era una volta una “forestra pietrificata”: una selva di centinaia di banche e banchette, una la copia dell’altra, cresciute a dismisura a livello di reti di sportelli, dipendenti e poltrone da consigliere di amministrazione. Una foresta legata a doppio filo alla politica locale e nazionale che prima la crisi finanziaria del 2008-2009, poi quella del credito sovrano scoppiata dal 2010 in Grecia, infine quella legata all’innovazione “disruptive” che non si è saputo o potuto cavalcare per tempo, hanno finito col radere al suolo o quasi.

Settore bancario: da mondo dorato a macerie fumanti

Delle macerie di quello che era un tempo il dorato mondo del credito italiano si stanno alzando dense colonne di fumo in questi giorni. Da un lato la banche che erano “più solide di quelle degli altri” si sono rivelate fragilissime e, non essendo riuscite ad ottenere una “bad bank sistemica” con cui scaricare sulla collettività il costo della crisi hanno finito col ricorrere a singoli aiuti di stato, pardon ricapitalizzazioni precauzionali, dopo che l’intervento del fondo Atlante da solo non è bastato, come ampiamente previsto, a mettere in sicurezza neppure le situazioni più delicate come Bpvi, Veneto Banca e Mps.

Il costo dei salvataggi chi lo paga?

Dall’altro questi interventi costano: su Bpvi-Veneto Banca il Tesoro rischia una fiche da 17 miliardi e deve sperare che Intesa Sanpaolo restituisca i 5 miliardi “anticipati” e che dei 12 miliardi di asset trasferiti a Sga (10 miliardi di sofferenze nette a fronte di un valore lordo di 18 miliardi e 2 miliardi di varie partecipazioni) si riesca a recuperare tra 1,5 e 3 miliardi. Anche così nel migliore dei casi l’esborso per i contribuenti italiani non sarà inferiore ai 4-5 miliardi, mentre il conto degli esuberi, finora centellinati, è destinato a crescere rapidamente nei prossimi anni (solo per Bpvi/Veneto Banca si parla di 3.872 esuberi e per Mps di ulteriori 5.500 esuberi netti che porteranno il totale per l’istituto senese a 12 mila nel decennio 2011-2021).

Aumentano i costi per la clientela

E i clienti? Evitano di perdere i propri depositi (in ogni caso assicurati sino a 100 mila euro per conto), ma sono chiamati a “contribuire” a loro volta. La “scusa” era del resto pronta su un piatto d’argento: le banche italiane sono sempre state storicamente poco redditizie, perché concentrate su attività come la gestione di incassi e pagamenti o la custodia del denaro, che non rendono molto. E con tassi mantenuti vicini a zero dalla Banca centrale europea hanno finito col guadagnare poco o niente anche da attività più lucrose come mutui e prestiti a lungo termine, non potendo peraltro spingere più di tanto l’acceleratore su attività a maggiore rischio come il leasing o il credito al consumo.

In 4 anni il costo dei conti correnti è salito del 16%

Aggiungete che per molto tempo le banche hanno rinunciato a sviluppare servizi di risparmio gestito a causa della “religione” delle economie di scala che ha portato molti gruppi a cedere tali attività piuttosto che ad investirvi (salvo magari ricredersi ex post). Morale: per far quadrare i conti niente di meglio che un bell’aumento generalizzato di costi e commissioni, no? E infatti rispetto al gennaio 2013, il costo medio annuo di un conto corrente per famiglie con operatività media al marzo 2017 mostra un incremento del 16% (da 115 a 134 euro l’anno) secondo l’Indicatore sintetico elaborato dal Corriere Economia sulla base dei dati di un panel formato da Mps, Intesa Sanpaolo, Bnl, Ubi Banca, Unicredit e Banco Bpm.

Deutsche Bank: recuperiamo parte dei contributi di sistema

Un incremento consistente visto che nello stesso periodo l’inflazione è salita solo del 2,8% complessivo. In alcuni casi la motivazione adottata è stata direttamente collegata ai costi “di sistema” per il salvataggio delle banche in crisi. Lo ha fatto Deutsche Bank, ad esempio, che dal primo luglio ha alzato di 24,32 euro l’anno il costo della tenuta dei conti correnti per privati in Italia spiegando di voler recuperare in parte i contributi versati per il salvataggio di istituti concorrenti in difficoltà. Il mese entrante sarà Intesa Sanpaolo a far scattare un rincaro che potrà arrivare fino a 120 euro all’anno sui conti Zerotondo (finora, appunto, a costo zero) e Facile, e comunque su tutti i conti accesi prima del 2015.

Una vera e propria patrimoniale sui depositi

Prima di loro si sono già mossi Ubi Banca, UniCredit e Banco Popolare (dal settembre dello scorso anno), sempre motivando la decisione col recupero dei contributi straordinari versati al Fondo Nazionale di Risoluzione per salvare le quattro “good bank” Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFe. La cosa è stata stigmatizzata dalle associazioni dei consumatori, che hanno parlato di “patrimoniale sui depositi”, ma nonostante il clamore nessuna banca è tornata sui propri passi. Così a pensar male si farà peccato, ma è quasi certo che questa volta ci si becca: gli italiani pagheranno il costo della crisi del credito una volta (se contribuenti), due volte (se anche correntisti) o forse persino tre volte (se bancari “esuberati”).