Sul Mes arriva anche il racconto dell’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Che ricorda, in un’intervista a Repubblica, come – a suo parere – fosse praticamente impossibile che i due vicepresidenti del Consiglio, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, non sapessero del risultato delle trattative. “Ricordo il giugno scorso, quando si definì l’accordo su una bozza di riforma del Mes da sottoporre al summit dei giorni successivi – racconta l’allora ministro dell’Economia –. Si trattava di tradurre in un testo definito l’accordo che era stato raggiunto nel dicembre precedente. Le trattative andarono avanti fino all’alba a Bruxelles perché il mandato era quello di non cedere su una questione non secondaria: alcuni Stati volevano che si prevedesse che le metodologie specifiche per valutare la sostenibilità dei debiti sovrani fossero rese pubbliche. Per noi era inaccettabile perché significherebbe aprire una corsa a valutazioni prospettiche anche fantasiose su un tema per noi di stretta competenza della Commissione che è un organo politico. Ci opponemmo e la spuntammo. Nelle prime ore del mattino mi arrivò la telefonata di Conte che si complimentò per il risultato raggiunto. Immagino che i due vicepresidenti del Consiglio fossero informati del buon risultato”.

Tria parla dell’interesse nazionale e risponde alle polemiche di questi giorni sul Mes: “Si dovrebbe capire in Italia, ma anche negli altri paesi, che l’interesse nazionale si difende mostrando che esso coincide con gli interessi dell’Europa e delle altre nazioni. Non è nell’interesse di nessuno né creare difficoltà alla gestione del debito in Italia, né ostacolare la gestione di una crisi bancaria in Germania. Gli effetti devastanti cadrebbero in ogni caso anche sugli altri paesi per le interdipendenze delle economie”. Secondo l’ex ministro dell’Economia, “la riforma del Mes non ci danneggia. Ed è meglio che ci sia il Mes piuttosto che non ci sia, anche se noi non abbiamo bisogno di essere salvati”.

Il rafforzamento del Mes, spiega ancora Tria, “nacque essenzialmente con l’idea di introdurre anche il cosiddetto backstop, cioè un paracadute per rafforzare la capacità di intervento sulle crisi bancarie con risorse aggiuntive da utilizzare quando quelle del Single resolution fund fossero terminate. Si trattava di una esigenza sostenuta da tutti”. Spiegando le due problematiche principali emerse durante quella discussione, l’ex ministro dell’Economia ricorda ancora: “Ci opponemmo ad entrambe queste richieste e la spuntammo perché si è affermata la ragionevolezza della nostra posizione, peraltro sostanzialmente condivisa anche dalla Commissione”.