Si prende il testo della canzone appena esce, prima che venga presentata. Si cercano le parole della canzone che non sono comprese nel Nuovo Vocabolario di Base della lingua italiana di Tullio De Mauro. In questo vocabolario troviamo lo scheletro quotidiano essenziale della nostra lingua (circa 7.000 parole): più parole della canzone non sono in questo vocabolario, meglio è. La canzone è fatta di testo e di musica, quindi si tratta di un'analisi parziale. Ma questo studio del testo riesce a raccontare qualcosa della ricercatezza di queste opere d'arte, su quanto sia incisivo, intelligente, profondo il pensiero che le regge. Queste erano le analisi del 2017 e del 2018.

[Nota di metodo: non ho comunque considerato come termini validi numeri, parole straniere, nomi propri e parenti particolarmente stretti di parole incluse nel Vocabolario (es: riscrivere da scrivere, complicità da complice, dolcemente da dolce). Insomma, ci dev'essere un'escursione sostanziale.]

Tendenzialmente il lessico di Sanremo è miserabile, e quest'anno non fa eccezione. 11 canzoni su 24 totalizzano il risultato di zero parole men che quotidiane. 7 su 24 riescono a uscirne con una sola parola. Solo sei canzoni includono alcune parole più ricercate, pensieri un po' meno cuore/amore. Comunque voglio far notare un uso diffuso e competente dei congiuntivi, e una predilezione speciale per la figura retorica della similitudine.

Non ne hanno mezza

  • Rolls Royce di Achille Lauro (una valanga di nomi ed espressioni straniere)
  • Aspetto che torni di Francesco Renga
  • Rose viola di Ghemon
  • Solo una canzone degli Ex-Otago
  • Mi farò trovare pronto di Nek
  • La ragazza con il cuore di latta di Irama (testo ciò nonostante coinvolgente, anche se è l'unico che possa vantare un errore di ortografia ‘affianco' invece di ‘a fianco'. ‘Affianco' è voce del verbo affiancare.)
  • Cosa ti aspetti da me di Loredana Bertè (forse il testo più povero di tutto Sanremo)
  • Un’altra luce di Nino D’Angelo e Livio Cori (dotato di inserti in napoletano, sono comunque inserti poverissimi rispetto alla ricchezza del dialetto)
  • Le nostre anime di notte di Anna Tatangelo
  • Mi sento bene di Arisa
  • L’ultimo ostacolo di Paola Turci
  • Un po’ come la vita di Patty Pravo con Briga
  • I tuoi particolari di Ultimo

Ne hanno mezza

  • Senza farlo apposta di Federica Carta e Shade: monosillabo. Ha una certa precisione che si fa sentire sull'efficacia dell'immagine.
  • Musica che resta di Il Volo: melodia. L'uso metaforico e a fondo verso le dà un certo peso.
  • Soldi di Mahmood: champagne. Una precisione un po' consumata, va detto. E per quanto sia un dato fuori considerazione, l'arabo smuove il testo.
  • Dov’è l’Italia di Motta: sfumare. L'immagine è davvero intensa.
  • Parole nuove di Einar: anestetizzare. Uso intelligente, con un mordente insolito. Il tempo che anestetizza il ricordo.

Ci siamo

  • Abbi cura di me di Simone Cristicchi: crisalidi, firmamento. Il testo è piuttosto ispirato, ricco di immagini rivolte, sorprendenti, e le due parole che escono dal perimetro del vocabolario di base hanno una ricercatezza poetica, senza essere astruse.
  • Nonno Hollywood di Enrico Nigiotti: colletto, idolo. La canzone vuole essere ruspante, ruspante è il ricordo di cui parla: le immagini sono semplici ma ben curate. I discostamenti dal vocabolario di base sono molto misurati e familiari.
  • Per un milione dei BoomDaBash: rilento, acquazzone, ecografia. A dispetto del tenore di fondo molto popolare (il richiamo costante al "nemmeno per un milione") c'è una cura puntuale nella scelta delle parole. Anche queste uscite dal vocabolario di base sono misurate, ma segnano un passo di ricercatezza.
  • Argento vivo di Daniele Silvestri: ricongiungere, domiciliari, sedato. L'immagine non è molto fresca, la comparazione fra scuola e prigione. Infatti i termini che esorbitano dal vocabolario di base sono quasi tecnicismi forensi, stretti su questo parallelismo con una certa ironia. Sono funzionali a questo, senza però un respiro ulteriore.

Le migliori

  • I ragazzi stanno bene dei Negrita: fortitudine, distorto, karma, ché. Si va perfino un po' troppo in là con quel ‘fortitudine', e si vede il fatto che la ricercatezza sia un po' sforzata, un po' accettata secondo le necessità metriche. Ma il testo ha una complessità concettuale alta e stimolante.
  • L’amore è una dittatura degli Zen Circus: attonito, rinfacciare, debellare, sussistere, imperativo, categorico. Qui invece parole ricercate, di quelle capaci di precisare il pensiero portandolo a fondo, di rendere esatte e affilate le immagini, sono usate con la disinvoltura di chi sa non farle notare. Sono usate utilmente e senza sbavature per dipingere un quadro di significato articolato ed esatto, di bella poesia. Come dovrebbe sempre essere.

Tante canzoni di questo Sanremo riprendono il filo del "se ci fossero le parole per", "se inventassero parole nuove". Oh, di parole ce ne sono tante. Perché chiedi un giocattolo nuovo se con quelli che ti hanno già comprato non giochi?