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Impostiamo il problema. Nella critica di una canzone, l'osservazione del lessico è solo una porzione dell'analisi del testo, che a sua volta è solo una porzione della canzone. Ma è una parte evidente, e molto eloquente: nella canzone concetti e pensieri sono veicolati solo dalle parole.

Ma come possiamo giudicare il lessico? Dire che una canzone ha un lessico povero è un'affermazione vaga, falsificabile, che lascia il tempo che trova. Si deve stabilire un parametro.
Tullio De Mauro, che è vivo e lotta insieme a noi, con  cura certosina ha raccolto (e continuato ad aggiornare fino al novembre scorso) un Vocabolario di base della lingua italiana: circa 7.000 lemmi che costituiscono il nocciolo delle parole statisticamente più ricorrenti nell'uso quotidiano dell'italiano. Grossomodo un ventesimo delle parole di cui dispone la nostra lingua, lo scheletro risicato dell'uso comune.

Ciò che faremo è vedere se, quante e quali parole presenti nei testi delle canzoni concorrenti al Festival di Sanremo 2017 non siano ricomprese in questo striminzito vocabolario. Cioè se, quante e quali parole siano minimamente ricercate (non auliche o poetiche: ricercate). Dopotutto la canzone è un'arte che si compone di musica e di parole, ed è importante rendersi conto se quest'arte, sul versante lessicale, manifesta la stessa potenza di lessico necessaria a fare la spesa.

Suggestione dantesca, procederemo dal peggio al meglio. E ci riferiremo solo alle canzoni, non agli autori – tranne che nei casi migliori.

Dove non c'è parola fuori del Vocabolario di base

Duole dirlo, ma queste canzoni hanno lo spessore lessicale di filastrocche per bambini. Fatte gareggiare come opere d'arte, non aggiungono mezzo concetto ai luoghi comuni più frusti e ridondati. Sono interamente composte da quel gruppo di parole sufficienti per le chiacchierare al bar. Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

Dove qualche parola si spinge oltre

Qui compaiono delle parole assenti nel Vocabolario di base: il tentativo c'è. Talvolta limitato o fallito, talvolta pregnante e vincente.

  • Nel mezzo di un applauso: il termine ‘spiraglio', con la sua finezza pulita e penetrante, chiarisce l'inclinazione poetica; e il termine ‘epicentro' vuole incoronarla con una metafora – ma la metafora è sbagliata, ahimè.
  • Fa talmente male: mercé un gioco di parole evidente già nel titolo (fa talmente/ fatalmente), qui il termine ‘fatale', addirittura aulico, impreziosisce il testo. Ma ancor di più fa ‘espiare', parola precisa, ricercata e di raffinatezza squisita.
  • Portami via: cita il termine ‘ostilità', astrazione dell'aggettivo ‘ostile' (invece compreso nel Vocabolario di base). Un sentimento non scontato, evocato da una parola che certo non si usa al mercato. Cita anche ‘ipocondria' – riferimento ormai popolare ma colto.
  • Il cielo non mi basta: salva per un'astrazione simile alla precedente. Ci parla di ‘complicità' invece che di ‘complice'.
  • Mani nelle mani: idem, ma più scricchiolante. Parla di ‘tormento' mentre nel Vocabolario di base c'è ‘tormentare'.
  • Togliamoci la voglia: si poteva anche mettere all'inferno, ma l'ha salvata il termine ‘promontorio', idealmente irrilevante, ma be', nel Vocabolario di base non c'è quindi formalmente va salvata.
  • Vedrai: stesso discorso. Ha usato ‘libeccio' quindi non si può mettere all'inferno, ma la povertà del lessico è un vero peccato.
  • Fatti bella per te: quell"ammetterai' scioglie il cappio a un testo che sarebbe morto strozzato. Sentite come dà sollievo un verbo di ampio respiro? E se invece di esserci una sola parola così in una canzone ce ne fossero di più?
  • Il diario degli errori: analogamente, ma con meno mordente, abbiamo una ‘parvenza' che ingentilisce il testo.

Si comincia a ragionare

  • Che sia benedetta: qui di termini ricercati Fiorella Mannoia ce ne propone tre. Il primo, di minor rilevanza, è ‘clessidra' – ma il fascino inconsueto di questo strumento aiuta a spostarsi dal luogo più comune. Gli altri due sono ‘incoerente' e ‘testarda': qualità esatte, che descrivono con precisione un'inclinazione specifica. Parole che, per essere usate e comprese, richiedono uno sforzo di pensiero (se non intenso) almeno organizzato. Parole che dicono qualcosa.
  • Vietato morire: questa canzone di Ermal Meta mi mette davanti al limite dell'analisi lessicale. Infatti le parole non sono monadi, e non contano soltanto prese da sé. Anche parole comuni, se mescolate con sapienza, possono significare molto. A parte l'uso del verbo ‘frantumare' – bella espressività, non era così difficile – è una delle pochissime canzoni in gara che riesce a proporre immagini callide, di bello smalto, che catturano e richiedono un moto di fantasia e di pensiero. Al contrario della massa concorrente che propone immagini viste mille volte che naturalmente si rispecchiano in parole povere e in luoghi comuni.
  • Occidentali's Karma: da un punto di vista lessicale, sicuramente è la canzone migliore di questo Sanremo. Francesco Gabbani qui non solo impiega una dovizia di parole non ricomprese nel Vocabolario di base, ma dimostra di saperci giocare. Non è un caso se è anche l'unica canzone a fare un uso centrale dell'ironia – potente meccanismo di ribaltamento che richiede una certa intelligenza nella manipolazione dei concetti.

«Abbiamo sempre fatto così!»

Questa riflessione sul lessico dei testi delle canzoni di Sanremo non deve suggerirci l'opzione di un fallace elitarismo. Una canzone, per essere bella, per essere un pezzo d'arte dignitoso, non deve essere lessicalmente difficile – e lo stesso vale per la poesia. Ma non può nemmeno essere composta solo di immagini e parole miserabili: se si usano coralmente sempre gli stessi termini e le stesse figure di pensiero si ha un problema di fantasia – compatibile forse con l'artigianato, non con l'arte.

Per la casse pubbliche il Festival di Sanremo è un investimento molto fruttuoso: molti denari vi vengono spesi, tanti tanti di più ne vengono guadagnati con sponsor e pubblicità. Ma il problema della competenza linguistica, su cui giustamente oggi viene puntato l'occhio di bue, costa invece allo Stato cifre incalcolabili.
E allora, in quello che è uno dei pochi eventi televisivi capaci di polarizzare l'attenzione di mezza nazione, e che per di più è in mano pubblica, davvero vogliamo celebrare l'arte di fare rimare i condizionali e di scrivere ovvietà sull'amore pazzo e perfetto? Vogliamo davvero investire su un modello artistico che non produce poesia, ma bare per la mente?

«Ma le canzoni di Sanremo sono sempre state così leggere».
Come scriveva la matematica Grace Murray Hopper, la frase più nociva della lingua è «Abbiamo sempre fatto così!»