Gennaro Ascione è un sociologo, un accademico che nel panorama a dir poco geriatrico del nostro sistema universitario può dirsi senza dubbio giovane (classe 1978), impegnato su diversi fronti (di ricerca, appunto, giornalistico e narrativo) a raccontare il "rapporto costitutivo tra scienza e modernità come grande narrazione", come recita la sua scheda personale sul sito dell'Università L'Orientale, dove insegna.

Con "Vendi Napoli e poi muori", edito da Magmata, ha deciso di lanciarsi nella scrittura di un romanzo dal genere ibrido, che mescola il fantascientifico al giallo, il realismo alla critica sociale e – ovviamente – alla sociologia, in cui si diverte a giocare (alla maniera con cui una tigre giocherebbe con una bambola di pezza, però) e corrodere alcuni, profondi stilemi napoletani, con incursioni in questioni che riguardano la contemporaneità e il suo farsi narrazione in qualsiasi luogo. A partire dallo sfondamento dei populismi per arrivare alla critica della figura dell'hipster, il dominatore incontrastato della nostra epoca.

Di cosa parla "Vendi Napoi e poi muori"

"Vendi Napoli e poi muori" è il racconto di una storia futuri possibili, in cui una rivoluzione fondata sulla radicalizzazione dell’identità napoletana ha reso la città autonoma politicamente ed economicamente. Ma nell’autunno del XXV anno della Rivoluzione, Napoli è sconvolta da una serie di omicidi. I fatti di sangue s’intrecciano con la scomparsa della napoletanità, avvenuta a causa di un singolare fenomeno: l’ecolalia causata dalla ripetizione compulsiva del termine “napoletanità”, abitudine che ha totalmente svuotato di significato il termine stesso, facendo svanire rapidamente i comportamenti ad esso associati. La scomparsa della napoletanità mette in crisi i meccanismi di mobilitazione dell’opinione pubblica, del consenso, della stigmatizzazione, così come pure quelli dell’esaltazione, dell’eccezionalismo e dell’appartenenza. A partire dalle assonanze tra il futuro possibile romanzato da Gennaro Ascione e il presente della città amministrata da Luigi de Magistris, ho posto qualche domanda allo studioso e scrittore.

L'altro giorno il sindaco di Napoli Luigi de Magistris ha proposto una "Napoli autonoma culturalmente ed economicamente", che possa addirittura stampare moneta. Proprio come nel suo romanzo. Qual è, tra le due, la narrazione più convincente?

Sicuramente quella del sindaco: se un bel giorno, preso dalla disperazione, mi affacciassi al balcone di Palazzo San Giacomo con indosso la fascia tricolore, e dichiarassi che Napoli è una città autonoma con una propria moneta, non passerebbero più di cinque minuti prima di ricevere un meritato TSO (Trattamento Sciocchezze Occasionali).

Una delle questioni aperte dal suo romanzo è, per così dire, quella "ecolalica": la reiterazione della parola napoletanità fino allo svuotamento totale di senso. Il che genera uno stato di crisi. Lei però oltre a essere uno scrittore è un sociologo. Il termine "napoletanità" ha mai significato qualcosa. E se sì, cosa?

Secondo l’enciclopedia Treccani si tratta de “L’insieme delle tradizioni, degli usi, delle qualità e degli atteggiamenti spirituali che costituiscono il patrimonio storico della città di Napoli e dei Napoletani”, ma il riferimento a queste specificità, per così dire antropologiche, mi lascia perplesso. Questa napoletanità resta sempre così vaga e indefinita da poter essere utilizzata di volta in volta sia per definire i lati positivi sia quelli negativi dei napoletani, ma la specificità culturale di cui molti di noi vanno fieri è una trappola: relega Napoli a un eterno stato di eccezione, per cui è legittimo che i napoletani non possano mai godere del lusso della normalità. Perciò il mio sogno è strappare quella pagina dall’enciclopedia; la rifiuto: esistono i napoletani ma non la napoletanità. Così come esistono troppi sociologi mentre non esiste la sociologia, del resto.

Una delle descrizioni più corrosive del romanzo è dedicato agli "hipster alla napoletana"… 

Nei periodi di recrudescenza della criminalità organizzata a Napoli, capita spesso che i media vadano a caccia della nota di costume. Un tempo ci si divertiva a sottolineare i nomi di «battaglia» dei criminali per colorare di folklore i personaggi più in vista. Poi, in clima di jihad, si è passati a cercare in tutti i modi di collegare la barba lunga di alcuni giovani criminali con l’Isis, aumentando il panico generale e la disinformazione. In realtà, gran parte delle barbe in circolazione ha a che fare più semplicemente con un certo look, anticipato dagli Hipster, in tutto il mondo. Se ne vedete qualche esemplare in circolazione su uno scooter, con tutte e due le gambe da uno stesso lato della sella, che canta «Nu Latitante» del maestro Tommy Riccio, allora siete di fronte a dei Camorrhipster.

Dal turismo al populismo. Quali sono i pericoli che si corrono quando la politica sceglie di puntare sulla narrazione identitaria e autonomista, oltre che populista?

La politica, intesa come ceto politico, corre ben pochi rischi, per parte sua: si adagia sugli umori della maggioranza, solleticando la pancia di un’opinione pubblica sempre più disaffezionata alla realtà e vittima corresponsabile di lavaggi del cervello capaci di modificarne la percezione della realtà nel giro di poche ore. Le persone con ancora un po’ di capacità di discernimento invece rischiano di trovarsi per davvero in un futuro distopico, dove il Presidente del Consiglio è evanescente, il Paese è governato dalla Lega, e il reddito di cittadinanza… Insomma, un incubo.

Un altro concetto che ricorre spesso nel suo romanzo e nel lessico del sindaco di Napoli è "rivoluzione." Anche qui pare di essere in presenza di un'ecolalia…

Fino alla fine del XV secolo, la parola rivoluzione aveva senso quasi esclusivamente in ambito astrologico. Stava a significare la capacità di un corpo di ruotare su se stesso. Poi la modernità ne ha esteso il significato, e ora per rivoluzione si intende sovvertimento, politico nella fattispecie. Ebbene, credo che quando a Napoli si parla di rivoluzione sarebbe necessario fare riferimento alla capacità di chi se ne riempie la bocca (e sono molti, il sindaco è solo l’ultimo arrivato) di compiere delle amplissime giravolte su se stessi, senza tuttavia spostarsi mai di un millimetro, nella comprensione delle disuguaglianze e dei modi di combatterle. Gil Scott-Heron aveva le idee chiare già negli anni ’70, sull’argomento: «The Revolution will not be televised».