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Tutti gli insulti di Matteo Salvini a Carola Rackete

Carola Rackete ha querelato l’ex ministro Matteo Salvini per diffamazione, e adesso è indagato. La parabola degli insulti che le ha riservato, via via diversi, è molto interessante e molto istruttiva su che cosa sia la diffamazione e su come prenda forza da narrazioni articolate, specie in politica.
A cura di Giorgio Moretti
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Come si arriva all'indagine per diffamazione? L'ex ministro Matteo Salvini iniziò dicendo che la capitana Carola Rackete era una sbruffoncella, quando lei presentava la necessità dello sbarco anche forzando il divieto. E ‘sbruffoncello' non è un termine diffamatorio: la diffamazione è un reato contro l'onore, si concretizza in lesioni dell'onore, e se già ‘sbruffone' non è un termine tanto denigratorio, il suo diminutivo, che disinnesca il pericolo di questa qualità negativa in maniera quasi affettuosa, lo può essere ancora meno. Anche se proprio in questo uso paternalistico troviamo altri profili inquietanti, ma non divaghiamo.

Quando Carola Rackete forzò effettivamente il blocco, i toni dell'ex ministro Salvini sono cambiarono. Iniziò a dire che la capitana Rackete era una "fuorilegge", una qualificazione ben più pesante, che però ancora, da sola, probabilmente non sarebbe stata sufficiente a integrare un reato di diffamazione: ha un gusto rétro, richiama un naturale conflitto con lo sceriffo (lui), e il racconto di una violazione di legge era molto circoscritto.

Se una rondine non fa primavera, qui però le rondini sono arrivate a stormi: infatti nelle ore successive l'ex ministro alzò continuamente il ritmo e l'intensità. L'intento era ovviamente quello di strumentalizzare una questione marginale da un punto di vista politico, ma con un bel potenziale emotivo: con il pio materiale di chi tende la mano all'ultima miseria umana, qui si poteva tessere bene la narrazione di un baluardo della nazione eretto contro i pirati che traghettano gli invasori, un'occasione unica, che l'ex ministro ha saputo spremere in modo certosino. La nave diventa una nave pirata, la capitana diventa una delinquente, che peraltro ha tentato di ammazzare dei militari italiani, complice dei trafficanti. Con queste parole chiave l'ex ministro ha compiuto un bombardamento serrato, e il limite è stato superato sensibilmente. Ma questa, denunciata come diffamazione, prendeva forza dal prosieguo della narrazione salviniana, che torniva la storia presentando la capitana Rackete come una comunista figlia di papà, adombrando responsabilità della Germania in quanto tedesca. Non gli è scappato un grave insulto: ha tramato e ordito il tappeto di una narrazione oltraggiosa.

Egli sapeva che ciò che lei faceva non configurava i reati di cui la tacciava: sono reati non gravi, ma gravissimi, come il tentato omicidio di militari, la pirateria e il concorso in traffico di esseri umani (come si legge nel testo della querela). In un'escalation continua, la sbruffoncella si è tramutata nella peggiore criminale del mondo. E sì che di materiale per una querela ce n'era, e di prima qualità, anche perché gli insulti denunciati sono stati in larga parte pubblicati sui social, quindi è facile che si configuri una diffamazione aggravata.

Con la secchiata d'acqua fredda dell'apertura dell'indagine, Matteo Salvini giovedì si è ricondotto a più miti consigli annunciando: "Denunciato da una comunista tedesca, traghettatrice di immigrati, che ha speronato una motovedetta della Finanza: per me è una medaglia! Io non mollo, mai." Comunista e tedesca non sono offese, traghettatrice ha una bel profilo eufemistico, e il supposto speronamento, messo così, non attacca l'onore. Probabilmente si è accorto di aver dato alla querela delle ragioni davvero molto forti. E non ha rinunciato a quel solito non mollo di sempre più esausto sapor mussoliniano.

In attesa degli sviluppi del processo (chissà se qualcuno in parlamento voterà per salvare il senatore Salvini, in futuro), vogliamo ricordarlo così: quando i migranti furono sbarcati e l'arresto di Carlo Rackete non fu convalidato e lei fu libera di andarsene, l'ex ministro il 2 luglio concluse una sua nota così: "L’Italia ha rialzato la testa: siamo ORGOGLIOSI di difendere il nostro Paese e di essere diversi da altri leaderini europei che pensano di poterci trattare ancora come una loro colonia. La pacchia è finita." Un annuncio trionfale, da cui sembrava stesse uscendo eroicamente da una vittoria schiacciante. E invece, coda fra le gambe, aveva perso su tutta la linea contro la sbruffoncella che lo avrebbe trascinato in tribunale. (Anche questo ha un sapor mussoliniano.)

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Nato nel 1989, fiorentino. Giurista e scrittore gioviale. Co-fondatore del sito “Una parola al giorno”, dal 2010 faccio divulgazione linguistica online. Con Edoardo Lombardi Vallauri ho pubblicato il libro “Parole di giornata” (Il Mulino, 2015).
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