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Rareş: “Sincero è un breakup album per me, non contro qualcuno. Il successo? Senza un euro di sponsorizzazioni”

Rareş racconta “Sincero”, il disco della rinascita dopo l’amore: “È cresciuto senza sponsorizzazioni, solo con la musica”.
Rares – ph Pippo Moscati
Rares – ph Pippo Moscati

"Sincero" di Rareş è uno dei migliori dischi italiani ascoltati quest'anno. Un break-up album, ben lontano da alcuni esempi americani (come le canzoni di Taylor Swift) che prendono di mira determinate persone, ma è più un album che sottolinea la rinascita dalle macerie. La bellezza è che il ritmo di questo racconto di ricostruzione è gioioso, di un pop allegro, che nelle soluzioni semplici trova la propria forza. Da anni il suo nome circola nell'ambiente della musica indie, ma con quest'apertura a un suono meno legato all'elettronica la musica del cantautore venetop è arrivata a molte più persone e sta raccogliendo quello che merita già da tempo. A fanpage ha raccontato come nascono queste canzoni e come è cambiato lui scrivendole.

Notavo la differenza di numeri: questo album ha avuto un bel ritorno rispetto ai precedenti. I numeri non contano del tutto, ma incidono sulla consapevolezza che questo lavoro sta arrivando a tante persone che prima non ti conoscevano.

Sono d'accordo con te, per me i numeri hanno un valore puramente statistico. Vivo questo aspetto soprattutto come la conferma che il disco sta arrivando a più persone. Credendo molto nella materia prima di questo progetto, sono felice che stia succedendo. Tra l'altro ti dico una cosa che trovo molto bella: sul disco non sono mai state fatte sponsorizzate. Sul vinile sì, ma su tutta la prima fase di lavoro, nei primi due mesi, non è stato mosso un euro. È stata una crescita estremamente organica e sorprendente anche per me.

Cosa è cambiato rispetto al passato?

Non ti so rispondere con certezza. È sia un disco molto diverso che una scrittura differente rispetto al passato, ma più che diversa la sento più vicina a me, a delle mie sintesi formali e contenutistiche. Non so quale dei due aspetti abbia trainato di più. Riascoltando "Femmina" lo apprezzo ancora come lavoro, ma non aveva la voglia di comunicare con l'esterno. Questo disco, invece, ha molta voglia di parlare alle persone.

È un break-up album molto diverso da quelli a cui ci siamo abituati in questi anni: non ci sono invettive né rancore contro qualcuno. È un album molto poetico.

Sicuramente non è un disco "contro", è un disco "per". Non per forza per un soggetto terzi, ma per me. Mi ha accompagnato in diverse fasi della mia vita, visto che è stato scritto in più di due anni e mezzo. Questa musica mi ha visto crescere e per me è ancora materiale "lavico", che si muove. Io per primo continuo a commuovermi ascoltandolo. Ho una relazione molto accesa con queste canzoni e credo che parte della sua fortuna sia proprio il fatto che io non abbia ancora finito di studiarlo.

Raccontavi che quando hai cominciato a scriverlo eri un'altra persona. Avevi già un'idea precisa di dove volevi andare a parare o il progetto è evoluto strada facendo?

Io continuo a scrivere sempre, non è una cosa che si smette. Si possono fare lunghe pause, ma riprendi sempre da dove avevi lasciato. Scrivendo mi sono accorto che il materiale stava virando altrove. Sono sicuro che la persona che ha iniziato questo disco non è quella che sta parlando ora. Non riesco a vedere un inizio, ma vedo sicuramente una maturità formale per la quale ho faticato molto e sono contento che quello che volevo dire sia arrivato. Per me rimane un piccolo miracolo perché tendo a essere molto criptico. Questa sintesi non c'era nella mia vita quotidiana, ma sono felice di esserci riuscito in musica. Nello studio della forma penso di essere arrivato da una parte che mi piace molto.

Quindi è questo lavoro sulla forma la novità principale che hai scoperto scrivendo questo album? Una possibilità che forse prima non contemplavi?

Esatto. Da un certo punto in poi mi ero dato delle regole e dei paletti. Ricordo di essere andato da Tobia (Novecento), con cui ho fatto tutti i miei dischi, e di avergli detto: "Dobbiamo fare un disco di canzoni e questo comporta delle regole". Ho ripreso in mano il materiale: era come una grande sacca con tante cose sparse dentro, le ho tirate fuori tutte e le ho messe in fila. Il materiale era già bello, ma formalmente era un casino a livello strutturale. A volte ho dovuto usare dei sinonimi perché non stavo dicendo esattamente ciò che volevo. È come se avessi avuto un editore, ma l'editore ero io qualche anno dopo.

Provo a mettere io ordine: qual è stata la prima canzone che hai chiuso e che ti ha fatto capire che eri davanti a un progetto più ampio?

La prima canzone finita non la so perché la chiusura di un brano ha diverse fasi, ma ricordo bene giugno 2023 quando ho improvvisato "Sincero", che è il primo brano che ho scritto. È un po' la "nonnina" del disco: quasi il 90% della canzone era già pronta tre anni fa e mi sono detto che mi stava portando da qualche parte. Il giorno dopo è nata "Gatti". Avevo queste due demo e, durante i viaggi in macchina nella campagna veneta, le ascoltavo a ripetizione e mi commuovevo. Ero il primo spettatore stupito da quel materiale.

Era vicino a quello che ascoltiamo oggi?

No, era completamente diverso da quello che facevo prima: super elettronico, senza batteria, pieno di synth e voci. Mi parlava tantissimo e ho pensato: "Non so cosa farò, ma se farò un disco si chiamerà Sincero".

E l'ultima canzone che hai chiuso?

L'ultima in assoluto su cui ho messo mano per chiudere il disco è stata la seconda strofa de "L'amore è un'altra cosa", una ballad. Rischiavo di non inserirla nell'album: il tempo in studio era finito e il disco doveva andare in mix. Ho chiamato Giorgio Pesenti (okgiorgio, ndr) e gli ho detto: "Zio, ti va di fare un paio di giorni in studio? Ho questa cosa che mi piace, vorrei finirla ma non ho tempo, facciamola insieme". È stata l'ultima cosa chiusa, tra dicembre e gennaio.

Recensendo il disco per Fanpage, Federico Pucci ha scritto: "È un disco gioioso, anzi, ricolmo dell’entusiasmo non di chi sta raccogliendo pezzi fra i detriti, ma di chi sta ponendo nuove fondamenta alla sua vita". Ti ci ritrovi?

Mi piace molto come descrizione perché restituisce la stessa impressione che ha dato a me. Ciò che mi tiene in piedi è l'autoregolazione: questo disco non sono io, io sono solo la persona che l'ha scritto. La mia vita si relaziona a questo disco, ma è fondamentale ricordarmi che io non coincido con esso. In virtù di questo credo di aver fatto un album gioioso, perché era ciò di cui avevo bisogno. Prendere distanza dal disco e guardarlo come un manifesto mi fa bene; se ci mi immedesimassi troppo mi farebbe male, perché è un attimo rimanere incastrati nei propri racconti.

Canti: "Ritornare ad essere più come ero prima dell’amore, tornare ancora vergine": esiste un corrispettivo di questa verginità nella musica quando si scrive?

È un concetto pericoloso in musica, perché rischia di sfociare nel chiedersi cosa sia la purezza estetica o culturale. Mi sono fatto questa domanda perché volevo fare un disco che rimanesse sempreverde, motivo per cui ho scelto strumenti acustici ed elettrici degli ultimi 60-70 anni. Però ogni epoca ha la sua asticella che si può rispettare o meno e questo crea aspettativa o mneo negli ascoltatori di ogni singola epoca. La musica non deve contemplare una verginità estetica: ognuno deve fare quello che si sente. Noi vibriamo con i canoni estetici della nostra contemporaneità. Per noi la "verginità" può significare suonare gli strumenti e non usare troppa elettronica, ma non credo a una vera e propria verginità musicale.

La cover di Sincero
La cover di Sincero

Come nasce Rareş musicalmente?

Suono da quando sono molto piccolo. Vengo da due genitori creativi: mio padre è sempre stato un musicista, mia madre ha sempre scritto. Ho avuto la fortuna di essere supportato e affiancato da una famiglia che non mi ha mai ostacolato. Ho studiato al conservatorio, quindi o facevo questo o c'era ben poco altro! Sono partito dallo strumento, dalla chitarra e dalla scrittura immediata, per poi avvicinarmi all'elettronica che in questo momento, pur recondita, c'è sempre.

Come sei arrivato a Zuzu per la copertina dell'album?

È stata una cosa improvvisa, nata in un pomeriggio. Eravamo molto indietro con la parte visiva: avevamo provato a fare delle foto, ma non funzionava niente e io non riesco a esprimermi bene visivamente. Mentre ero in studio con Giovanni Truppi gli ho chiesto un aiuto e lui mi ha mostrato il lavoro di Zuzu. Mi sono innamorato delle sue illustrazioni, le ho scritto ed è andata benissimo. È stata molto disponibile, ha ascoltato il disco con calma e ha fatto un lavoro fantastico.

Come sta cambiando il mondo intorno a te in questo momento?

La mia vita è molto simile a prima. Le mie relazioni più intime sono sempre le stesse. A volte mi sorprende quando le persone mi fermano per strada o mi scrivono messaggi d'affetto, ed è una cosa che onoro sempre molto, appena ho tempo leggo e rispondo. Ho sicuramente più contatto con l'esterno e c'è molto più viaggio. Essere estroverso e viaggiare costantemente sono cose che mi appartengono solo in parte, quindi la differenza principale è che c'è molta stanchezza in più. Ma sono estremamente grato e soddisfatto.

Tra l'altro sei in tour…

Siamo a oltre 35 date. È un tour composito e molto modulare: ogni data è diversa a livello di organico sul palco, a volte siamo di più e a volte di meno. In scaletta portiamo tutto "Sincero" al 100% e un paio di pezzi vecchi.

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