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Se ascolti Geolier sei contemporaneo, se ascolti Ultimo devi giustificarti: perché amarlo è una lotta al pregiudizio

Se sul telefono passano le barre di Kid Yugi o il flow identitario di Geolier, l’ambiente circostante ti riconosce una forma di lucidità contemporanea, il merito di saper leggere il presente. Se invece sul display compare il nome di Ultimo, scatta una sorta di meccanismo di difesa sociale. Analisi su come Niccolò Moriconi abbia trasformato la sua storia di esclusione in un sentimento collettivo che non ha bisogno di patenti intellettuali.
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Esiste un tacito tribunale del gusto che, con cadenza regolare, emette sentenze sulle nostre playlist. Se sul telefono passano le barre di Kid Yugi o il flow identitario di Geolier, l’ambiente circostante ti riconosce una forma di lucidità contemporanea, il merito di saper leggere il presente. Se invece sul display compare il nome di Ultimo, scatta una sorta di meccanismo di difesa sociale. Ti guardano come si guarda chi ha ceduto a un sentimentalismo ingenuo, a quella malinconia esposta senza pudore che una certa critica ama definire "sdolcinata". Come se amare le sue canzoni fosse una colpa da espiare o, peggio, una mancanza di strumenti culturali.

Poi, però, arriva la realtà a ridefinire i confini delle cose. La notte dello scorso 4 luglio, a Tor Vergata, non si è consumato solo un concerto, ma una transumanza che ha riscritto la storia dello spettacolo dal vivo in Italia. 250.000 persone. Un quarto di milione di paganti radunati in un solo colpo nella periferia romana, un dato che polverizza persino i primati storici dei grandi raduni rock del passato. Un oceano umano che ha lanciato un segnale chiaro, lasciando sospesa una domanda che i salotti buoni continuano a porsi con un filo di supponenza: ma com'è possibile?

Niccolò Moriconi durante un'esibizione al Circo Massimo, nel 2022
Niccolò Moriconi durante un'esibizione al Circo Massimo, nel 2022

Il vizio di forma sta proprio nella domanda. Chiedere a qualcuno di giustificare il suo legame con un artista è un esercizio di snobismo che ignora la natura stessa della musica. Le canzoni sono una faccenda privata, una facoltà dell'anima che non risponde a patenti di legittimità rilasciate dall'alto. Il pregiudizio che avvolge Niccolò Moriconi, tuttavia, ha radici profonde che superano i confini della sala stampa. Se da un lato la critica ha spesso cavalcato l'episodio di quel vecchio Sanremo 2019 per etichettarlo come l'eterno arrabbiato, lo scetticismo più rigido arriva spesso dalla gente comune, dai difensori del "buon gusto" a tutti i costi. Una delle accuse più frequenti riguarda la presunta banalità dei suoi testi. Eppure, fermarsi al livello formale della scrittura significa non comprendere che la forza di Ultimo risiede interamente nella verità del suo impatto. Chi lo ascolta non brama la ricercatezza stilistica, ma la forza con cui quelle parole sembrano curare una mancanza. Nei suoi testi non ci sono algoritmi studiati per fare tendenza, né il cinismo delle hit scritte a tavolino da un collettivo di autori. Ma l'urgenza primitiva di un cantautorato che accetta l'errore e il senso di inadeguatezza, trasformandoli in un codice comune.

Il percorso umano prima di quello artistico

Per lavoro e puro gusto personale, chi scrive segue Moriconi fin dai suoi esordi. E a chiunque si ostini a vivisezionare il fenomeno cercando di comprenderlo, si invita a guardare alla sua "traiettoria umana". Alla parabola, ossia, del ragazzo di San Basilio che passava le ore sui tasti al Conservatorio di Santa Cecilia mentre la sua generazione andava a un'altra velocità, lo stesso che fino a pochi anni fa usava i social per sperare che qualcuno entrasse in un locale a sentirlo suonare. Vederlo oggi, davanti a una cattedrale di luci larga 140 metri, non viene percepito dal suo pubblico come il trionfo distante di una popstar inarrivabile, ma come una vittoria di uno di loro.

I fan di Ultimo al suo concerto a Tor Vergata
I fan di Ultimo al suo concerto a Tor Vergata

Siamo un Paese strano, che fatica a perdonare il successo quando non risponde a un preciso canone estetico o ideologico. Preferiamo etichettare anziché comprendere, applicando una severità intellettuale che risparmiamo volentieri alle grandi produzioni d'oltreoceano. Nessuno chiederebbe il conto a un fan di Taylor Swift o di Ed Sheeran per l'essenzialità di certe loro ballad; per chi segue lui, invece, la storia è un po' diversa. Ma la sociologia da poltrona si infrange sempre contro la contabilità dei fatti. La marea di Tor Vergata non è un evento isolato, né l'ultimo colpo di coda di un trend passeggero. È la ramificazione strutturale di un'intesa che i numeri continuano a certificare con costanza: l'apertura delle prevendite per il tour negli stadi del 2027 ha visto esaurirsi 300mila biglietti in appena trenta minuti.

In un'epoca che ha trasformato l'efficienza in una religione e la vulnerabilità in un difetto di fabbrica, questo ragazzo venuto dalla periferia romana ha fatto una cosa quasi dimenticata: ha preso lo smarrimento, la nostalgia e il senso di inadeguatezza e ha dato loro diritto di esistere. Quei 250mila erano lì perché, in un mondo che pretende di vederci sempre risolti, hanno trovato qualcuno che ha saputo dare una voce al loro silenzio. E questo, per chi crede ancora al peso specifico delle canzoni, resta l'unico primato che meriti di essere difeso.

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Nata e cresciuta a Napoli, amo apprendere storie e raccontarle. Ho una Laurea Triennale in Lingue e Letterature Europee e una Magistrale in Editoria e Giornalismo. Ho conseguito il Master in Giornalismo alla IULM di Milano.
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