Nu Genea su People of the Moon: “Abbiamo mollato soldi e carriera nei club per fare la musica che volevamo”

Si chiama "People of the Moon" il nuovo album dei Nu Genea, il duo composto da Massimo Di Lena e Lucio Aquilina. Dopo il successo di Nuova Napoli e Bar Mediterraneo, il progetto ha trovato una sua dimensione internazionale, e questo disco è il prosieguo naturale della loro ricerca. Una ricerca che supera il Mediterraneo, ma continua a basarsi sul groove, il ritmo, gli hook, qualcosa che, spiegano a Fanpage, deve arrivare subito, deve incastrarsi in testa. Una musica che nella sua complessità riesca a sembrare semplice al punto da rimanere in testa anche ai bambini. Forti di una carriera sicura nel mondo del clubbing, Di Lena e Aquilina hanno scelto di seguire la strada della passione, stanchi di quello che stavano facendo prima. Una nuova vita che gli ha regalato un successo internazionale e un ruol importante nella musica italiana. Ma guai adefinirli pionieri: "È una parola grossa per noi, non sentiamo di aver inventato nulla. Forse possiamo considerarci pionieri nel coraggio di aver abbandonato una carriera che ci dava già successo e stabilità economica per iniziare qualcosa di nuovo che sentivamo più nelle nostre corde".
Bentornati, è un piacere tornare ad ascoltarvi e fare due chiacchiere. Per iniziare, vorrei capire meglio cosa intendete per "People of the Moon". È un titolo complesso per un album così caleidoscopico, pieno di suoni dal mondo. Cosa intendete quando parlate di una ricerca di "dimensione interiore" per questo disco?
Viene spontaneo, pensando a quest'album, proiettarsi verso l'esterno in una prospettiva spaziale. In realtà, questo è un disco molto terrestre. "People of the Moon" è una dimensione che fa parte di noi: sono quei momenti in cui ci estraniamo dai condizionamenti, dalle pressioni quotidiane, dallo stress e dall’ansia. Magari ci mettiamo ad ascoltare un disco che ci fa svagare, facendoci entrare in una dimensione onirica e quasi meditativa.
Amiamo la nostra terra, ma ne veniamo costantemente influenzati anche negativamente, tra pressioni sociali, pregiudizi e razzismo. Poi ci sono momenti velocissimi in cui, senza rendercene conto, accettiamo le nostre debolezze e ci apriamo verso il prossimo e verso la possibilità di tirare fuori la parte migliore di noi. Non è sempre facile, ma "People of the Moon" rappresenta proprio quella parte più positiva e pura, meno influenzata dal resto. Menzioniamo la luna, ma è uno stato mentale.
Cosa vorreste che provasse chi ascolta l'album? Qual era l'intento iniziale durante la scrittura?
Questa è una domanda impegnativa, perché quando scrivi un album non c’è sempre un intento specifico alla base. Siamo passati attraverso varie fasi di esplorazione. All'inizio volevamo fare musica solo per i live: pezzi super dance, hit che prendessero ispirazione dalle sonorità dance anni 2000 per riportarle negli anni '70-'80. Poi però siamo tornati sui nostri passi. Componendo i brani, devi fare una cernita su cosa senti più tuo. Alla fine abbiamo scelto pezzi accumunati da un alone di malinconia, ma allo stesso tempo pieni di speranza. Vorremmo che gli ascoltatori si lasciassero andare e cullare, dimenticando per un momento i problemi quotidiani. Non è un invito concettuale ad "andare a fare l'aperitivo", è più il tentativo di far nascere un sorriso mentre ascolti. Magari ti sei svegliato negativo, ma la musica ti dà la spinta per sorridere alla persona che incontri o al fruttivendolo sotto casa.
Federico Pucci, parlando del brano "Shway Shway", citava questa andatura meno frenetica rispetto al passato. Nonostante il groove e il ritmo siano sempre fondamentali per voi, c’è un’attenzione diversa, qualcosa di più intimo. Confermate?
Esatto, è proprio così. Persino in fase di missaggio, nella gestione dei volumi e dei suoni, siamo stati molto attenti a mantenere questo approccio anche sui brani più "carichi". Il modo in cui posizioni i suoni può portarti verso la frenesia e l’ansia oppure verso il relax. Forse noi per primi avevamo bisogno di questo. Siamo stati influenzati, sia positivamente che negativamente, dalla pressione degli album precedenti e solo a un certo punto siamo riusciti a rilassarci artisticamente. Abbiamo accettato che la natura di alcuni brani fosse proprio quella di "non strafare". In "Shway Shway", ad esempio, l'obiettivo era non aggiungere troppi suoni, non esagerare.
Sono passati otto anni da "Nuova Napoli", quando il fenomeno Nu Genea è esploso. Eppure la vostra spinta propulsiva sembra ancora intatta; non date mai l'impressione di fare qualcosa di già sentito. Cosa avete scoperto di voi stessi e della vostra musica lavorando a questo nuovo album?
Venendo dal mondo del djing, siamo molto analitici nei confronti della nostra musica. Se sentiamo che una cosa è "troppo quella cosa lì", ci scoccia rifarla. Le fondamenta dei Nu Genea è: facciamo quello che ci piace e usciamo dagli schemi di "ciò che deve funzionare per forza". Paradossalmente, quando abbiamo provato a tavolino a scrivere una hit, non ci siamo mai riusciti. I brani migliori escono nei momenti in cui non sai bene che direzione prendere: magari sei un po' giù, ti metti in studio e da un giro di Wurlitzer e un beat nasce "Shway Shway". Sapendo bene cosa non vogliamo fare, siamo riusciti a non ripeterci. Ci annoierebbe fare le cose sempre allo stesso modo. C'è una coerenza che lo lega a "Nuova Napoli" e a "Bar Mediterraneo", ma spero sia arrivato anche qualcosa di nuovo.
C'è un'evoluzione evidente, ma anche la sensazione di trovarsi nello stesso mondo, con influenze diverse sia nella musica che nelle lingue. È così?
Sì, inizialmente pensavamo di fare qualcosa di totalmente differente, ma alla fine ci sentiamo nello stesso universo. Può essere considerato un buon sequel. Sicuramente ci sono più lingue: oltre al napoletano, troverete arabo, spagnolo, inglese, portoghese. La nostra musica può essere interpretata su diversi livelli. È "fresca" perché è immediata. Quando smettiamo di essere musicisti e diventiamo ascoltatori, la prima cosa che cerchiamo è l'emozione: una melodia semplice che puoi canticchiare, un riff di sintetizzatore che ti rimane in testa. Se una melodia arriva a un bambino (come la figlia di Lucio, che a tre anni già canticchia People of the moon), vuol dire che è immediata. Questo ci differenzia: pensiamo alla musica come a qualcosa che deve arrivare dritta al cuore, a prescindere dal testo o dalla lingua. Il metro di paragone migliore per capire se abbiamo fatto bene sono i bimbi.

Damir Ivic su Rolling Stone scrisse che avreste potuto continuare a fare successo e soldi restando nel mondo del clubbing. Invece avete cambiato tutto e oggi siete riconosciuti non solo come esponenti di punta di un movimento, ma come veri pionieri. Col senno di poi, è stata la scelta giusta?
"Pionieri" è una parola grossa per noi, non sentiamo di aver inventato nulla. Forse possiamo considerarci pionieri nel coraggio di aver abbandonato una carriera che ci dava già successo e stabilità economica per iniziare qualcosa di nuovo che sentivamo più nelle nostre corde. Facciamo una musica che richiama il passato, ma rielaborata attraverso il nostro orecchio e i nostri ascolti attuali. Forse siamo stati pionieri nel riportare certi suoni fuori dalla nicchia, rendendoli fruibili a un pubblico più ampio.
A differenza di altri progetti, voi sembrate aver avuto più coraggio nel fare "all-in" su questa visione. Da dove è nata questa forza?
Dalla decisione di ripartire da zero. Mettersi in gioco con qualcosa che senti davvero ti dà una grinta incredibile. Inoltre, avendo già avuto esperienze di successo e insuccesso quando eravamo giovanissimi (a 18 o 20 anni suonavamo già in Colombia con altri progetti), abbiamo imparato a gestire l'altalena della popolarità. Oggi viviamo i complimenti e il successo con un sorriso, ma con i piedi per terra. Non cambiamo carattere per questo, siamo sempre le stesse persone; siamo grati a chi ci segue, ma lo facciamo per amore della musica.
Che percezione avete di voi stessi in questo enorme calderone globale? Ormai siete un progetto internazionale. Come reagisce la gente nel mondo?
È una domanda che non ci siamo posti troppo spesso. Semplicemente, a volte, quando segui il tuo percorso con una filosofia di fondo, arrivano risultati che hanno in sé qualcosa di inspiegabile e magico. Noi portiamo la nostra cultura, le nostre influenze e la musica che ci piace, poi è la gente a fare il resto attraverso il passaparola. La nostra promozione è piccola; non abbiamo grandi apparati che ci spingono ovunque. Abbiamo un ufficio stampa, ma non investiamo massicciamente in comunicazione e non appariamo quasi mai: facciamo il minimo indispensabile di interviste e poi torniamo nella nostra zona d'ombra.
Sembra quasi un approccio "anti-marketing" in un'epoca di sovraesposizione. Funziona davvero così?
Per noi è una sorta di magia: facciamo il nostro lavoro e, se lo facciamo bene, le persone si passano la parola. Noi ci mettiamo la musica, il pubblico ci mette tutto il resto. Non c’è una scena specifica in cui riusciamo a canalizzarci del tutto. A Napoli sentiamo realtà affini come sound, e ce ne sono anche all'estero, ma abbiamo la nostra identità ed è diversa da quella degli altri.
E riuscite a parlare a culture lontanissime…
Quello che probabilmente piace di più, dal Brasile ad altri posti, è che la nostra musica è molto diretta. Quando vengono ad ascoltarci in diverse parti del mondo, apprezzano il fatto che il suono venga percepito come d’istinto. In realtà noi facciamo molti ragionamenti quando componiamo, siamo lenti, ritorniamo spesso sulle idee; non siamo l'emblema di chi chiude un album in una settimana. Eppure la percezione è quella di una cosa spontanea. Il pubblico non sa che dietro ci "strappiamo i capelli", ma l'importante è che arrivi questo primo livello di immediatezza. Se i bambini reagiscono, vuol dire che il messaggio sta arrivando.
È come se la lingua del disco fosse esattamente quel groove immediato, anche se dentro ci sono napoletano, arabo, spagnolo, inglese. La vera lingua franca è la melodia?
I testi hanno sempre la loro importanza, ma il primo livello che ti deve arrivare è la musica. È un po' come quando da piccoli ascoltavamo le canzoni americane: le scimmiottavamo senza conoscere l'inglese, ma era l'insieme a coinvolgerci. Solo in un secondo momento, studiando la lingua, capivi il significato e magari apprezzavi il brano ancora di più. O a volte di meno! Pensa alla musica disco: a volte ha testi terribili, e potresti rimanerci male, ma la cosa fondamentale rimane la musica che ti è arrivata dentro.
C'è una componente molto forte legata agli "hook" nel vostro lavoro. Da dove nasce questa passione per il gancio melodico?
La verità è che io e Lucio siamo entrambi grandi fan degli "hook". Per quanto apprezziamo il cantautorato classico con testi lunghissimi, non ne siamo mai stati fan sfegatati; preferiamo la tradizione dove il brano vive di elementi melodici semplici e memorabili. Abbiamo sempre cercato di inserire melodie immediate anche quando facevamo techno o house. Ce lo siamo portati dietro fino a oggi.
La vostra ricerca dei featuring è sempre molto particolare, lontana dal bisogno di avere il "nome" a ogni costo, anche se c’è Tom Misch, ad esempio. Com'è nato?
È la musica che detta le regole. Se ho una bozza cantata in uno "spagnolo inventato", cerco una voce che abbia quelle caratteristiche specifiche, piuttosto che il personaggio famoso in sé. Con Tom Misch non è stata un'operazione a tavolino per aprirci al mercato inglese. È andata che lui ci ha scritto dicendo che trovava figo il progetto. Siamo andati a Londra e abbiamo lavorato a una cosa ex novo partendo da un giro di basso "alla Pino D’Angiò" che lui aveva postato su Instagram. Era mancato da poco il grande Pino, quindi è stato anche un momento celebrativo e spontaneo.
Quindi la scelta degli ospiti segue più un criterio timbrico…
Assolutamente. María José Llergo, ad esempio, ha una voce andalusa con le caratteristiche esatte che cercavamo. Per noi la voce è uno strumento. In questo disco canta anche Gabriel Prado, il nostro percussionista, che non aveva mai cantato in vita sua: lo abbiamo sentito e gli abbiamo chiesto di provare su una bozza, ed è nata Ondas Do mar. Idem per Celinatique. Non cerchiamo il nome atteso. È come quando i brand ti offrono strumenti gratis in cambio di visibilità: non potremmo mai farlo se non fosse coerente con la sonorità che abbiamo in testa.
Mi costringete a chiedervi se è successo che abbiate rifiutato nomi importanti…
È successo, sia nel panorama italiano che estero. Gente con numeri molto superiori ai nostri a cui abbiamo detto di no con gentilezza. Non siamo contro il concetto di collaborazione a prescindere, ma se in quel momento la cosa non funziona per la musica, preferiamo declinare.
Il disco esce il 1º maggio. È una casualità che sia la festa dei lavoratori?
Le casualità a volte sono più coincidenza, ovvero due elementi che incidono nello stesso tempo. È anche la Luna piena. Non c’è stata premeditazione, ma celebrare l'umanità in una giornata del genere ci fa molto piacere.
Visto che ho assistito al vostro ultimo tour, ci sarà qualche novità nel prossimo?
Non possiamo ancora anticipare nulla perché dobbiamo ancora fare gli annunci ufficiali, ma ci saranno sicuramente delle novità nell'aspetto live. Le saprete a breve.