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Marinella Venegoni: “Pausini e Annalisa? Canzoni poco rilevanti. Battiato non mi invitò più ai live dopo una critica”

Dai pomodori a casa di McCartney, il gateau per Lou Reed e Bowie maleducato all’era di Spotify, passando per 41 Festival: mezzo secolo raccontato dalla storica critica musicale che non fa sconti agli artisti di Sanremo.
A cura di Gianmarco Aimi
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Marinella Venegoni e Vasco Rossi
Marinella Venegoni e Vasco Rossi

Prima che arrivasse lei "la figlia della contessa scriveva di balletto o il figlio del notaio di teatro". Poi qualcuno, nel quotidiano dove lavorava, ha alzato la mano per occuparsi di rock. Quel qualcuno è Marinella Venegoni. In cinquant’anni come critica musicale ha firmato oltre 6600 pezzi (li ha contati), seguito 41 Sanremo e raccontato la musica come «medium tra i cantanti e gli ascoltatori» senza sconti, perché «il giornalista non dovrebbe avere amici». E da donna, la prima, in una categoria che considera ancora oggi «la più maschilista in assoluto».

Così ha visto nascere e, ci spiega in questa intervista, degenerare tutto: "La tecnologia ha distrutto la musica", mentre l’industria pensava a fare cassa trasformando la quantità in qualità. Nell’informazione ha visto nascere una nuova categoria professionale: "Il fancazzista dei concerti". Non poteva mancare il giudizio sul Festival: quello di Conti è "un’olimpiade personale", quello di Amadeus con "una logica da Dj". Urticanti, come le sue temute pagelle, anche i giudizi sugli artisti. Laura Pausini? "Dopo La solitudine niente di così rilevante". Ultimo fa record ma "rimane uno che fa canzoni brutte", e di Annalisa "non ho mai sentito una bella canzone”. Invece per Achille Lauro ha avuto "una folgorazione di ritorno".

Nel frattempo, ci ha raccontato gli incontri speciali con artisti leggendari. Insieme al collega Zaccagnini ha portato pomodori a casa di Paul McCartney e con George Harrison ha parlato per ore solo dello scandalo vaticano di Marcinkus. Ha definito le interviste ai Rolling Stones "le peggiori", David Bowie "uno stronzo e maleducato", ha cucinato un gateau piemontese a Lou Reed, che "l’ha mangiato dalla teglia", e cenato con gli U2. Ha anche chiesto a Bob Dylan perché non parlava nelle interviste (e la risposta è in pieno stile Dylan) e liquidato gli Oasis come "due cretini di talento". E sul futuro, dominato dalle piattaforme e dall’intelligenza artificiale, ammesso di avere poche speranze: "Ci ammazzeranno tutti".

Marinella, partiamo dall’inizio. Hai studiato al Liceo classico e poi filosofia all’università. Quanto hanno contato quegli anni nella tua formazione?

Volevo fare il classico, mi sarei buttata sotto un treno per quella scuola. Mio padre era un osso duro, ma io anche. Tutte le volte che ne combinavo una mi minacciava: "Non ti faccio più studiare". Ho frequentato il Liceo a Casale Monferrato. Poi mi sono innamorata della filosofia grazie a un professore fantastico del Liceo e mi sono detta: per il lavoro qualcosa succederà. All’epoca ai genitori piaceva dire che la figlia faceva la professoressa.

Quando è arrivato il giornalismo nella tua vita?

A 26 anni sono entrata di ruolo come insegnante. Siccome nella provincia di Vercelli non c’erano Licei, sono finita a Borgosesia: d’inverno facevo 35 chilometri di nebbia e ghiaccio all’andata e 35 al ritorno. Gli orari erano assurdi: dalle 8 alle 9 e poi dalle 12 alle 13. C’era un preside molto simpatico, ma a un certo punto mi sono stufata. Ho saputo che partiva il primo corso di giornalismo a Genova e mi sono presa un anno sabbatico. C’era un esame per entrare: ci hanno presi in 37 su 700 candidati. A quel punto ho mollato la scuola.

Il primo lavoro a Stampa Sera e dopo otto giorni l’assunzione. Oggi sarebbe impensabile.

È vero, qualcosa di fantastico. Anche se è coinciso con un dramma familiare.

La morte dei tuoi genitori?

Sì. Mia madre aveva un tumore e non l’avevamo ancora detto a mio padre. Prima di partire gliel’ho spiegato, così da poterle dare una mano con le medicine. Sono andata via il 7 gennaio verso Genova e, quando sono arrivata e ho chiamato a casa, mio padre era morto di infarto. Mia madre l’ha seguito poco dopo. È stato un momento durissimo.

Nonostante tutto ha continuato il corso di giornalismo?

Certo, cos’altro potevo fare? Poi mi hanno mandata a fare uno stage a Torino, ero felicissima. Mi hanno affiancata ad un vecchio cronista, che un giorno andava dal macellaio e un altro dai carabinieri, e io lo seguivo. Dopo otto giorni mi ha chiamato il direttore e mi ha assunta. È stata la prima cosa bella che mi è successa dopo i giorni terribili della morte dei miei genitori.

Che redazioni erano allora?

Noi giovani venivamo dal ’68, quindi prima che passasse la sbornia ci è voluto un bel po’ di tempo. I vecchi giornalisti venivano dal Dopoguerra: erano tutti uomini e molto duri verso le nuove leve, soprattutto alla cronaca. Così mi è venuta l’idea di farmi trasferire agli spettacoli, visto che sembrava non interessare molto a nessuno. E lì sono rimasta per cinquant’anni.

Una scelta quasi intuitiva, che poi si è rivelata decisiva.

Prima di allora c’era la figlia della contessa che scriveva di balletto o il figlio del notaio che scriveva di teatro. Non si erano mai occupati davvero di musica contemporanea. Il caporedattore voleva iniziare a farlo e, siccome nessuno ha alzato la mano, l’ho fatto io. È cominciato un tourbillon. Nei giornali funziona così: quando scoprono che qualcosa interessa e fa vendere copie, allora ci danno dentro a più non posso. Nel 1982 ho seguito il mio primo Sanremo e, nel tempo, ne ho seguiti in tutto 41.

Venegoni e Battiato
Venegoni e Battiato

Hai detto che il critico musicale è "un medium tra il mondo del cantante e quello dell’ascoltatore". Cosa significa?

Esatto, perché devi raccontare chi è l’artista in profondità e, se ne vale la pena, fargli le pulci. Deve esserci un rapporto di sincerità con i lettori. Scrivono trecento pezzi su delle sciocchezze e tutto il resto non trova spazio. Così prende sempre più piede un giornalismo che non è più quello di cui facevo parte, dove domina quello che definisco “il fancazzista dei concerti”: quello che dice cosa hanno cantato, com’erano vestiti i musicisti e basta. Tutte cose che i fan già conoscono o che possono verificare di persona. Siccome questi articoli si sono accorti che non servono a niente, allora gli uffici stampa organizzano presentazioni ancora più annacquate, perché se fai certe domande non ti rispondono o non ti invitano.

Da un lato la figura del giornalista è stata depotenziata e dall’altro è aumentato il controllo attorno agli artisti.

È qualcosa di insopportabile. C’è un atteggiamento quasi nazista nei confronti dei giornalisti. Fanno di tutto affinché gli incontri con gli artisti non avvengano e, quando avvengono, sono controllatissimi. Se poi vedono che, nonostante tutto, riesci a fare domande vere, allora non ti chiamano più. Ma le responsabilità sono a catena: dalle etichette ai manager fino agli artisti.

Hai sempre sostenuto che "il giornalista non dovrebbe avere amici".

Dovrebbe essere così. Ci sono artisti che ho amato e amo moltissimo, ma se qualcosa non mi torna lo scrivo o glielo dico. Il problema è che poi si vendicano. Un rapporto di amicizia serena, se fai bene il giornalista o il critico musicale, non puoi averlo.

E raccontato anche di rivalità interne molto forti.

Ho avuto una schiera di giornalisti che volevano fregarmi il posto. Anche perché, essendo l’unica donna per tanti anni, gli uomini non potevano sopportare che fossi davanti a loro. Il problema è che poi non lavoravano sul campo, andando a una quantità industriale di concerti come facevo io, insieme ai miei colleghi del tempo: Paolo Zaccagnini, Mario Luzzato Fegiz, Marco Molendini, Andrea Spinelli, che era il più giovane, e Gino Castaldo, che se la tirava e continua a tirarsela. Ma il giornalismo era e rimane la categoria più maschilista in assoluto.

Qualche esempio?

In quegli anni gli artisti internazionali facevano due concerti e alla seconda venivano invitati i giornalisti. Una volta, a Zurigo, per il live di Tina Turner prendo l’aereo per andare. Prima di partire compro i giornali e leggo sul Corriere la recensione di Fegiz: c’era andato la sera prima e ne aveva scritto. Così, qualche tempo dopo, vado al concerto di Prince a Stoccolma e decido di andare anch’io alla prima data. Chi trovo all’aeroporto? Fegiz, che mi chiede cosa ci facessi già lì. Anch’io seguo il concerto di Prince e ne scrivo per il giorno dopo, cioè per quando sarebbero arrivati gli altri colleghi. Non hai idea della reazione che hanno avuto.

Cioè?

Non sono una fatta per le carognate e la mattina dopo, quando leggo il pezzo sul giornale, inizio a starci male. A un certo punto arrivano gli altri colleghi in albergo e si presentano alla mia porta. Prima bussano, poi cominciano a inveire e a insultarmi, anche giustamente. Ho provato a giustificarmi, ma non hanno voluto sentire ragioni. Per un po’ non ci siamo parlati.

Un episodio simile ti è successo anche con i Rolling Stones.

Il tour cominciava ad agosto da Boston e poi avrebbero fatto la conferenza stampa del nuovo disco, che avevo già sentito. Prima di partire mando al caporedattore la recensione, specificando che sarebbe dovuta uscire dopo la presentazione ufficiale. Invece il vice caporedattore, che era in sostituzione estiva, per riempire le pagine, che in estate sono sempre un po’ vuote, pubblica la mia recensione. Gli altri colleghi mi hanno fatto una scenata incredibile e la Sony mi ha tolto l’accredito per il concerto, una cosa impensabile ai tempi. Ma perché ero una donna, a un uomo non lo avrebbero mai fatto. Per fortuna, quando sono arrivata al concerto, ho incontrato il produttore David Zard e mi ha fatto entrare.

Oggi il terzo incomodo, sia del giornalismo che della musica, è la tecnologia.

La tecnologia ha distrutto la musica e la discografia non se n’è accorta perché ha pensato solo a fare cassa. Sto parlando, più o meno, degli anni dieci del 2000. La discografia si lamenta solo quando perde soldi, ma prima li ha guadagnati e accetta tutto. Quando si sentono toccati nel portafoglio allora corrono ai ripari, ma sempre in ritardo.

Quali sono state le conseguenze?

Bisogna fare una premessa: per l’industria discografica la quantità è sinonimo di qualità. Della qualità vera non gliene importa niente, soprattutto adesso. Il problema è che gli interessi sono così mescolati fra vari soggetti che ognuno, alla fine, si fa gli affari propri.

Venegoni e Bono
Venegoni e Bono

In quegli anni sei stata molto polemica per l’ingresso dei ragazzi provenienti dai talent. Rispetto ad allora le cose sono cambiate in meglio o in peggio?

Assolutamente in peggio! Ricordo gli anni di Carlo Conti, dal 2015 al 2017, che hanno rovinato la sensibilità musicale del pubblico. E sono arrivati già dopo un imbarbarimento precedente, con edizioni vinte da gente come Marco Carta e Valerio Scanu nel 2009 e 2010. Ma secondo te erano canzoni che meritavano di vincere Sanremo?

E secondo te perché è successo?

Perché delle canzoni non gliene frega niente a nessuno, l’importante è fare ascolti. Anche il Festival di quest’anno è esagerato, con trenta artisti in gara e ogni sera un co-conduttore diverso, oltre a chissà quanti ospiti. Mi sembra una olimpiade personale di Carlo Conti.

Avevi messo in guardia: "Sanremo rischia di diventare il talent dei talent".

Gli anni Dieci del 2000 sono stati devastanti, con una caduta verso il basso vertiginosa. Ora ci stanno un po’ più attenti rispetto a quelli che vengono dai talent, ma anche perché gli stessi talent hanno perso forza. Però la scelta delle canzoni è sempre pessima.

I cinque anni di Amadeus, però, avevano rilanciato il Festival.

Dal punto di vista dei numeri sì, ma con un’altra corsa verso il basso. Il criterio di Amadeus non era nello spirito di Sanremo. È stato un errore di grammatica del Festival, perché deve farsi sentire da tutta la popolazione, con gusti differenti e con un senso. Invece ha preferito far entrare i ragazzini, come se fosse una sorta di Festivalbar travestito da Sanremo. Con una logica da Dj più che da direttore artistico. È triste, perché così ha perso l’anima.

Laura Pausini torna a Sanremo come co-conduttrice anticipata dalle polemiche, dalla cover de La mia storia tra le dita di Grignani all’Inno d’Italia. Come te lo spieghi?

È una cosa stranissima, perché è molto simpatica e sveglia, ma il suo problema, come le ho detto in passato, è la gestione della sua arte. Mi spiace dirlo, ma dopo "La solitudine" non ha più prodotto niente di così rilevante. È stata brava a gestire la popolarità, ma il repertorio è povero, pur avendo notevoli doti interpretative. Non so perché abbia sottovalutato la parte musicale. Il suo successo è cresciuto, ma non è stato accompagnato da canzoni di valore. Sarà che ha un bel caratterino. Se qualcuno le fa notare che qualcosa potrebbe non funzionare è subito pronta a litigare. In passato, quando le davo dei consigli insieme ad altri colleghi, le dicevo sempre di stare attenta al repertorio. L’ultima canzone carina che ricordo è "Resta in ascolto", che è del 2004. È come se avesse un freno ad avventurarsi in brani seri.

Vasco Rossi ti ha raccontato in un’intervista di aver rifiutato la direzione artistica del Festival di Sanremo. Avrebbe potuto fare un buon lavoro?

Per me sì, infatti è un peccato non abbia accettato. C’è stato il caso di Claudio Baglioni e i suoi Festival mi sono piaciuti. È un caso che da un suo Sanremo sia uscito Mahmood? Allora credo di essere stata la prima, dopo averlo sentito cantare, a dire che avrebbe vinto.

Ultimo non l’aveva presa bene dopo la sconfitta a Sanremo.

Nomen omen… Sta facendo un sacco di record, ma chi se ne frega. Rimane uno che fa canzoni brutte. Hanno provato a equipararlo a Vasco Rossi, dopo che ha battuto il suo record di biglietti venduti, ma artisticamente non c’è paragone. Le canzoni di Ultimo non riesco neanche a finirle di ascoltare, mi deprimo prima. L’unica che mi ha incuriosito è stata quella con Geolier. Alla fine mi sono detta: “Ah…”. Basta, poi l’ho dimenticata.

Il Premio Tenco rappresenta un’alternativa credibile al modello Sanremo?

Amo molto il Club Tenco, dove si trovano le canzoni migliori. Loro mirano a qualcosa di irraggiungibile: la canzone popolare di qualità. Dietro questa utopia organizzano il cast. A proposito di Tenco, aveva fatto discutere la partecipazione di Achille Lauro, ma io, dopo aver sentito le sue ultime canzoni, ho avuto una folgorazione di ritorno. L’ultimo suo disco lo trovo tutto bellissimo. Quando invece faceva il “gadano” mi piaceva meno. Avrà anche un bravo produttore, perché com’era prima rischiava di tornare in cantina in breve tempo.

Chi invece non sembri aver rivalutato è Annalisa, come hai scritto anche sui social.

Sai che non ho mai sentito una bella canzone di Annalisa? Prima le canzoni che portava a Sanremo erano orrende. Voleva fare la cantautrice, ma non si potevano ascoltare. L’unico cambiamento è che, a un certo punto, si è messa a fare delle cose un po’ sciocchine. Non so come facessero a prenderla in gara a Sanremo, forse perché è di Savona? Chissà.

Passiamo ai grandi incontri, che allora erano più facili. È vero che Paolo Zaccagnini, tuo collega del Messaggero, portò dei pomodori a casa di Paul McCartney?

Proprio così, quando siamo andati a casa sua per l’ascolto del disco. Quando usciva con un album venivamo sempre invitati. Facevamo una chiacchierata sul suo lavoro, arrivava Linda Eastman, la moglie, e loro erano già vegetariani. Per questo una volta Zaccagnini, sapendo dei loro gusti alimentari, gli ha portato una busta di plastica piena di pomodori. Ne sono rimasti molto contenti. Poi, piano piano, quel tipo di incontri si sono diradati fino a sparire.

Hai incontrato anche George Harrison.

Era il 1987, l’anno dell’uscita del disco Cloud Nine. Dovevamo fare l’intervista, solo che a lui dell’album non gliene fregava niente. Siccome eravamo italiani e in quel periodo era scoppiato lo scandalo Marcinkus in Vaticano, voleva sapere tutto e ci fece lui l’intervista. Siamo stati insieme tre ore a parlare di quello, anche se in verità non eravamo tanto preparati.

Com’erano invece le interviste con i Rolling Stones?

Sempre le peggiori. Non gli piaceva parlare. Nel 1998 a Norimberga durante un concerto a Mick Jagger si sono strappate le corde vocali. Io ho proprio sentito il “click” mentre cantava, lo ricordo come fosse oggi. Le interviste con loro erano fatte con trenta o quaranta giornalisti da tutto il mondo in grandi alberghi. Dicevano tre o quattro parole sul disco o sul concerto e poi lanciavano una polemica per far discutere. Ma non erano stronzi come David Bowie.

David Bowie aveva un pessimo carattere?

Era stronzo e maleducato. Aveva un modo di rivolgersi alle persone, anche con i giornalisti, con grandissima supponenza. È stato un grande dolore, perché chi non apprezza Bowie musicalmente? Ho visto tantissimi suoi concerti, ma umanamente era deludente.

E Lou Reed?

La prima volta che l’ho visto era nel 1984. Mi avevano inviato a Roma per intervistarlo dopo un concerto al Circo Massimo e per il disco live che sarebbe uscito con produzione italiana. In quell’occasione l’ho intervistato e il suo ufficio stampa è rimasto dentro, anche se non è intervenuto. Quando siamo usciti gli ho chiesto perché si fosse permesso di restare con noi e lui mi ha risposto: «Perché di solito tratta male i giornalisti e, siccome sei una donna, volevo tutelarti». Mi sono incazzata due volte! Poi con Lou ci siamo rivisti parecchie volte, così tante che siamo diventati quasi amici. Ho visto tutti i suoi concerti in giro per l’Europa e ho sempre avuto l’impressione di una sua serietà estrema e di grande pudore, con una sincerità, anche brutale, disarmante. Un giorno mi dissero che si sarebbe esibito a Torino con Laurie Anderson. Dopo lo spettacolo li incontro e li invito a casa mia. Hanno detto subito di sì.

Venegoni con Mick Jagger
Venegoni con Mick Jagger

Quindi hai cucinato per loro?

Proprio così, per Lou Reed, Laurie Anderson e la loro adorata cagnolina Lolabelle, oltre al produttore Hal Willner. Gli ho cucinato il gateau, che hai mangiato anche tu. A Lou è piaciuto talmente tanto che, oltre al primo piatto, ha preso la teglia e l’ha mangiato direttamente da lì.

Viceversa, sei stata a casa di Prince.

A Minneapolis, sono stata lì tre giorni. Lo adoravo. Era un essere soprannaturale. Quegli anni ’80 sono stati fantastici. Al di là dell’istrione sul palco, dal vivo era timido e, secondo me, anche un po’ ignorante. Però aveva un talento musicale straripante e un’energia pazzesca.

Era vera la rivalità tra Michael Jackson e Prince?

Era una diatriba creata a tavolino che, alla fine, ha favorito entrambi. Non c’entravano niente l’uno con l’altro musicalmente. Prince faceva tutto da solo, invece Jackson aveva dietro Quincy Jones. Rispetto a Michael io mi considero innocentista sulle vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto con i bambini. Mi ha raccontato Zard che, quando Jackson scendeva dall’aereo privato, era sempre accompagnato da una ventina di bambini con le loro famiglie e a ognuno consegnava una carta di credito per fare shopping come volevano. Mi sembra che, con quel tipo di rapporto, volesse soltanto risarcire le sofferenze che aveva patito da piccolo.

Ormai che ci siamo, hai conosciuto anche Madonna.

Una volta ci invitarono in un hotel splendido di Portofino dove soggiornava per presentare un disco. Abbiamo fatto una lunga chiacchierata, di cui ricordo poco, ma ricordo che aveva le braccia bianchissime con dei peli lunghi neri. Non era ancora “ripulita” da grande popstar.

Guardandomi in giro tra le foto che hai esposto, in una sei con Bono degli U2.

Ho conosciuto bene gli U2 perché hanno impostato la comunicazione in modo ottimo fin da quando erano ragazzi che si affacciavano al successo. Un paio di volte sono andata a Dublino a chiacchierare sui loro dischi o a vedere i concerti. Sono persone umane, rispetto ad altre star. Dopo il concerto si andava a cena insieme, si continuava a discutere e poteva nascere una confidenza o un’amicizia. Sono andata a vederli anche alla Sphere di Las Vegas.

Tempo fa avevo letto un tuo articolo sugli Oasis e non mi sembra che tu ne abbia una opinione tanto lusinghiera, o sbaglio?

Sono due cretini di talento, come disse Giorgio Bocca di Adriano Celentano. Musicalmente si sono largamente ispirati ai Beatles, non hanno inventato niente, però hanno prodotto buona musica. Quello bravo dei due è Noel. Ma devono stare insieme, singolarmente hanno fallito.

Il tuo artista preferito?

Battiato, mi piaceva da morire. Eravamo anche amici. Mi sarei buttata nel fuoco per lui, ma quando è stato il momento di fargli una critica gliel’ho fatta senza pietà. E lui, come succede sempre in questi casi, non mi ha più invitata ai suoi live. Ma anche Lucio Dalla.

L’hai intervistato?

La prima volta dopo il primo tour di Banana Republic con Francesco De Gregori. Lucio era un genio, ma ha dovuto costruirsi. Prima prendendosi i complimenti di quelli che a Bologna lo sentivano cantare nelle osterie e poi, visto che non sapeva ancora scrivere così bene, affidandosi al poeta Roberto Roversi. Ma era uno che imparava in fretta, infatti poi ha scritto tutto da solo canzoni meravigliose e che sono di una modernità assoluta ancora oggi.

Questo sembra un periodo dominato dalla nostalgia, siamo nell’epoca delle reunion?

Rispetto al niente che c’è oggi in giro mi sembra il minimo. L’anno scorso a Sanremo si è salvato solo Lucio Corsi, invece Olly mi sembra poca cosa. Per non parlare di tutta la schiera di ragazze che si spogliano per spiccare nella massa in mancanza di musica. Non mi pare che siano esempi positivi per l’immagine femminile e le ragazzine in giro purtroppo le copiano.

Troppo scollate queste artiste?

È un fenomeno sdoganato da Madonna negli anni ’80, solo che lei aveva anche le canzoni. Poi non sopporto gli accoppiamenti diabolici nei featuring, che ormai sono una categoria a parte. Ci sono artisti bravi che accettano di partecipare a duetti scandalosi, soprattutto le donne. Non mi spiego perché. Forse, rispetto al passato, sono anche mal consigliati.

Accorpiamo gli ultimi grandi artisti che hai incontrato, altrimenti possiamo continuare a lungo: Bob Dylan, Frank Sinatra e B.B. King.

B.B. King l’ho incontrato a Montreux. Mi è piaciuto molto perché raccontava il suo rapporto con la chitarra, Lucille, in modo un po’ bambinesco. Un po’ come sono i veri artisti, a prescindere dall’età. Gli ho chiesto della sua famiglia e, andando a ritroso nella loro storia, si è messo a piangere e mi ha risposto: "Prima la nostra storia non è personale ma collettiva". Era una ferita non rimarginata. Frank Sinatra è stato un po’ noioso, forse perché aveva già una certa età. Bob Dylan l’ho incontrato sul lago di Sirmione, prima di un concerto all’Arena di Verona. Non so come fecero a organizzargli una conferenza stampa, lui le odiava. Dopo una raffica di domande, con lui perlopiù che guardava altrove, gli ho urlato: "Sei felice?". Si è girato e ha fatto un cenno indefinibile con la testa. Un’altra volta, in Svizzera, mi sono imbucata dietro al palco e alla fine del concerto gli ho chiesto: "Perché non parli mai?" e mi ha risposto: "Perché sono sempre molto stanco, ma perché tu sei qui?".

Da Bob Dylan all’Auto-Tune, com’è cambiato il mondo.

È diventato un business, un modo per parlare della musica senza parlarne. Lo trovo un mezzo che giustifica il fine di dire che la musica non è più musica. Le trovate tecnologiche ci sono sempre più o meno state, ma secondo me le colpe maggiori per averlo troppo sdoganato sdoganato è dei rapper e i trapper, che poi sono rimasti vittime di questo strumento.

Tra Spotify e l’intelligenza artificiale, che futuro ti aspetti per la musica?

Che ci ammazzeranno tutti. Il potenziale di Spotify è vastissimo, il problema è il dominio assoluto. Se si affiancassero altre piattaforme, allora si potrebbe restituire più valore agli artisti. Visto che ha il monopolio è inaccettabile. Mi spaventa ancora di più l’intelligenza artificiale. Ho sentito qualche disco o canzone generata da AI, ma fanno tutti schifo, sono tutti uguali. Non ho grande fiducia nel futuro della musica attraverso queste tecnologie.

E il futuro del giornalismo musicale?

Leggo i giornali e i siti e li vedo pieni di fuffa e con pochi contenuti, quindi i lettori, dopo le prime righe, non trovano niente e non tornano. È un giornalismo triste e rinunciatario.

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