"Siamo di fronte a un'opportunità: ripensare il modello di museo e di economia culturale del futuro". Non ha dubbi sulla scommessa che ci attende nei prossimi mesi Laura Valente, presidente del Museo Madre di Napoli, fiore all'occhiello tra le Istituzioni culturali della Regione Campania. Un museo di arte contemporanea nel cuore dell'antica Neapolis, tra i due quartieri popolari di Forcella e della Sanità, che lo scorso 18 maggio ha riaperto il suo portone giallo, allegro simbolo della città partenopea, festeggiando i primi visitatori che il caso ha voluto di nazionalità francese. Una sorta di segno premonitore alla ripartenza, coerente con la visione internazionalista e aperta al mondo alla base del progetto culturale del museo e della sua presidente.

Come è cambiato il vostro modo di fare museo con la pandemia?

Ovviamente l'impatto è stato devastante. Tuttavia posso dire che, considerata la visione del museo che ho l'onore di presiedere, siamo in continuità per un aspetto: per noi al centro c'è sempre stato un progetto culturale che puntasse a diffondere la conoscenza dell'arte attraverso tutti i suoi linguaggi. La scelta di una direttrice come Kathryn Weir ricade esattamente entro il perimetro di questa visione. Il numero di visitatori era e resta importante, ma questa crisi ci sta dicendo che non possiamo più continuare come prima. Bisogna ripensare il modo di fruire dei musei e di organizzare attorno ad essi il turismo.

Come?

Un museo, per come lo intendo, contribuisce a definire la qualità della democrazia di un Paese. Non è qualcosa che possa basare la sua identità solo sui numeri che arrivano dal botteghino. E in futuro dovrà essere sempre più così. Ma quello di cui mi interessa oggi è il presente, il modo in cui riusciremo a fare del turismo di prossimità una delle carte vincenti, ma soprattutto di come diventare comunità per i cittadini e luogo di inclusione per le fasce più deboli e danneggiate dalla crisi.

A chi pensa?

Bambini, mamme, le persone con disabilità.

In concreto cosa farà il Madre?

Le prime visitatrici al Madre dopo la riapertura
in foto: Le prime visitatrici al Madre dopo la riapertura

A giugno, coerentemente con quanto previsto dalle linee guida, apriremo i due cortili all'aperto del museo e li trasformeremo in piazze aperte gratuitamente agli abitanti del quartiere, madri e padri con figli potranno sceglierci e ammirare la grande giostra d'artista che sarà qui per loro. In una duplice ottica: sociale e artistica.

Le diranno che un museo d'arte contemporanea non si occupa di certe cose.

Il Madre è un museo di arte contemporanea e tale resterà, ma è un museo d'arte contemporanea nel cuore di Napoli, attorno a noi vivono migliaia di persone, spesso in condizioni di disagio estremo, a cui è impedito l'accesso al verde pubblico e a normali spazi per la socialità. Ci faremo carico di un pezzetto di ripartenza. E lo faremo da museo, provando a parlare il nostro linguaggio, ma in maniera accogliente.

Porterete i bambini del proletariato marginale napoletano al museo?

È una sfida in cui credo e che motiva il senso del mio lavoro. Negli scorsi anni abbiamo realizzato il progetto "Madre per il Sociale", coinvolgendo i ragazzini dei quartieri in periferia e portando qui l'esperienza di teatro e pedagogia di "Arrevuoto". A maggior ragione, quest'idea inclusiva è ciò in cui credo adesso, nella fase della ripartenza. Ovviamente sempre nella massima sicurezza. Ci saranno percorsi artistici, tavoli ecologici e grande attenzione al rispetto delle norme sul distanziamento fisico. Potranno scoprire la mostra su "I sei anni di Marcello Rumma, 1965-1970", prorogata fino al 29 giugno proprio a causa dell'emergenza Coronavirus.

E per gli altri?

Il Museo Madre è aperto a tutti ogni giorno dalle 10 alle 19:30, la domenica fino alle 20. Per tutta l'estate il biglietto costerà la metà e sarà acquistabile online.

Quali altri progetti in futuro?

Un'altra iniziativa, che spero possa tracciare un solco anche per gli altri musei, è quella degli "allestimenti sospesi", come si fa col caffè, cioè offrire ad altre istituzioni, magari più piccole, ma diffuse sul territorio, la possibilità di riutilizzare i nostri allestimenti. In futuro ci si sposterà di meno, ma si potrebbe avere più tempo per andare in un museo. In questo modo, potremmo fare in modo che l'arte vada incontro alle persone e non il contrario.

Riutilizzare un allestimento e portare l'arte alla gente: se questo modello dovesse far breccia altrove, il cambio di paradigma sarebbe nei fatti.

Bisogna chiedersi: ha senso, con la crisi economica che abbiamo davanti, continuare a fare come si faceva prima? Cioè realizzare mostre l'una dopo l'altra e poi buttare via tutto per rifarne subito un'altra? Non converrebbe puntare sulla formazione del pubblico vero e di un turismo di prossimità?

Tuttavia il modello del "mostrificio", per quanto discutibile, ha creato un'economia importante, generato un indotto.

Non lo metto in discussione. Ma continuare allo stesso modo, credere di poter ricominciare esattamente dove c'eravamo lasciati, ci porterà a sbattere contro un muro. La pandemia ci obbliga a cambiare, personalmente credo che sia necessario farlo e alla svelta, utilizzando i fondi pubblici a disposizione di un museo per ampliare e includere le persone. Il nostro benessere futuro dipende dalla qualità della democrazia che saremo riusciti a creare oggi.