Paolo Michielotto licenziato per la consegna gratuita ai clienti e morto suicida: dopo 2 anni il giudice gli dà ragione

Era illegittimo il licenziamento di Paolo Michelotto il magazziniere di 55 anni morto suicida dieci giorni dopo essere stato licenziato in tronco dalla sua azienda per un presunto danno di 280 euro nell’agosto del 2024. A quasi due anni da quel tragico gesto, infatti, il giudice del lavoro del tribunale di Venezia ha giudicato non valido quel licenziamento dando ragione ai familiari dell'uomo che in tutti questi anni hanno deciso di portare avanti la battaglia legale contro la Metro di Marghera per la quale l'uomo aveva lavorato per ben ventisette anni.
A darne notizia è stata la CGIL di Venezia che assieme alla Filcams ha affiancato la famiglia di Paolo nella contestazione del licenziamento dell'uomo. "Questa decisione fa giustizia della sua rettitudine, del suo alto senso del dovere e della sua onestà, che Metro aveva umiliato con un licenziamento ingiusto. Purtroppo Paolo non potrà gioire di questo risultato. Ed è proprio per questo che sentiamo il dovere di ringraziare profondamente i suoi familiari, che con forza, dignità e determinazione hanno portato avanti una causa giusta, non solo sul piano umano ma anche su quello civile e del lavoro" dichiarano dal sindacato, aggiungendo:"Questa vicenda rappresenta per noi l'ennesima dimostrazione di un fatto semplice ma decisivo: il lavoro non può essere considerato una merce. Non è accettabile che il profitto venga anteposto alla vita delle persone, alla loro dignità, alla loro storia, alla loro integrità morale".
I fatti risalgono all'inizio all'estate del 2024 quando il 55enne addetto alle vendite e con un portafoglio di clienti consolidato, in gran parte ristoratori del centro storico di Venezia, venne accusato dall'azienda di aver agevolato alcuni di quegli stessi clienti consentendo loro di risparmiare sulle spese di consegna. Secondo l'accusa, il cinquantacinquenne consigliava ai clienti di inserire determinati articoli nel carrello virtuale anche se non disponibili per arrivare alla soglia di 250 euro che permetteva loro di non pagare le spese di spedizione.
Un comportamento ripetuto nel tempo e che l'azienda aveva ritenuto dannoso valutando il danno complessivo in 280 euro. Tanto era bastato per una sospensione e poi un licenziamento in tronco che aveva portato poi l'uomo a togliersi la vita circa 10 giorni dopo. Un provvedimento sproporzionato, secondo sindacati e familiari che hanno deciso così di intentare la causa contro l'azienda chiedendo un risarcimento pari a 24 mensilità per gli eredi.
"Questa causa non ci restituirà Paolo, ma vogliamo giustizia per il modo in cui è stato trattato", avevano spiegato i parenti, aggiungendo: "Si sentiva umiliato per quello che gli era accaduto. Era una persona onesta e dopo 25 anni di lavoro si è trovato con la dignità lesa”.