La storia di Alessio Testa, emigrato da Torino a Napoli per la musica: “Vita lenta? Il sud è una macchina da guerra”

Alessio Testa, tra i proprietari del format Nostalgia 90, insieme al fondatore Angelo Radano, ha un lungo passato musicale. Nativo di Torino, ha cominciato nel mondo della musica con i Sintica, arrivando a partecipare anche al reality Star Academy, un programma che durante la sua edizione fu chiuso dopo sole tre puntate. Poi la Bliss Corporation, il lavoro con Lorella Cuccarini e l'esperienza per 5 anni con Gabry Ponte e la sua Dance and Love. Tutto questo prima dell'arrivo della pandemia che lo portò a un cambio di vita, anche geografico. Prima l'immersione totale nel progetto dello sviluppo di una community che conta 300 eventi all'anno e oltre 2 milioni di follower complessivi sulle pagine social. A quel punto da Torino si trasferisce a Stella Cilento, un viaggio di soli tre mesi che si trasformerà poi in un trasferimento definitivo. Anche e soprattutto per le modalità di lavoro: "Si parla spesso della famosa ‘lentezza' del Sud, che in realtà io, lavorativamente, non ho affatto trovato", racconta Testa. Al contrario, l'impatto con l'industria degli eventi partenopea e cilentana è stato dirompente: "Qui al Sud ci sono delle vere e proprie ‘macchine da guerra' nel settore lavorativo, professionisti che fanno una differenza enorme". Qui l'intervista ad Alessio Testa.
Come ti avvicini alla musica?
Il primo approccio con la musica è stato al liceo, di fronte c'era una sala prove. Durante l'ora di religione prendevo l'ora libera e andavo nella sala prove, e così è nata la prima band, i Sintica. È stato un esperimento particolare perché ero molto giovane, avevo diciassette anni.
Poi?
Incidemmo il primo demo in casa, in cameretta, come si faceva una volta, insieme a Marco Della Piana, che oggi è un produttore che ha lavorato con artisti affermati. Eravamo giovanissimi: mandammo il demo a un tour director di Red Ronnie, ci presero e da lì iniziammo a provare e ad andare in tour. È stata un'esperienza bellissima. In quel periodo ricalcavamo molto il sound torinese dei Subsonica, ma emergere era difficile. Così cercammo di ingegnarci e abbiamo avuto l'idea di diventare una sorta di etichetta fantasma.
In che modo?
Ci facevamo anche da ufficio stampa. Andavamo dalle aziende a cercare sponsor e siamo arrivati anche a farci dare fondi da chi produceva i CD per finanziare il disco. Andavamo soprattutto da aziende storiche per la stampa e poi li distribuivamo gratis ai concerti. È stata un'operazione molto carina: abbiamo stampato 30.000 copie del primo singolo e 10.000 del secondo.
I primi risultati?
Successivamente decidemmo di prenderci un anno per partecipare ai concorsi musicali. Il primo che facemmo fu il Premio Augusto Daolio nel 1996; lo vincemmo e andammo a suonare a Novellara con i Nomadi. Un'esperienza fantastica. Nel 2001 partecipammo anche a un concorso ai tempi della prima edizione del Tora! Tora! Festival in cui il direttore artistico era Manuel Agnelli.
Quando cambia la dimensione del tuo lavoro?
Alla fine degli anni Duemila entrai come cantante nella Bliss Corporation, la storica etichetta torinese che ha creato il team di Roberto Molinaro. Tutto nacque in modo banale: andai a fare una serata in un locale, mi sentirono cantare, facemmo amicizia e mi presentarono a Massimo Gabutti, il produttore di grandi successi dance italiani e internazionali. È stata una delle esperienze più belle della mia vita, c'era uno scambio artistico incredibile. C'erano persone che hanno fatto la differenza nella discografia di quel periodo. Si respirava ancora il successo internazionale degli Eiffel 65. Sono stati giorni bellissimi. Nel frattempo, continuavo a cantare in discoteca, a 50 o 100 euro a serata, per mantenermi gli studi universitari in lingue orientali.
Collaboravi anche con realtà emergenti?
Sì. A un certo punto, credo fosse il 2008, arrivarono in studio i dARI, che in quell'anno avevano fatto il botto con "Wale (tanto wale)" di cui ho curato l'edizione in spagnolo.
Poi arriva Star Academy.
Un giorno mi chiamarono dalla redazione del programma Star Academy e mi spiegarono che c'era stato un problema e che dovevo andare io a fare le audizioni al posto di un altro, per non far fare brutta figura all'etichetta. Io non ero decisamente un tipo da talent, ma accettai di andare a Milano. Mi presentai alle audizioni totalmente sgangherato e senza aspettative: truccato, con pantaloni a righe rossonere e una camicia viola. Contro ogni previsione, passai la prima audizione, poi passai la seconda e alla fine mi presero nel programma. La prima puntata fu bellissima, girano ancora i video su YouTube, però le favole non sono sempre a lieto fine.
In che senso?
Star Academy chiuse dopo sole tre puntate per bassi ascolti, nonostante i grandissimi investimenti. Ci ritrovammo di punto in bianco senza trasmissione. Eravamo tantissimi ragazzi giovani e validi: c'ero io, Mario Amato, Gaetano Civello.
Tutti talenti usciti da lì.
Ci trovammo letteralmente col cerino in mano. Quando partecipi a questo tipo di produzioni, la casa discografica ha già il disco pronto; avevo preparato persino le versioni in giapponese dei brani. Così, all'improvviso, scoppiò la crisi e mi ritrovai a dover decidere cosa fare. Decisi di fermarmi: mi misi la camicia e trovai un lavoro normale come rappresentante di dispositivi di protezione individuale. Lavorai per un anno con l'obiettivo di mettere da parte i soldi per trasferirmi in Giappone e laurearmi. Nel frattempo, però, mi richiamarono in Rai come collaboratore ai testi per "Detto Fatto", e poi iniziai un bellissimo percorso lavorativo in radio con Lorella Cuccarini per "Citofonare Cuccarini".
Quanto è durata la vostra collaborazione?
Abbiamo collaborato per circa un anno e mezzo. Contemporaneamente iniziai a scrivere le sigle per m2o. Insomma, in quel periodo stavo per mollare tutto per partire per il Giappone, ma dopo "Detto Fatto" e l'esperienza all'Auditorium Rai con Cuccarini decisi di restare. Poi ricevetti la chiamata di Filippo, un ragazzo della Bliss Corporation con cui scrivevo canzoni. Nel frattempo Gabry Ponte si era già staccato e aveva fondato la Dance and Love.
In che modo entri in contatto con questa realtà?
Filippo mi chiamò e mi disse che cercavano una persona giovane, con voglia di imparare, per gestire i tour di Gabry Ponte. Io avevo ormai trent'anni e pensai: cosa ci vado a fare in Giappone? Alla fine decisi di buttarmi in questa nuova esperienza. Era l'estate del 2014. Iniziammo a lavorare insieme e imparai tutto sul campo: come trattare l'artista, come salvaguardare la figura del personaggio pubblico e come gestirne le esigenze interfacciandosi con le piazze e i locali. È stata la mia vera scuola.
Come spunta la figura di Angelo Radano, fondatore del format Nostalgia 90?
In quegli anni, verso il 2016-2017, mi contattò questo ragazzo del Cilento, Angelo Radano, per organizzare una serata di Gabry Ponte in discoteca. Mi chiedeva proprio le condizioni per organizzare la data. Parlando, mi raccontò di aver aperto una pagina Facebook chiamata "Nostalgia 90" che stava iniziando a fare dei bei numeri, dicendomi che organizzavano serate in giro e che presto sarebbero venuti anche a Torino. Quando andai a vedere la pagina, mi resi conto subito del potenziale. A volte ci vuole visione, o forse è semplice intuito.
Secondo te, chi è stato il primo pubblico di questo format?
Vediamo tanti ragazzi di 35, 40 o 42 anni con il passeggino e i figli: quelle persone sono diventate grandi. Probabilmente adesso stanno affrontando i veri problemi della vita e della società moderna, e quindi si rifugiano nel ricordo. È un porto sicuro.
Come si trasforma questo primo contatto con Angelo Radano in ciò che è poi diventato un format nazionale?
Lavoravo ancora per la Dance and Love, quindi ne parlai con l'azienda e decidemmo di prenderlo per vedere come andava. Così cominciammo a vendere e a fare le prime serate nei format in discoteca. Poi, però, nel 2020 arrivò la pandemia. Per me è stato come con Star Academy: la storia che si ripete. Vai avanti in un percorso e poi, all'improvviso, un taglio netto. Ci salutammo con Gabry Ponte e con l'etichetta, e andai avanti per la mia strada. Nel frattempo Angelo, il fondatore di Nostalgia 90, mi propose di continuare il progetto insieme, approfittando della pandemia per svilupparlo almeno dal punto di vista della community, per poi vedere cosa sarebbe successo. Io avevo anche una visione editoriale del progetto, che è ancora molto viva: volevo fare in modo che il messaggio degli anni '90, potendo contare su una community forte, prendesse anche altre strade. Ad esempio, in quel periodo realizzammo in collaborazione con Mondadori una bellissima intervista a Max Pezzali per la promozione del suo libro.
E in un momento di stallo degli eventi dal vivo, come si adatta Nostalgia 90?
Decidemmo quindi di organizzare un dj set di Nostalgia 90 in una location, trasmettendolo in cross-posting con le pagine di tutte le discoteche d'Italia. Trasformammo Facebook in una grandissima discoteca digitale: a un certo punto erano connesse più di 120 realtà contemporaneamente. Tutti erano felici di trasmettere il dj set, anche perché in quel periodo di chiusura non costava nulla. Lo facemmo anche per solidarietà, supportati da tanti amici.
Cosa ti spinge poi a trasferirti da Torino a Stella Cilento?
Sicuramente i risultati del format che stava andando fortissimo al sud. A quel punto ho deciso di scendere, inizialmente con un trasferimento a tempo determinato, come nel film "Benvenuti al Sud" con Claudio Bisio.
Quale doveva essere la data del rientro?
Sono sceso ad aprile 2023 per il nostro primo vero tour importante e sarei dovuto risalire poi alla fine dell'estate: in realtà, non sono più tornato indietro. Mi sono fermato prima a Stella Cilento, a pochi chilometri da Santa Maria di Castellabate, che è il paese dove è nato Nostalgia 90. È incredibile pensare che un progetto così ampio e importante sia nato in un piccolo paese del Cilento. Un territorio che, secondo me, sarà il prossimo Salento, perché offre risorse incredibili.
Cosa ti permetteva la possibilità di poter seguire al sud questo format?
Inizialmente, io ero a Torino a gestire la parte organizzativa, ma tutto il comparto di produzione degli eventi, i service e le aziende partner erano giù in Campania. È anche per questo motivo che Nostalgia 90 va così forte al Sud. Al Nord facciamo tante date, ma in numero minore rispetto al Sud proprio perché la nostra base operativa e la rete di aziende con cui lavoriamo sono radicate qui. E questo si collega anche al discorso delle differenze culturali e lavorative del Meridione.
Che tipo di sensazione hai vissuto a trasferirti ormai in età adulta?
Sono arrivato in un momento della mia vita in cui sentivo fosse il mio posto, la possibilità di trovare una mia dimensione non solo lavorativa, anche perché ho incontrato l'amore con Annalisa, che è di Torre del Greco ma vive nel Cilento.
E dal punto di vista lavorativo?
Si parla spesso della famosa "lentezza" del Sud, ma io, sul campo, non l'ho affatto riscontrata. Per darti un'idea del contesto: vengo da un'epoca in cui i primi CDJ all'avanguardia stavano appena arrivando in Italia e gli sparkular sono esplosi solo verso il 2018. Eppure, qui al Sud ho trovato delle vere e proprie "macchine da guerra", professionisti che fanno una differenza enorme. Non c'è alcuna disparità in negativo, anzi. Ne parlavo proprio l'altro giorno con un collega di Torino che cura il management di grandi tour nazionali e ha iniziato da poco a lavorare giù. Mi ha detto: "Sono sconvolto: qui, qualunque imprevisto succeda, lo show si porta sempre a casa".
E tu come ti sei adattato a questo sistema?
Angelo mi prende ancora in giro: dice che all'inizio, arrivando dal Nord, mi presentavo la mattina in camicetta, tutto impostato e metodico. Invece qui si corre, si lavora a ritmi serratissimi e si costruisce tantissimo. È una questione culturale. Perché si fanno così tante date al Sud? Perché il valore della festa di piazza è sacro; non è semplice voglia di fare baldoria. A Napoli e in tutta la Campania, il settore degli eventi, dell'allestimento e della creatività mi ha letteralmente travolto. Qui un ballerino o un vocalist lavorano a ritmi altissimi anche tutti i giorni della settimana. Al Nord le agenzie ti dicono che si lavora solo il venerdì e il sabato; qui no. È un comparto produttivo enorme, alimentato dalla cultura locale e da un legame viscerale con le tradizioni.
Come si unisce all'attività e alla scena dance del territorio campano, e quali sono le differenze rispetto alla scena torinese che hai lasciato?
Già da quando ho lasciato Torino, avevo notato che al Nord le discoteche iniziavano a soffrire, con un'affluenza sempre minore. Qui, al contrario, le piste sono piene zeppe e si va a ballare persino la domenica in spiaggia; c’è una voglia di aggregazione viva e profondamente naturale. Sono rimasto piacevolmente impressionato nello scoprire che in questa terra, se decidi di fare l'artista, puoi tranquillamente viverci, anche rimanendo a livello locale. Poi, certo, subentrano le logiche economiche, la competizione e, inutile negarlo, serve anche una buona dose di fortuna. Sai qual è stata la prima cosa che ho pensato quando mi sono trasferito?
Quale?
Che in Campania fare l'artista può essere un lavoro vero. Devi impegnarti e sviluppare competenze, senza peccare di presunzione o cadere nella sindrome del "sono il più forte di tutti", ma l'opportunità c'è. Se ci pensi è matematico: ci sono decine di eventi concentrati in un fazzoletto di terra e tutti richiedono dj, vocalist, ballerini e performer. L'offerta di lavoro è enorme.
Mi racconti come hai vissuto il risultato della serata del Primo maggio alla ex Base Nato?
Quando Vanni Migliaccio mi ha chiamato un mese e mezzo prima dell'evento, dicendomi che voleva inaugurare la location con Nostalgia 90, ho accettato con grande entusiasmo. È nata in modo molto naturale: mi ha illustrato l'idea e mi ha mostrato il progetto di questo palco spettacolare. Strutture tecniche di quel livello in Italia se ne vedono pochissime, c'è una percentuale altissima di professionalità in quella location; ho conosciuto chi ci ha lavorato e hanno fatto davvero un capolavoro. Abbiamo deciso di cimentarci in quella data proprio per il discorso di prima: in questo momento storico non abbiamo l'urgenza di focalizzarci sui concerti a sbigliettamento, perché Nostalgia 90 è un format che esprime il suo massimo potenziale nelle piazze. La gente viene per vivere un momento di totale leggerezza e per stare bene.
C'è mai stato un interesse di grandi aziende televisive per il format?
Non ho mai ricevuto una telefonata o una proposta di collaborazione da una grande azienda televisiva, nonostante organizziamo 300 eventi all'anno. E ti dirò di più: quasi mi conviene rimanere in questa dimensione indipendente. Non voglio sembrare arrogante, ma ringrazio il fallimento di Star Academy, perché quell'esperienza ha sradicato il mio ego. Se inizi a pensare all'ansia che tutto questo domani potrebbe finire, ti rovini il momento. Attenzione, però: in cantiere ci sono dei progetti molto grandi per Nostalgia 90 che non posso rivelarti per ovvie questioni aziendali.
Qual è la cosa che ti ha sorpreso di più nella modulazione del tuo lavoro al sud Italia?
Mi ha sconvolto il fatto che io ero abituato ad aspettare che l'entità più grande si proponesse per acquisire il progetto. Qui, invece, la mentalità è: "Facciamola noi questa infrastruttura".
E invece, rispetto agli anni 90, com'è cambiata l'attività da vocalist?
Franchino ti faceva sognare perché raccontava le favole in discoteca. Ne parlo spesso con i vocalist più giovani, visto che ogni tanto mi esibisco anch'io in quel ruolo. Ci tengo a sottolinearlo: abbiamo degli artisti pazzeschi che lavorano per noi e che ci permettono di strutturare Nostalgia 90 come un vero e proprio circuito che porta il marchio in giro per l'Italia. Sono tutti professionisti che hanno vissuto quel decennio. Sanno cosa significava andare in discoteca e farsi trasportare dalla voce del vocalist, collegando quel ricordo direttamente all'esperienza musicale. Tanti anni fa, ai tempi della Bliss Corporation, discutevamo su quale fosse la differenza tra la musica di una volta e quella di oggi. Le canzoni degli anni '90 te le senti letteralmente cucite sulla pelle, in parte anche quelle dei primi anni 2000. Saranno i più giovani a dirci se i brani di oggi avranno lo stesso effetto sulle nuove generazioni.
Per te cosa rappresentano?
Per noi la canzone anni '90, italiana o internazionale, era legata indissolubilmente all'ascolto in radio e ai momenti con gli amici. Un po' come la vita di piazza qui al Sud, che mi affascina ancora tantissimo: vedere la gente fuori, i bambini che giocano a pallone, i genitori che li richiamano. Noi avevamo esattamente quel senso di aggregazione legato alla musica anni '90. Riportare in scena quella dimensione non è difficile, perché l'abbiamo vissuta davvero; non dobbiamo costruire nulla di artefatto. Non è una questione di andare a braccio o seguire un copione: si tratta semplicemente di evocare i ricordi reali delle persone.
L'intervista è stata editata per ragioni di chiarezza e lunghezza.