"Non conosco molto i penitenziari minorili" mi sussurra con la sua voce inconfondibile Franca Leosini. "Per il mestiere che faccio, sono portata a entrare spesso nelle carceri per adulti. Dimmi: a Nisida l'attività rieducativa funziona?". Inizia così la mia intervista a Franca Leosini. Con un capovolgimento. È lei a chiedermi un'opinione. Segno di una sensibilità verso gli altri rara, soprattutto tra i personaggi televisivi, ma Franca Leosini – lo si avverte persino in tivù, luogo per eccellenza della rappresentazione – possiede un'umanità che va oltre lo schermo. "Ti prego, dammi del tu" aggiunge ironicamente. D'altro canto, è ciò che sto cercando. Non il personaggio pubblico, non il mito social network, né l'idolo dei "leosiners". E nemmeno la conduttrice di "Storie Maledette" quel perfetto congegno narrativo televisivo che va avanti senza pause di successo dal 1994.

Sto cercando Leosini Franca nata a Napoli, la Franca Leosini dell'impegno sociale, la giornalista di ferro, la donna che è solita riflettere senza banalità, né rifugiandosi in retoriche popolari, su temi complessi come la "pena detentiva da intendere come progetto rieducativo". Tutte questioni che, col suo mestiere di giornalista e col suo essere partenopea, hanno qualcosa a che vedere. Non è un caso che proprio a Napoli, sabato 21 settembre, riceverà il Premio Responsabilità Sociale “Amato Lamberti" organizzato dall'Associazione Jonathan e dal gruppo di imprese sociali Gesco negli spazi del Centro Europeo di Studi di Nisida. Non un luogo qualunque. Qui infatti, sull'isolotto di fronte all'ex quartiere operaio di Bagnoli, c'è il penitenziario minorile che ospita centinaia di giovani, alcuni dei quali arrivati già da consolidati membri di clan di camorra.

Qual è il tuo rapporto con Napoli?

Non vengo spesso a Napoli, perché lavoro a Roma da sempre e la scrittura – e poi la realizzazione – di "Storie maledette" non mi consente di viaggiare molto. Tuttavia Napoli è una città che amo profondamente, eppure spesso verso le cose che si amano molto si finisce anche per essere molto critici. Qui ho le mie radici. Anche se a volte mi chiedo come sia possibile che permangano in città certe situazioni di così grande criticità, come un certo tipo di criminalità organizzata.

Sei stata l'unica a intervistare in tv Immacolata Iacone, moglie di Don Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, che ha passato quasi tutta la sua vita dietro le sbarre.

Era a metà degli anni Novanta. Fu complicato trovare un luogo dove intervistarla. Cercavo un luogo che potesse, in qualche modo, riflettere la condizione di "clausura sociale" a cui, come moglie del boss, era sottoposta. Trovai un luogo perfetto, nel complesso di San Lorenzo Maggiore, grazie a una figura clericale illuminata, che comprese l'importanza di portare quella testimonianza al grande pubblico. Non per umanizzare la camorra, al contrario, per raccontarla dall'interno e svelarne le dinamiche che incidono così nel profondo anche sul piano sociale. Mi colpì una frase di Immacolata Iacona su suo marito, quando disse: "Raffaele Cutolo è un uomo che ha molto sbagliato, ma ha anche molto pagato."

A proposito di "molto pagare" e debito con la giustizia. Stai per ritirare un premio dedicato alla figura di Amato Lamberti, uno dei primi a studiare il fenomeno camorristico. E lo farai a Nisida, sull'isolotto che ospita il carcere minorile.

Sono felice di andare a Nisida, è un luogo da cui si gode un panorama mozzafiato. Spero che alla cerimonia di premiazione saranno presenti anche gli ospiti dell'Istituto. Come ti dicevo all'inizio, per il mestiere che faccio non sono mai entrata in un penitenziario minorile, perché ai minori non è consentito rilasciare intervistare.

Minori che, in ogni caso, vivono in una condizione di privazione della propria libertà personale…

Credo molto all'importanza della pena in funzione di un progetto rieducativo, come elemento propositivo. In generale, ritengo che espiare la propria pena, restituire in parte alla società quel che si è tolto, è fondamentale per la rieducazione e per il reinserimento. Senza quella, non si va da nessuna parte. Soprattutto se si è ancora agli albori della vita.

Nel corso della tua carriera non hai mai fatto mistero dell'inclinazione sociale nel tuo lavoro di giornalista e divulgatrice televisiva.

Sì, perché sono convinta che attraverso il racconto dei crimini di sangue è possibile raccontare la società in cui viviamo. Peraltro, la mentalità di un territorio e il contesto sociale incidono in modo significativo sui crimini. Anche se il crimine, è bene ricordarlo, è trasversale sul piano sociale. Sul mio impegno sociale, però, consentimi di dire una cosa…

Prego.

Ricevere un premio è sempre estremamente gratificante, perché dà anche la misura dell'impegno morale e sociale con cui vivo il mio lavoro. Lo ripeto spesso agli studenti che incontro, quando ho il privilegio di fare quelle che vengono definite Lectio magistralis in alcune Università come La Sapienza di Roma: c'è prima la persona e poi il suo percorso di studi e lavorativo. L'impegno sociale è qualcosa che gli altri ti riconoscono nel lavoro, per come lo fai, e per come riesci a guadagnarti sul campo l'apprezzamento di chi ha la generosità di seguirti.

Domani alle 18, a Napoli al Centro Europeo di Studi di Nisida, andrà in scena il Premio Amato Lamberti, che sarà aperto da un video-messaggio di Renzo Arbore e dall’intervento sul palco di Alessandro Siani. Nel corso della cerimonia di premiazione interverranno tra gli altri l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano,  il direttore editoriale della casa editrice Marotta&Cafiero Rosario Esposito La Rossa. Interverranno alla cerimonia di premiazione anche il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, il presidente del Premio Napoli Domenico Ciruzzi, il direttore dell’IPM di Nisida Gianluca Guida e la moglie di Amato Lamberti, Roselena Lamberti.