
I giorni che precedono l'esame di maturità sono un coacervo di agitazione e adrenalina per gli studenti, mentre hanno l'effetto di una ventata nostalgica per chi, invece, tempo fa si ritrovava tra i banchi di scuola a vivere uno di quei momenti che avrebbe ricordato per sempre. A distanza di anni, passando di generazione in generazione, non cambiano le emozioni che i maturandi provano sulla loro pelle, ma c'è anche un'altra cosa che proprio non cambia mai, e non si può dire si altrettanto bella: nelle tracce della prima prova non compaiono mai autrici donne.
Non un'iperbole, per restare in tema di analisi del testo, ma un dato di fatto che racconta molto più di quanto si possa immaginare. Quest'anno la scelta è ricaduta su Cesare Pavese e Vitaliano Brancati, autore mai comparso prima nelle prove ordinarie della maturità (quelle svolte da tutti gli studenti ndr.), ma in ventisette anni da quando fu introdotta la possibilità di analizzare un testo poetico o narrativo, non è mai stata scelta una donna. Eppure, se consideriamo che a vincere il Nobel per la Letteratura nel 1926 è stata Grazia Deledda, un'autrice, donna, nonché italiana, qualche domanda bisognerebbe porsela.
Non è vero che non ci sono abbastanza voci femminili a raccontare il "secolo breve", il vero problema è che non si conoscono e questo perché, purtroppo, i programmi ministeriali non sono aggiornati come sarebbe consono. Talvolta i professori fanno fatica a completare lo studio di grandi autori come Italo Calvino o Pier Paolo Pasolini, che hanno contribuito alla formazione del pensiero moderno, scrittori ma anche filosofi, figuriamoci se si può trovare spazio per le donne, che di spazio hanno sempre fatto fatica a trovarlo.
Si potrebbe obiettare che, in termini numerici, sono comunque più frequenti gli autori uomini e quindi è più facile ricadere su una scelta maschile, ma anche qui la statistica ci viene incontro. In quasi trent'anni Giuseppe Ungaretti, il poeta ermetico per eccellenza, è stato scelto per ben cinque volte, seguito da Salvatore Quasimodo che conta ben tre presenze nelle tracce della maturità. E altri autori (considerati, forse, "minori") dove sono? Che ne è di Umberto Saba, Antonio Fogazzaro, Carlo Emilio Gadda, Dino Buzzati e se ne potrebbero citare altri e altri ancora. Non è questione di numeri, quanto di scelte e di priorità, di importanza e valore dell'operato di chi con la propria voce si è impresso nella cultura di un'epoca. Non necessariamente la più recente.
Sarebbe stato bello, proprio nell'anno in cui il Rapporto Reuters sulla stampa vede il lento declino dell'informazione e della voglia di cercare notizie, dare spazio durante la maturità a una voce come quella di Matilde Serao. Prima donna a dirigere un giornale, Il Mattino, in stampa tutt'oggi nel Sud Italia o, ancora, restando in ambito giornalistico, qualche estratto di una delle più lucide penne che il nostro Paese abbia mai avuto: Oriana Fallaci. Perché no, d'altronde? Ma se queste suggestioni sono da considerarsi troppo avanguardiste, Elsa Morante sarebbe potuto essere un nome su cui puntare, ma anche Anna Maria Ortese, per non parlare di Natalia Ginzburg che è stata una delle autrici più prolifiche della nostra letteratura. O, ancora, una sempre più riscoperta e dibattuta Goliarda Sapienza, amata e temuta per la sua cruda verità, per quella capacità di raccontare gli eccessi degli individui con una brutalità sconcertante e meravigliosa. Ma qui, forse, siamo vicini all'iperbole di cui sopra. E se proprio non volessimo puntare alla prosa, ma alla poesia, se il nome di Alda Merini non necessita di presentazioni, al suo si può aggiungere con estrema convinzione quello di Patrizia Cavalli, generosa e delicata scrittrice che ha tracciato col suo pensiero l'animo umano, leggendone le più nascoste sfaccettature.

Insomma, di nomi ce ne sarebbero stati, ma è lo sguardo che deve cambiare. In un'intervista a Fanpage dello scorso ottobre, il drammaturgo Stefano Massini sottolineava proprio questo: "Da ex insegnante, dico che il problema parte da prima. Un'antologia scolastica sulla storia della letteratura italiana è tutta fatta da uomini. Quando inizieremo ad insegnare nelle scuole che l'Italia ha avuto grandi poetesse e che il metodo di Matilde Serao non era inferiore a quello dei suoi coevi, quello sarà un servizio enorme che faremo alle donne, daremo elementi di consapevolezza che attualmente non hanno".
E, qui, attenzione, non si tratta di femminismo, non si tratta di voler perorare una questione di principio, ma forse di consapevolezza. Se dalla scuola non diamo il giusto tempo e spazio a chi ha raccontato con parole, idee, intuizioni la nostra storia, con una voce diversa da quella che siamo soliti considerare allora, forse, non possiamo sperare che anche i più giovani capiscano quanto sia necessario aprisi all'ascolto di chi, per lungo tempo, è rimasto nell'ombra senza che vi fosse ragione alcuna.