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Il tempo non passa per Sal Da Vinci, Baltimora guarda avanti, Noemi ci prova: le recensioni della settimana

Dalle nuove canzoni di Noemi, Guè e SANTI FRANCESI agli album di Sal Da Vinci e Baltimora: le recensioni delle uscite musicali della settimana.
Sal Da Vinci e Baltimora
Sal Da Vinci e Baltimora

Una settimana dopo l’altra, un venerdì di nuove uscite dopo l’altro, il tempo sembra aver smesso di scorrere. Anche questo fattore deve contribuire alla sensazione di stallo che continua a dominare nella musica popolare: i nomi nuovi si danno il cambio ma nulla sembra appiccicarsi solidamente alla nostra memoria. Qua da noi la hit del 2026 è ancora una canzone del Festival di Sanremo, che ha appena celebrato il record di settimane in vetta nell’era digitale. Tredici settimane che "Ossessione" di Samurai Jay è diventata esattamente quello che stava scritto sulla scatola, subliminale come tutti i tormentoni.

Se vogliamo fidarci delle classifiche come metro attendibile di popolarità, beninteso. E certamente non possiamo togliere alcun merito alla canzone di quello che la scorsa settimana abbiamo scoperto essere un maestro di poliritmi. Questa settimana molte canzoni provano a scalzare la sedicente hit di Samurai Jay. Forse se non ci riuscirà nessuna, non sarà solo per demeriti della canzone. Forse è soltanto che, come nel nuovo album dei Boards Of Canada, "Inferno", uscito oggi dopo 13 anni di attesa, lo spazio e il tempo hanno cessato di essere dimensioni dinamiche, e siamo condannati a vivere in un eterno presente. (E visto che il presente dura per sempre, dedicati almeno a un ascolto di questo disco).

O magari il tempo si è riavvolto, come ha provato a fare Paul McCartney con il suo "The Boys of Dungeon Lane". Se la simulazione si è inceppata lo scopriremo venerdì prossimo. Intanto, ecco le canzoni della settimana e qualche album italiano per sondare lo stato di salute di ciò che resta del nostro mainstream e non solo.

I nuovi singoli mirano all’estate, e spesso mancano l’obiettivo

Una volta le canzoni estive si palesavano a fine marzo e non ci mollavano più. Ora, grazie alla gentile collaborazione del riscaldamento globale, la “bella stagione” per molti è cominciata da un pezzo, e quindi sembra troppo tardi per presentare candidature al tribunale dei tormentoni. Eppure, qualcuno ci prova, con alterni risultati.

Il nuovo singolo di Maria Antonietta e Colombre, "Senza vestiti", porta un messaggio che di questi tempi appare nemmeno desiderabile, ma proprio necessario: fare di tutto per dimenticare il mondo e la sua crudeltà, dicendolo con un ta-tà nel ritornello. L’amore è – come diceva un ex Beatle – la risposta: un amore sensuale, certo, ma anche puro e naif, se consideriamo “senza vestiti” due amanti indaffarati, ma anche due persone che si mettono a nudo. L’atmosfera è notturna, certo (la scala discendente di chitarra ricorda Goodnight Moon degli Shivaree, quello sì un tormentone 26 anni fa), ma il tutto suona più come una complice e tenera messinscena, forse un gioco di ruolo (di nuovo, cose da ragazzini ma anche decisamente sensuali) in cui come due novelli Bonnie e Clyde ma senza il crimine, Maria Antonietta e Colombre fuggono dalla realtà.

Troppo serio? Beh, non c’è assolutamente nulla di serio nella collaborazione tra TonyPitony e Guè prodotta da Shablo, Cadillac, che di nuovo sembra rifarsi nell’estetica del video ai film americani con le grandi fughe. E attenzione alla vocale, perché le allusioni sessuali qua si sprecano. Certo, sono allusioni tra maschi che, più o meno letteralmente si stanno misurando vicendevolmente i peni: sarà in questo modo che risolveremo la mascolinità tossica? Aggiungendo una banale razzializzazione per dimostrare con un triplo salto carpiato che i personaggi interpretati dai cantanti sono spregevoli e che è tutta una satira? Oh, ma lo sappiamo che Guè e TonyPitony sono spregevoli (come personaggi, s’intende), e a quanto pare c’è sempre pubblico per i cattivissimi scorrettissimi nelle canzoni italiane. Chissà quando ci sarà pubblico per beat più freschi di questo revival g-funk e per interpretazioni vocali degne del nostro tempo?

Una canzone che si prende decisamente sul serio è "guerrilla" dei SANTI FRANCESI, che dopo una lunga pausa ritornano con una produzione piuttosto radicale: a tenere il tempo, parecchio veloce, un breakbeat hardcore all’inglese molto primi anni ‘90; a dare la veste armonica e un’ulteriore sezione ritmica una chitarra spaventosamente distorta e ribassata, quasi metalcore; e in mezzo un cantato che nelle strofe scivola rimando, completando il crossover. Una scelta coraggiosa, ripresentarsi al pubblico con un brano così, che del resto vuole comunicare una frustrazione che è difficile non provare.

Un crossover riuscito molto meno è la collaborazione di Gabry Ponte con Salmo, "Tik Tak", decisamente più lanciata e precipitevole, benché condita con un repertorio di luoghi comuni delle produzioni EDM da Tomorrowland: un drop a far salire la tensione, un breakdown a spezzare il ritmo originale, un finale gabber, e una linea melodica talmente banale da essere degna di una filastrocca. Si potrebbe quasi ipotizzare che il dj abbia prodotto la traccia con il generatore Suno, il che non costituirebbe un’offesa per lui dato che ha pubblicamente sponsorizzato sul suo profilo Instagram questo programma.

Sarà che d’estate si è sempre nostalgici di un’altra estate, ma "una possibilità" di Malika Ayane cattura proprio l’inseguimento continuo delle nostre insoddisfazioni, bilanciando attese epiche (“cantami o diva”) e risultati molto più deludenti (“mi sento già una Ferrari dentro il fosso”), che ci portano a rimpiangere in un loop eterno. E a ricordare che quella chitarra ritmica ricorda moltissimo quella dei Brian May, di milioni di estati fa.

Magari un briciolo della magia di Samurai Jay si appiccicherà a Noemi, visto che il suo ultimo singolo è prodotto dallo stesso Vito Salamanca di Ossessione. In verità, ascoltando "Tu cosa fai questa sera", il passo latino spinto da una cassa gigante abbinato a un’armonia nettamente minore ricorda piuttosto "Mon Amour" di Gigi D’Alessio, mentre il quesito così centrale nell’economia del testo e nell’energia della melodia si porta dietro qualcosa di Raffaella Carrà. Origini nobili o tragiche, a secondo dei gusti, ma almeno non tocca l’abisso del cringe del country rap meneghino di J-Ax. Il problema fondamentale di HIPPY YA YO, anche ammessi lo strazio stilistico e la banalità delle parole da line-dance triste, è che suona in modo pessimo, con un arrangiamento strapieno e un mix fittissimo che suona allo stesso tempo solido e vuoto come un foratino di cemento. Ci vuole orecchio, diceva Jannacci.

E infatti bisogna sempre fidarsi di quello, senza cercare di quantificare tutto. Ad esempio, come si fa a dire che tra Mara Sattei ed Enrico Nigiotti non c’è alcuna alchimia? Basta ascoltare "sabato sera", canzone di nuovo senza equilibri e con un’intesa nulla e un incastro timbrico malriuscito tra le due voci. Se vuoi ascoltare un duetto ben riuscito, senti "l’erba, l’acqua, la famiglia" di HÅN con Rareș (di cui parlammo due settimane fa), canzone sbilenca e adorabile in cui le due voci occupano spazi complementari dando ordine al frenetico “vado via vado via vado via” del memorabile inciso. Noi invece non andiamo da nessuna parte, e restiamo qui ad ascoltare qualche nuovo disco.

Per sempre sì di Sal Da Vinci funziona meglio quando non si limita a conservare

A proposito di tempo, nessuno ha imposto per legge che la musica si debba evolvere di anno in anno. Dopo migliaia e migliaia di anni di – si presume – evoluzione costante ma lenta, è stata l’era industriale a indurci a credere che la musica fosse un prodotto come gli altri, sempre in attesa di innovazione. La canzone non è un prodotto, e lo si capisce bene quando si guarda al genere in assoluto più inflazionato: la canzone d’amore. Se fosse davvero inflazionata, come si dice, non venderebbe più e non si produrrebbe altrettanto. E invece ci si ostina. Sal Da Vinci si ostina, perché questo è il suo specifico: cantare d’amore, con ideali assoluti ma anche con una certa precisione nei dettagli descritti.

Lo fa in una maniera già sentita milioni di volte? Certo. Questo non toglie che possa essere piacevole per qualcuno sentirla una volta in più. Non tanto per misurare l’adesione a tradizioni consolidate, ma per vedere – anche dentro un prodotto al 100% commerciale e distribuito da un’etichetta major multinazionale – spiragli di differenza. Non lo schlager mediterraneo di "Fuga d’amore" con cassa dritta ed esplosione programmata. Non la scenata di gelosia di "Una lettera e un mazzo di rose" con uno dei tanti pre-ritornelli stracarichi di tensione (se interessa saperlo, "Pessimi pensieri" ha l’inciso sviluppato meglio). Non i bassi rotondi disco-pop ubiqui nel disco, né l’influenza della bachata un po’ casuale in Poesia.

Lo scarto lo vedi nella magniloquenza di "L’ammore è na prumessa", che ricorda le movenze di Renato Zero o Riccardo Cocciante, ma viene cantata senza la teatralità del primo o la visceralità del secondo, con il tono medio della voce di Sal. O la fusione pop-trap di "Somigli a me", che oltra alla cassa 808 e i piattini della seconda strofa presenta citazioni della cultura materiale di oggi (“il vocale”), riferimenti psicoterapeutici di sensibilità contemporanea (“gli attacchi d’ansia”) e melodie che cambiano aspetto per variare flow. Un Sal Da Vinci quasi Liberato, se vogliamo esagerare, prima che prorompa in un ritornello titanico. Per qualcuno basterà a non sentire, di nuovo, il tempo arrestarsi in modo innaturale.

Prendersi il tempo per apprezzare il disordine con In tasca di Baltimora

Si può raccontare la storia di Baltimora, all’anagrafe Edoardo Spinsante, come un racconto esemplare modellato sulla sua vita: la vittoria del talent show X Factor, l’uscita dell’album "Marecittà", l’allontanamento dai riflettori, e infine il ritorno secondo nuove condizioni, da persona cresciuta, un giovane uomo. Molto accattivante, ma le storie ci nutrono fino a un certo punto. Le canzoni di "In tasca", invece, hanno molto altro da dare. Qualcosa che può funzionare per qualsiasi tipo di esperienza (e quindi, qualcosa di veramente pop): una poetica del caos.

Una ballata completamente priva di beat come "Sesto me"; le chitarre distorte e innaturali ma placide di "Gli attori"; e ovunque gli acuti gridati lasciati sporchi, una registrazione poco pulita (senti come vibrano risuonando nell’aria gli archi di "Maltempo"); un timbro vocale mai abbellito con riverberi generosi, semmai manipolato nella direzione dell’imprecisione; tante voci che armonizzano (come in "Rimbalzo"); i glitch degli strumenti trattati come in un collage (il pianoforte di "Tasche"). Ogni cosa contenuta in questo disco vuole suonare distante dai canoni di bellezza dominanti: c’è una matrice stilistica soul? Sì, ma senza piacionerie. Certo, ci troviamo sempre dentro i confini della musica pop melodica. E forse è proprio  questo il punto: è tra le macerie che Baltimora può farti apprezzare lo splendore che sopravvive alla rovina.

Per fare ciò devi prestare appena un po’ di pazienza, devi trattare ciò che ascolti come il frutto di un lavoro umano, devi prenderti il tuo tempo e apprezzare ogni difetto. Curiosamente parlava di questo anche Emma Nolde (qua ospite in "Maltempo") nel suo ottimo disco del 2024 Nuovospaziotempo. Non è “vita lenta”, è farsi largo per poter tornare a immaginare un futuro, senza dare una passata di bianco sui difetti ma facendoli risaltare, appropriandosi di un’immagine della giovane età non come pura potenza illimitata, ma come inizio di una storia, con i suoi segni da mostrare.

Cinque anni fa il cantautore e produttore americano Dijon Duenas sintetizzava questo sentire nel disco "Absolutely": con tecniche di ripresa del suono che calavano la voce e gli strumenti in un ambiente volutamente caotico, con tagli-e-cuci di registrazioni, con esplosioni e silenzi, con un soul implacabilmente aspro e dolce, quel disco avrebbe contribuito alla definizione di nuovi canoni popdue settper esprimersi con onestà. Anche Justin Bieber con SWAG vi ha attinto di recente. Tra parentesi, Dijon è cresciuto nei dintorni di Baltimora, ma questo è solo un caso.

DDUMA ha pubblicato l’esordiente più interessante della settimana

Tempo fa scrissi che la presenza del dialetto non deve più stupirci nella musica pop. In assenza di punti saldi a cui ancorare una cultura condivisa, preoccupati da un sistema tecnologico-industriale che non ha a cuore i nostri interessi e fomenta dubbio, strappati alle nostre radici da un mezzo di comunicazione globale, ci ritroviamo sempre più spesso a interrogare la tradizione musicale popolare e a usare le sue parole. Ma il dialetto non è solo conservazione di un relitto: è anche e prima di tutto uno strumento presente, in evoluzione in parallelo alla lingua standard di cui molto spesso non è nemmeno propriamente una deviazione, ma proprio una lingua altra.

Cantare in salentino per DDUMA sembra più l’occasione per sviluppare una sua voce, nettamente distinguibile e personale: “Utilizzare il dialetto è stato come scoprire un linguaggio nuovo, come pensare in un’altra lingua”, raccontava qualche settimana fa presentandosi in gara a Musicultura 2026. "Fimmine de guerra", il brano portato alla competizione e contenuto in questo EP, è una traccia che acquista ancora più senso se immersa in un contesto culturale, come risposta a una tradizione e alle sue implicazioni sociali (pensa anche a "Figlia d’ ‘a tempesta" di La Niña).

Ma con le produzioni di Machweo la cantautrice sembra soprattutto in cerca di sé stessa: fai caso a "Furtuna", pezzo piano voce e fantasmi, con un arpeggio labirintico che prende molti vicoli oscuri e torna sui suoi passi come in certo cantautorato ipnagogico alla Andrea Laszlo De Simone; o al trip-hop arso dal sole di "Peronospora". Siamo sospesi nel vuoto, in una terra senza tempo, dove il dialetto e la naturale melodicità di DDUMA sono la bussola e la mappa per ritrovare una strada. Vale la pena seguirla se non vogliamo perderci anche noi.

Tre dischi che ci ricordano la fisicità della musica

Mi permetto di chiudere con tre segnalazioni che escono dai consueti circuiti. Nel primo caso, Foli Bah, è la seconda collaborazione tra Khalab (Raffaele Costantino), il fondatore dell’etichetta Hyperjazz che si occupa dell’elettronica, e Baba Sissoko, musicista maliano griot a cui spetta tutto il resto. Sebaya, una delle tracce più ipnotiche, mette in chiaro la posta in gioco: sia la ripetizione del loop campionato sia il motivo circolare battuto sullo djembe o pizzicato sullo ngoni sono messi in moto dal medesimo propulsore, un’istanza che travalica linguaggi e tradizioni, un bisogno di presenza, ritualità, libertà che interroga non solo i nostri bisogni primari ma una più profonda questione esistenziale. Il che aiuta a percepire le composizioni originali di Sissoko non solo come un fossile vivente da osservare nella sua alterità, ma come parte di una cultura viva e in continua evoluzione.

"This is not my first album but it is" di Core Mato esce per la veneta Dischi Sotterranei, etichetta responsabile di alcune delle più entusiasmanti uscite della musica alternative italiana, da Coca Puma ai Laguna Bollente, da Merli Armisa ai Post Nebbia. Core Mato è un ulteriore pregiatissimo contributo a un roster unico, e il suo disco lo dimostra: musica dance-punk, giri di basso che non mollano un secondo, con una profusione di riff talmente ipnotici da ricordare a sorpresa il blues elettrico beduino, e voci campionate e tagliuzzate che anziché dare un’interfaccia umana alle sue tracce le fa somigliare a incubi febbricitanti da cui si decolla. Impossibile da ascoltare immobili.

Un vero maestro italiano dell’ambient, Gigi Masin, porta in "Movement" decenni di studio, ricerca e riflessione su questa musica che, per definizione, ha il compito di mimetizzarsi nello spazio che di volta in volta occupa. Ma se gli spazi sono virtuali, se lo spazio è il corpo stesso che ascolta? Sempre dipingendo con sensibilità un’armonia a grandissime pennellate, quindi, Masin ci invita a percepire le sue composizioni con un approccio che non è necessariamente quello ritualizzato e normato del ballo, ma una fisicità istintiva come quella animata dalle scariche percussive di The Age Of Sampling.

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