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I ritmi di Samurai Jay, l’imperfezione di Coez, il dono prezioso di Tosca: le recensioni del 22 maggio

Da Samurai Jay a Coez, passando per Tedua e Tosca, ecco le recensioni di album e singoli usciti questa settimana.
Tosca, Coez e Samurai Jay
Tosca, Coez e Samurai Jay

Una ricerca pubblicata da FIMI pochi giorni fa dice che gli italiani ascoltano musica per 21,9 ore alla settimana, il 15% in più rispetto a cinque anni fa. Contemporaneamente, Spotify svelava il piano di inserire nel mercato americano una funzione, chiamata Reserved, che darà accesso riservato e prioritario ai biglietti dei concerti di certi artisti a quegli utenti Premium che ascoltano di più i suddetti: sei un fan sfegatato, insomma, lo dimostri ascoltando a ripetizione. (Non durante il sonno, in qualche modo Spotify dice di sapere se stai facendo “sleep streaming” per pompare i numeri). Apparentemente, amare la musica è diventato un lavoro in catena di montaggio.

Forse è questo uno dei modi in cui l’industria musicale nel suo complesso si prepara a spremere i cosiddetti superfan, mentre la parte meno intelligente del pubblico sarà impegnata a dire all’intelligenza artificiale di Spotify di fargli una cover o un remix di una canzone famosa: Universal Music Group ha stretto un accordo con la piattaforma per questa imperdibile degradazione del concetto di play. Forse per uscire da queste meccaniche così chiaramente disumane bisogna fare l’esatto contrario. Ascoltare meno, lasciandosi incuriosire da più artisti. Così, anche questa settimana, accanto a raccomandazioni e considerazioni sulle nuove uscite italiane più popolari, proviamo a segnalare anche qualcosa di inaspettato, esercitando quell’organo intellettuale che non dobbiamo rischiare di atrofizzare: la curiosità.

I singoli: Le ragazze confonde, Buon vento non si incastra, il rock rialza la testa

Due dei brani più in vista questa settimana sembrano uscire puntualmente per accogliere l’estate imminente. Ma ci riescono o dobbiamo aspettare un’altra settimana?

Clara e Sangiovanni ne "Le ragazze" toccano un punto abbastanza basso della canzone italiana, fra produzione blanda (la cassa non spinge mai), rime sgangherate (“Siamo le ragazze, andiamo in giro sempre con altre ragazze”) e un concept confuso, in cui si cerca di far convivere indipendenza femminile e sguardo maschile (“a me fanno uscire pazzo”) con scarsa efficacia. La melodia del goffo refrain è sufficientemente breve e regolarmente accompagnata da coreografia, quindi forse un giro su TikTok le inoculerà un po’ di vita.

"Buon vento" di Alfa e Jovanotti ha tante buone intenzioni: incanalare la voglia di cambiamento e movimento delle generazioni più giovani, scuotendole dall’apatia e dal cinismo, dentro la confezione di un grazioso inciso latin-folk-pop. Purtroppo, le energie dei due artisti combaciano, ma i due timbri vocali niente affatto, e il refrain galileiano “si muove!” sembra troppo generico per significare qualcosa di potente. Forse gli studenti delle scuole primarie si affezioneranno invece a "Bam Bam Bambina" di Elettra Lamborghini, formulata in modo spaventosamente uguale a tutte le sue precedenti hit, ma con un messaggio di indipendenza femminile comunque più chiaro di "Le ragazze".

Se vuoi sentire qualcosa che sovrapponga una visione personale al sentimento del tempo, puoi provare "Sotto controllo" di FreshMula, rap sinuoso eppure conscious, dove il protagonista si divincola tra catene di oppressioni e abusi piccoli e grandi. Da segnalare anche "Veleno", il ritorno di Tormento che si cimenta in un crossover rap rock riuscendo a coniugare abbastanza bene il suo proverbiale timbro vellutato con le stangate sincopate di chitarra basso batteria. C’è da segnalare che nel frattempo anche il rap americano sta avvicinandosi al rock: prova a sentire il nuovo singolo di Vince Staples, "White Flag", o il recente album di Kenny Mason, "Bulldawg". Sta aprendo ancora alle chitarre elettriche e a un beat non ipersaturo anche Charli XCX, con la mesta "SS26". Si potrebbe definire una concessione al rock anche "Romantica" di Ultimo se non fosse che assomiglia piuttosto a un brano modellato (entro i limiti legali) su "L’amore non mi basta" di Emma.

Un paio di singoli di pop elettronico che valgono un ascolto per il loro atteggiamento pugnace ma sensibile sono "DIVISODUE" di Sofia Ara e "E quindi è bello" di Vienna, dimostrazioni plastiche che si possono evocare i gelidi panorami sonori del mondo digitale senza rinunciare a stranezza, fantasia e colore. (A questo proposito c’è un nuovo singolo dell’inglese Lola Young scritto con James Blake, "From Down Here", che sembra l’inizio promettente di una nuova era).

Un singolo di debutto straordinario, "I’ll be different" degli a nice noise, formazione a cui partecipano la cantautrice Adele Altro (cioè Any Other) e il trio She’s analog: rock elettronico liberatorio, doloroso, scintillante, asimmetrico in tutto tranne nella linea direttrice del suo crescendo emotivo e strumentale. Se cerchi qualcosa di semplicemente adorabile, "Cookie’s Party" del trio francese affascinato dall’Italia Dov’è Liana. Se vuoi entrambe le cose, visioni cubiche e un groove invidiabile, prima di lasciarti ai dischi ti indirizzo verso "Una spiegazione assurda" di Marco Fracasia.

Amatore di Samurai Jay celebra la complessità e ricchezza del ritmo

Samurai Jay – ph Luca Paparo
Samurai Jay – ph Luca Paparo

Da più di dieci anni, ormai, la musica italiana sta vivendo il suo rinascimento latino-americano, che regolarmente esige il suo tributo di ascolti, spesso casuali, non appena arriva il bel tempo. Eppure, di tante cose ghermite dalle danze di Puerto Rico o dalle melodie della Repubblica Dominicana, il ritmo è sempre stato un po’ carente qui da noi: la ricchezza cinetica degli originali veniva sprecata per obbedire alle leggi del mercato, che chiedono di semplificare. E così, tutto è diventato reggaeton, anche se reggaeton magari non era. Fa piacere che pur nel suo mescolone di riferimenti (come Flamenco paranoia che suona decisamente più simile a una bachata), l’album "Amatore" di Samurai Jay trovi un compromesso tra le esigenze dell’orecchio medio italiano e la passione per le intricate trame delle sue reference.

Liricamente c’è ben poco, e del resto la musica da ballare in genere ha altri obiettivi: luoghi comuni che dipingono una generica America latina pericolosa, esotica, turistica. Ma forse è proprio la povertà poetica a lasciare spazio, finalmente, a una sufficiente proprietà ritmica. La noti in particolare su "Malasuerte": nel refrain del brano – cosa abbastanza incredibile per il pop italiano – si può sentire chiaramente un poliritmo cosiddetto 4 nel 6, cioè un tempo in 4/4 solido, battuto dalla cassa, incastrato con un 6/8 che si sente nella melodia dell’inciso, nei battiti di palmas e nel bell’attacco energico di fiati. L’effetto di questa produzione (firmata da Vito Salamanca e da Mr Monkey) è farti percepire fisicamente l’ansia incalzante del protagonista, che sente la sfortuna come una presenza concreta e non come un concetto statistico. Qualche sfizio si trova anche in "La legge del karma", che sembra una rivisitazione di "Mi Gente" di J Balvin e Willy William con l’hook armonizzato su una scala maggiore cosiddetta bizantina o araba, che in linea teorica allarga verso oriente l’approccio mediterraneo di questo coacervo pop latino, rischiando così di assomigliare terribilmente a qualcosa che Mahmood avrebbe potuto inserire in Ghettolimpo.

In questo senso, "Amatore" è davvero un’opera di diletto. Perfino il dialogo improbabile mezzo in napoletano con Serena Brancale in "Disgraziata", con un testo che potrebbe venire da uno sketch di Sandra e Raimondo di 50 anni fa, funziona come gioco più che come canzone. Allora puoi lasciar perdere i lenti, non proprio illuminati, e guardare altrove: il latin-funk partenopeo adolescenziale di "Malatì"; il merengue dell’interludio "La Pula"; la fuga dagli orrori che, almeno per una canzone, non sentirai battere alla porta. (Se vuoi sentire un disco italiano e latino americano da farti tremare le caviglie, "Casi caustica, casi nada", il nuovo EP del trio Tresca Y Tigre composto dalla cantante e rapper italo-colombiana Sicala e dal duo di produzione Trampa, che mescolano cumbia, dub, dembow, hip-hop con energia aliena e irruenza catartica, quasi infantile).

L'imperfezione di From The Rooftop 3 definisce una volta per tutte la poetica di Coez

Coez – ph Tommy Biagetti
Coez – ph Tommy Biagetti

Su internet tutti cercano di inventarsi un format, ma pochi ci riescono. Dieci anni fa, in cima a un palazzo Coez ci riuscì con "From the Rooftop", nato come serie video e poi divenuto EP nel 2016. Cogliendo in pieno la nascente passione digitale per le “session”, e fondendo l’approccio a togliere alla Unplugged con la libertà del mixtape, questo formato presentava arrangiamenti diversi, incisioni in presa diretta e una scaletta punteggiata di cover. In pratica, una dichiarazione di intenti e capacità rilassata e meno esposta alle regole del mercato. Dopo un’altra pubblicazione nel 2022, oggi il terzo capitolo dimostra che quel format è ancora più urgente e attuale. Andando in giro a presentare il disco registrato sul Grand Hotel Baglioni di Firenze e il tour che l’accompagnerà, Coez ha sottolineato l’intenzione di fare le cose in modo umanamente imperfetto, senza sistemare l’intonazione con autotune, senza reincisioni e cuciture, senza infarcire la traccia di suoni.

Quasi minimale, sicuramente non tirato a lucido, il risultato indica una direzione verso un suono sempre più asciutto e pulito, con la voce praticamente immune dal riverbero, anche in brani più atmosferici come Cielo di sabbia. Lasciando la sbavatura esattamente dove si presenta. E così le canzoni hanno il dovere di stare in piedi da sole. Compito semplice per un pezzo da canzoniere italiano anni Dieci come "Faccio un casino", ma non così scontato in altri casi. Come "Blatte" di e con Colombre, il cantautore e musicista marchigiano (meritatamente) salito alla ribalta con la compagna d’arte e di vita Maria Antonietta nell’ultimo Sanremo, che in questo nuovo "From the Rooftop" fa il chitarrista e produttore. Quel brano, pubblicato nel 2017 originariamente con IOSONOUNCANE, suonava bagnato di un freddo rancore: Coez lo trascina nel suo mondo, scaldandolo e addolcendone almeno parzialmente l’amarezza con consumata nonchalance.

Un discorso simile si può fare per l’interpolazione di "You Are My Lady" di Freddie Jackson nel brano "Parla piano" con California, ex Coma Cose: qui la morbidezza innaturalmente digitale dell’originale dell’85 è solo una memoria lontana, l’esoscheletro appena appena ancorato a uno dei beat più decisi di un disco altrimenti sciolto dal bum-chà. Al di là delle immaginarie ricerche di autenticità, che inevitabilmente un disco “intimo” finisce per lanciare, forse la cifra di questo disco sta proprio nel consolidare un’idea condivisa della poetica di Coez: la rappresentazione dell’ambiguità dell’amore come ciclo di attrazione e repulsione, partecipazione e distanza, agio e sconforto. Una poetica che giustifica la minuscola anomalia, che premia l’incursione sottilissima del rumore, e incidentalmente dà nuovo senso alla locuzione degregoriana “butterò questo enorme cuore” ("Niente da nascondere"). Entro i ristretti limiti del formalismo pop, qua si sente tutto. Con le orecchie e no.

Tedua continua a crescere nel mixtape Ryan Ted

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Se il rap italiano è in crisi, nessuno ha informato Tedua. Libero dal concept, ma non dall’impegno a darci sotto, il mixtape "Ryan Ted" porta produzioni tutt’altro che abbozzate e quei flow dinoccolati unici nella trap italiana a frutto di una riflessione sul tempo. La nostalgia per l’età d’oro della Drilliguria si sente ("Gli anni"), ma non come tentativo impossibile di riavvolgere l’orologio. Non c’è nessuna purezza da riconquistare, perché anche i progetti più pop hanno svolto la loro funzione: dimostrare la potabilità mainstream di un MC idiosincratico, mentre si metteva alle prese con architetture narrative e presentazioni estetiche di rara ambizione. Semmai, queste sono le rime di una rapstar che, superati i trent’anni, continua a interrogarsi sulla sua posizione nell’imperscrutabile epica della vita, che contempla il passato per scoprirsi ancora affamato di futuro ("Gravità"; "Too Late"), e parla di amicizie e amore per esprimere appartenenza piuttosto che distanza ("Mai"; "Volare").

Le parole di Tedua sono quelle di un fabbro di versi curioso oltre che competente, impaziente di sapere come funziona la sua testa. E da quale luogo magico arrivino le sue parole. "Veliero di carta" fa precisamente questo: sopra un piano arpeggiato e un tempo lento che ricordano gli anni ‘90 (impeccabile la produzione di Dibla & Jiz), Tedua svela il suo processo creativo, descrivendo scene di ispirazione ipnagogica e aprendo squarci sulla sua psiche, ma anche omaggiando dichiaratamente i suoi maestri, grazie a un ritornello che incolla fra loro versi di Jake La Furia, Dargen D’Amico, Ghemon, e così via. Certo, è un disco pensato per fomentare un pubblico in attesa di vederlo a San Siro, ma anche le tracce ipercinetiche ("Felpa Nera" con ANNA, "Hoola Hop" con Ernia) hanno flow mutevoli, articolazioni metriche fitte, allusioni e citazioni per solutori attenti, trame fonetiche fibrillanti.

Gli ospiti sono graditi, da Latrelle a Nerissima Serpe; le molteplici produzioni di Shune sono brillanti e rombanti; e "Giovane e bello" con Sayf ha tutte le carte in regola per essere una hit, a partire da un inciso melodico memorabile. Eppure, "Ryan Ted" è sopra tutto una mappa per reimparare a conoscere un artista che non smette di crescere. E di spassarsela: “Volevi contenuto, ma mi dai un minuto per divertirmi con il flow?”, dice nel "Ryan Ted Freestyle" al centro del progetto, se non fosse che il divertimento di Tedua è un affare molto serio. (E in onore del rap di vecchia scuola, bisogna segnalare il ritorno della Cricca dei Balordi con l’album "Yeti" sospinto dai beat di Bassi Maestro e D.J. Zeta).

Le Feminae di Tosca per avere fiducia nella canzone

Tosca – ph Riccardo Ghilardi
Tosca – ph Riccardo Ghilardi

Ogni volta che muore un grande della canzone, come Gino Paoli appena due mesi fa o Ornella Vanoni il novembre scorso, si diffonde il terrore che questa nobile tradizione sia destinata a svanire pian piano con le spoglie dei suoi decani, mentre si fatica a vederne non tanto dei custodi ma dei continuatori. Tosca è una delle artiste che a questo bene immateriale dell’umanità sa badare con passione, come ha dimostrato una carriera che ha costeggiato pop d’autore, canzone napoletana, musica brasiliana. Qui l’interprete romana maneggia con grazia sovrumana questa materia incandescente, non legando la canzone al suo contesto storico, ma facendola propria e dispiegandola nell’elegante e potente koinè sonora della produzione di Joe Barbieri. Temi storici del repertorio melodico, come il bolero "Silencio" di Rafael Hernandez adattato in "Il giglio, la verbena, il glicine e la rosa" con Carmen Consoli, sono rispettosamente trattati come finestre sul mondo e sull’anima da aprire a piacimento: come la voce interprete si fa creatrice in ogni nota, così le note familiari assumono nuovi significati grazie agli arrangiamenti.

Forse il caso più eclatante di questo è "La canzone popolare" di Ivano Fossati, investita da una cascata ritmica che ricorda il djembe e le talking drum dell’Africa occidentale, e che proprio in questo moto continuo e sincopato trova un rimando tangibile al suo messaggio. "Feminae" è anche una collezione di nuove composizioni ineffabili, come "Primavera" scritta da Tosca con Pacifico e dedicata alla morte del padre, una biografia in musica pregna di intima nostalgia e amorosa dignità; o "Tutt’ ‘e sere" scritta da GNUT, delicatissimo finale accompagnato solo da una chitarra, che nella tessitura di armonie a più voci assume sembianze quasi sacre, come un dolce requiem. E poi ci sono le donne che danno il titolo al disco, le ospiti come la già citata Vanoni che qui, nella sua ultima incisione, presta alla collega la sua "Per un’amica"; o la regina della canzone brasiliana Maria Bethânia che con Rita Marcotulli e Paolo Fresu impreziosisce "Io non esisto" (cioè "Eu Não Existo Sem Você" di Tom Jobim). Senza correre il rischio di specchiarsi nella bellezza fine a sé stessa di queste strofe, Tosca porge all’ascoltatore un patrimonio inestimabile perché lo possa far proprio, perché ci si possa inserire con delicatezza e responsabilità, ma pure con enorme piacere. Tutte qualità che sembrano rare nel mondo, ma non in questo album.

Rama dei Nuhara riannoda il tempo dai canti di lavoro siciliani all’elettronica d’avanguardia

Nuhara – ph Ivan Di Vita
Nuhara – ph Ivan Di Vita

Nuhara, dal siciliano Nuàra e a sua volta dall’arabo Nuwwar, significa “orto”. Ed è il nome del progetto che tre musicisti siciliani hanno intrapreso per confrontarsi con la tradizione dei canti popolari della loro terra. L’etnomusicologo e polistrumentista Michele Piccione, il musicista elettronico e producer Federico Pipia (aka Pipya) e il chitarrista e cantante Gabriele Bazza hanno frugato tra i repertori della tradizione orale siciliana, conservata a partire dagli anni Cinquanta da ricercatori come Alain Lomax (lo stesso a cui si deve la “riscoperta” di Woody Guthrie e Muddy Waters). Dentro i canti agricoli e dei carrettieri (come il "Rama" che dà titolo al disco) si insinuano produzioni elettroniche che, nonostante la giustapposizione coraggiosa, non travisano il materiale armonico e ritmico originale, ma anzi ne accentuano i pattern dinamici meno evidenti.

Le stanze di versi emessi a pieni polmoni nelle fasi della pesca, per esempio, come nelle due cialome (i canti di mare) "Carvaniu" e "Mascaratu" perdono il loro contesto, certo, ma grazie a una precisa cura nel dare rilievo alla parola e alle fluttuazioni emotive della voce, assumono una teatralità che non sembra posticcia. Passando di traverso alla techno e all’industrial noise, come in "Ghiuasa (Abbanniati)", i Nuhara danno un nuovo significato all’operosità dei venditori ambulanti: le loro urla, rese ancora più frenetiche dall’insistenza sui tempi dispari tenuti da tamburi nordafricani e casse moderne, si fanno largo in una cacofonia dentro la quale potresti giurare di aver sentito il ringhio di un motorino. Se le radici sono veramente la frontiera, non è perché ci consolano con la contemplazione di un passato mitologico, ma perché ci avvisano dell’eternità del nostro spirito, riannodando fili solo momentaneamente spezzati. Che la musica può riallacciare, dandoci contemporaneamente una delle esperienze più viscerali della settimana. (Se per caso hai trovato interessante questo disco, prova anche l’esordio omonimo dei palermitano Lero Lero, uscito ad aprile).

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