8 Settembre 2021
13:41

Holly e Benji, Dragon Ball, Goldrake e Demon Slayer: come i manga hanno cresciuto gli italiani

Il successo della special edition del numero 98 di One Piece ha proiettato nuovamente i manga al centro del dibattito pubblico. Così, d’emblée, il mondo culturale italiano sembra essersi reso conto dell’ascendente che, nel nostro paese, il fumetto giapponese è in grado di esercitare sulle preferenze di lettrici e lettori di ogni età.

L’inaspettato exploit della special edition del numero 98 di One Piece, prima nelle classifiche di vendita, ha proiettato (non sappiamo ancora per quanto tempo, ma tant’è) nuovamente i manga al centro del dibattito pubblico. Così, d'emblée, l’establishment culturale italiano sembra essersi reso conto dell’ascendente che, nel nostro paese, il fumetto giapponese (e i suoi derivati) sono in grado di esercitare sulle preferenze di lettrici e lettori di ogni età. La verità è che, in Italia, la storia dei manga è, in prima istanza, la storia di un successo commerciale senza precedenti.

Da quasi cinquant’anni, i manga sono parte integrante della cultura pop italiana 

Infatti, a ben guardare, tankōbon, anime, oav e relative action figure sono parte integrante della cultura pop italiana da tempi non sospetti; i nostri genitori sono stati letteralmente allattati dall’industria dell’intrattenimento del Sol Levante: trascorrevano interi pomeriggi sintonizzati sulle emittenti locali regionali (forse le principali fautrici dell’insperato trionfo dell’animazione giapponese in Italia nella seconda metà degli anni Settanta; un’offerta composta al 100% da trasposizioni di manga), in trepidante attesa di scoprire se, dopo anni di clamorosi insuccessi, Mister X sarebbe finalmente riuscito a compiere la tanto agognata vendetta, trovando un avversario credibile e abbastanza forte da far sprofondare l’Uomo Tigre nel baratro, o di conoscere l'ennesimo scossone che avrebbe fatto traballare il legame di Mirko e Licia o dei protagonisti delle altre decine di Beautiful in salsa nipponica.

L'industria culturale giapponese ha segnato la crescita dei "baby boomer"

Il Giappone ha impresso un segno profondo nel loro immaginario collettivo, ed è stato presente in diversi aspetti delle loro vite, dalle canzoni che cantavano (diversi gruppi italiani, come I Cavalieri del Re, hanno costruito una carriera sulle sigle dei cartoni) agli aneddoti che raccontavano ai compagni di classe, fino al tradizionale tentativo di contaminare le generazioni successive con i loro stessi ricordi in un raro impeto di retro-mania, tramandando ai figli un'eredità composta da antiche videocassette registrate, action figure, magliette a tema Goldrake e altri mecha (termine con cui, in Giappone, vengono indicati i robottoni) e tutta quella paccottiglia utile a guardare al passato con malinconia, contemplando con nostalgia i “bei tempi che furono”.

Anche Millennial e GenZ sono cresciuti con i manga

Un destino simile, però, ha interessato anche la generazione successiva, che ha vissuto in prima persona l’approdo degli anime nelle emittenti nazionali, sintetizzato dalla fortunata parabola di Dragon Ball andato in onda per la prima volta su Mediaset nel 1996 dopo una parentesi di poco conto su Junior Tv e rivelatosi un vero e proprio successo intergenerazionale, amatissimo sia dai Millennial che dalla GenZ. Anime che, fotografando la quotidianità degli adolescenti giapponesi (sempre premurandosi di strizzare l'occhio al mercato occidentale, però, a partire dalla forma degli occhi) hanno accompagnato le giornate di ragazze e ragazzi cresciuti nel decennio della nostalgia per antonomasia, gli anni Novanta: dai  – non troppo – sofisticati ménage amorosi di Marmelade Boy (Piccoli problemi di cuorealle scorribande in costume di Bishōjo senshi Sērā Mūn (Sailor Moon, la controparte di Dragon Ball teoricamente destinata a un pubblico femminile, ma che sostanzialmente piaceva un po' ma chiunque), questo pantheon di personaggi strambi ma in cui era facile identificarsi ha finito per colonizzare il nostro immaginario. Insomma, nulla di strano: da quasi cinquant’anni, la cultura pop giapponese è anche la nostra cultura pop. Senza contare che, dal 1965, l’Italia ospita un evento delle proporzioni del Lucca Comics & Games, la più importante rassegna nazionale del settore, prima d'Europa e seconda al mondo dopo il Comiket di Tokyo. Nel nostro paese è molto attivo, poi, un enorme sottobosco di riviste interamente dedicate al fumetto giapponese e a tutto ciò che gravita attorno ai manga. Partendo da queste premesse, proviamo a interpretare meglio il successo dei manga, a partire dai dati di vendita.

Capitan Tsubasa, Dasshu Kappei e Slam Dunk: l'eredità degli spokon

Com'era prevedibile, uno dei generi più fecondi nel nostro paese è rappresentato dagli spokon, ossia quei manga, generalmente indirizzati a un pubblico giovane, connessi al mondo dello sport. Due esempi conosciuti praticamente da chiunque sono le trasposizioni animate di Capitan Tsubasa e Attacker You! (nomi originali di quelli che, in Italia, siamo abituati a conoscere come Holly e Benji e Mila e Shiro), seguiti da altri tormentoni intergenerazionali come Dasshu Kappei (ossia Gigi la trottola) e Ashita tenki ni naare (Tutti in campo con Lotti, uno spoken a tema golf che andava per la maggiore fino a una ventina d'anni fa). Un altro spokon attorno al quale si è costruito un vero e proprio culto ha a che fare con la pallacanestro: ci riferiamo, ovviamente, a Slam Dunk, una serie originariamente pubblicata sul celebre settimanale giapponese Shonen Jump e, successivamente, raccolta in 31 tankōbon (volumetti) a cadenza mensile. Scritta da Takehiko Inoue e ambientata nel mondo del basket liceale giapponese, prima dell'avvento di One Piece è stata la serie più amata di tutti i tempi in Giappone, capace di infrangere ogni record e di introdurre nella nona arte nipponica modalità di racconto precedentemente inesplorate, che hanno influenzato nel profondo le generazioni di mangaka successive (per un approfondimento, rimandiamo a un bellissimo articolo scritto da Vanni Santoni su Prismo, che ha definito Slam Dunk come "il manga che si è fatto grande narrazione").

Quanto vendono i manga in Italia

Secondo le più recenti statistiche diffuse dall’Aie, le vendite di fumetti (di tutti i tipi, dai manga ai franco-belgi, dagli americani agli italiani) hanno vissuto una crescita esponenziale nel primo semestre del 2021, segnando un aumento del  214%. Una crescita che non è passata inosservata neppure all’Aie, la massima rappresentanza dell’editoria italiana, che non a caso da quest’anno collaborerà attivamente con Lucca Crea all’organizzazione del Lucca Comics & Games 2021. Ovviamente una parte essenziale di questo successo commerciale è rappresentata dagli acquisti sulle piattaforme di e-commerce, in primis Amazon, che da sola detiene circa il 30% delle vendite totali di libri nel mercato cosiddetto della “varia”, seguita da IBS e dagli shop online delle altre catene. Ma quali sono i manga più venduti su Amazon?

Quali sono i manga più venduti su Amazon?

Il primo posto, con percentuali bulgare, è ovviamente occupato dall'ormai iconica Special Edition del numero 98 di One Piece; al secondo gradino del podio troviamo Demon Slayer, un altro fenomeno di proporzioni mondiali (l’ultimo film tratto da questa serie, uscito nel novembre del 2020, ha portato al cinema più di 24 milioni di persone e ha incassato più di 250 milioni di euro, superando La città incantata di Miyazaki e divenendo, così, il lungometraggio più visto al cinema nella storia del Giappone). La medaglia di bronzo spetta, invece, al dark fantasy Jujutsu kaisen – Sorcery Fight

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