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Fabio Bacà su L’era dell’Acquario: “Indago la vita con Onlyfans e la premorte. I Premi? Solletico all’ego”

Fabio Bacà racconta L’era dell’Acquario: tra OnlyFans, premorte e famiglia indaga identità e verità nell’era dei social. Sulla scelta di fare lo scrittore dice: “Volevo farlo fin da ragazzo ma ce l’ho fatta solo dopo i 30 anni”. Sui Premi letterai: “Sono solletico all’ego”.
A cura di Francesco Raiola
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Fabio Bacà – ph Franco Origlia:Getty Images
Fabio Bacà – ph Franco Origlia:Getty Images

Fabio Bacà è uno dei quattro esordienti che Adelphi ha pubblicato nella sua storia. Dopo Benevolenza cosmica e Nova, che lo ha portato allo Strega, pochi mesi fa ha pubblicato il suo terzo romanzo, L’era dell’Acquario. Un romanzo che, in una cornice ampia che strizza l’occhio al giallo, affronta nella prima parte la storia di una sex influencer, Chloe, che nasconde un segreto e vive una vita da star dei social, ma nella seconda parte si trasforma in un rocambolesco romanzo familiare in cui entrano in gioco due personaggi, il fratello e il nipote disabile – oltre al padre da cui parte tutto – che trasformano non solo la struttura, ma anche la vita della protagonista. In questa intervista Bacà racconta come volesse indagare il concetto di verità in un’epoca in cui la sua percezione cambia tra vita online e reale. Racconta anche la sua passione per la scrittura e il suo rapporto con i premi letterari, compreso lo Strega.

Partendo da quest'era dell'Acquario, che è un'idea New Age di cambio completo di paradigma del mondo in cui viviamo. Come mai la scelta di questo titolo?

Il titolo è sempre un aspetto importantissimo dei romanzi. Abbiamo fatto un po' fatica per trovare il titolo, tanto che per quasi quattro anni questo romanzo sul mio desktop si chiamava "Romanzo numero 3" e poi "Chloe Luscher", come il nome della protagonista. Dopodiché c'è stata un'intuizione notevole del mio editor, Michele Orti Manara, che ha mi detto: "Chiamiamolo Acquario, perché siamo tutti un po' chiusi fra queste pareti di vetro, guardiamo, siamo guardati eccetera". A me non convinceva tantissimo soltanto la parola "Acquario", poi mi è venuta un'illuminazione ricordando come i figli dei fiori, gli hippy degli anni '60, ritenessero che sarebbe arrivata questa era astrologica in cui ci sarebbe stata fratellanza spirituale, autorità, eccetera. Non tutti sanno che fra gli aspetti di questa agognata Era dell'Acquario, ci sarebbe stato anche l'assottigliamento della separazione fra vivi e morti. La cosa mi sembrava abbastanza aderente ad almeno un tema del romanzo. Poi c'era un'altra cosa.

Cosa?

Quando sono arrivati i social media, intorno al 2006-2007, in Italia si parlava dei social media come uno strumento che avrebbe consentito una maggiore democrazia orizzontale e quindi anche fratellanza in un certo senso. A me non sembra che sia andata così. Ne consegue che c'è anche un sottotesto ironico in questo titolo.

Cosa volevi raccontare quando hai cominciato a pensare all'Era dell'Acquario o, insomma, a Romanzo numero tre?

Sicuramente volevo parlare di una pornostar, originariamente, perché nel secondo capitolo del mio primo romanzo c'è l'apparizione di questa pornostar gallese, che si chiama Linzi Vega, un personaggio che sta lì giusto per fare un dialogo velocissimo col protagonista, ma mi sembrava promettente da un punto di vista letterario, densa di prospettive. Allora mi sono sempre detto: prima o poi scriverò un romanzo sul mondo del porno. Dopodiché, durante il lockdown che ho passato a concludere "Nova", il secondo romanzo, ho scoperto OnlyFans. Non che l'abbia scoperto nel senso che mi sono iscritto o sono diventato un content creator. Semplicemente c'è stata un'esplosione di OnlyFans per motivi intuibili e allora mi sono detto: "Ma perché non fare che il mio prossimo romanzo parli di un OnlyFancer piuttosto che di una pornostar?".

E cosa ti interessava di quel mondo?

Tutto il correlato, il precipitato di solitudine, di resa dei conti con la propria morale – che magari sono pregiudizi – che mi sembravano essere il patrimonio psichico di una pornostar poteva tranquillamente essere trasposto nella mente di una OnlyFancer. Oltre al fatto di guadagnare soldi troppo facilmente. E poi mi appassionava il tema della premorte.

Che è un tema che il lettore scopre man mano.

Avevo letto già tanti anni fa i libri di Raymond Moody, che cito nel romanzo, questo scienziato e medico americano che negli anni '70 ha raccolto queste testimonianze e ha scritto un bestseller da milioni di copie che si chiama appunto "Life After Death"; avevo letto un libro, così come avevo letto Elisabeth Kübler-Ross che si occupa invece dell'avvicinamento alla morte di bambini oncologici, un tema veramente complesso, lo puoi immaginare. Quindi volevo creare un romanzo in cui questi due temi apparentemente lontanissimi, la vita di un OnlyFancer e la premorte, fossero accostati.

E lo hai fatto nella cornice di una sorta di giallo.

Sì, mi sono inventato una sorta di giallo in cui non si capisce se la premorte è vera o meno, se c'è un femminicidio o meno, e un trauma familiare che forse non è nemmeno un trauma. Volevo parlare anche della verità nell'uso nell'era dei social e in generale del peso della verità nelle nostre vite.

Improvvisamente il libro cambia registro, la seconda parte diventa un romanzo familiare. Come hai deciso questo cambiamento? Era già un'idea che avevi?

Era qualcosa che avevo nel mio immaginario. Avevo una sorta di feticcio, di modello, che è Le correzioni di Jonathan Franzen, che è diviso in quattro o cinque parti corrispondenti alle vite dei figli di questa famiglia americana della middle class, un po' disfunzionale per motivi totalmente diversi dai motivi per i quali è disfunzionale la famiglia di cui parlo io. C'è questo stacco netto proprio perché io volevo evidenziare lo iato che c'è tra la vita lussuosa di una sex influencer che vive a Milano e la tranquillità della vita di provincia in una città bellissima come Bassano del Grappa, in cui i problemi sono quelli di un ragazzo che ha una forte disabilità e di un marito abbandonato. Come se volessi ricalcare la separazione tra la virtualità del mondo social e la realtà. Il tema dell'identità virtuale e dell'identità reale ovviamente combacia parecchio con tutto il discorso che faccio sull'importanza della verità e sulla difficoltà di trovare una verità che sia oggettiva, in un certo senso.

Scrivendo si impara anche qualcosa? C'è qualcosa che, scrivendo questo romanzo, non sapevi e hai imparato man mano che andavi avanti?

Certo, è il bello di fare questo lavoro. Così come immagino che chi intervista un sacco di persone, come fai tu, alla fine bene o male impari qualcosa, lo stesso vale per chi fa parecchia documentazione come la faccio io. A me piace tantissimo, io non scrivo "autofiction", non scrivo roba che riguarda la mia vita. Per scrivere "Benevolenza cosmica" mi sono documentato sulla statistica, mentre per scrivere "Nova" sulla neurologia, leggendo dei libri di divulgazione bellissimi.

E per L'Era dell'Acquario?

E per scrivere L'era dell'Acquario, come dicevo ho letto libri sulla premorte, ma nel caso di Chloe mi sono divertito a documentarmi, ad esempio, sugli abiti che indossa, su tutte cose di cui un insegnante di ginnastica posturale cinquantatreenne come sono io non è che si intende particolarmente: biancheria di lusso o abiti da migliaia di euro come quelli che indossa lei. Quindi da questo punto di vista è stato anche scoprire mondi che non mi appartengono sotto nessun punto di vista.

Cambiare registro ti costringe poi a incrociare più storie e immagino che cambi anche la gestione della struttura del romanzo, no?

È qualcosa che mi piace sempre fare. Sapevo che la scelta di questi macro capitoli, così come la scelta, che per me è stata traumaticissima tra il primo e il secondo romanzo, di passare dalla prima alla terza persona nella voce del narratore, sono sfide. Perché, usando forzatamente un cliché, "esci dalla comfort zone". Ci ho messo quasi 4 anni a scrivere questo romanzo e ci sono dei momenti in cui dubiti di farcela perché dici: "Forse mi sono imbarcato in un'impresa superiore alle mie forze". Poi credo nel vecchio detto di Stephen King, che ripete nel suo libro sulla scrittura creativa On Writing.

Prego.

"Come si scrivono i romanzi? Parola per parola". Senza andare più in là del giorno in cui lavori. Ovviamente hai un minimo di progettualità, hai in mente dove arriverai, ma la strada che fai per arrivarci alla fine scopri che è molto diversa da quella che avevi progettato. Ti dico che quando questo romanzo è stato progettato, tra il lockdown del 2020 e l'agosto del 2021 quando ho iniziato a scrivere, credevo che avrei parlato molto di più della premorte, che in realtà alla fine è una sorta di cornice a una vicenda ben diversa che è familiare.

Cosa volevi indagare con la scelta di inserire un personaggio con disabilità motoria come Samuele?

Volevo scrivere di una persona con disabilità perché mi sembrava un soggetto estremamente produttivo da un punto di vista letterario. E non temevo di offendere nessuno, perché c'è sempre quella frase di Ottessa Moshfegh, la scrittrice di "Il mio anno di riposo e oblio", che ha detto una cosa che sottoscrivo al 100%: nessuna buona arte è mai uscita dalla mente di qualcuno che si preoccupa di offendere qualcun altro. Questo non vuol dire che mi autorizzo a offendere, ma non mi devo preoccupare di farlo preventivamente. Per quanto riguarda i personaggi, per me sono strumenti funzionali.

E Stefania, la donna che appare poco ma ha una sua importanza, che funzione aveva?

Stefania mi piace molto, ma mi serviva innanzitutto per apparecchiare quel finale quasi beffardo – come piace a me – in cui il protagonista Paolo, dovendo scegliere fra la risoluzione di un dilemma irrisolvibile e la prospettiva di uscire con una bella donna, alla fine sceglie di andare a tagliarsi i capelli. Dimostra che la verità non è sempre così importante. E poi quando Stefania è a letto pensando al suo destino mi dà l'opportunità di riflettere su cose su cui, da essere umano, riflettevo da tempo: sull'insensatezza della vita, nonostante la sua indubbia bellezza.

Tra l'altro lei è l'unica madre che vediamo, le altre o scompaiono o non le conosciamo quasi per nulla. È un caso o ha una motivazione?

Mi piaceva in un certo senso parlare di madri assenti. Non c'è la madre di Chloe e di Paolo, se non come cadavere. Non sappiamo quasi nulla di lei tranne che ha letto il libro di Raymond Moody. E scappa anche la mamma di Samuele. Volevo che la madre importante di questo romanzo fosse proprio Stefania, ma che fosse una madre disillusa.

Bacà scrittore come e quando nasce?

Credo di aver voluto fare lo scrittore sin da quando avevo 12 o 13 anni, quando i miei insegnanti mi dicevano che ero bravo a scrivere. Mi piaceva tantissimo leggere perché sono stato un bambino asmatico, il che a posteriori è stata una fortuna: non ero propenso a correre o giocare a pallone e in più avevo – e ho ancora – due zii laureati che mi riempivano di libri. Sono incappato in libri bellissimi come David Copperfield o I ragazzi della Via Pál. Poi non ho preso sul serio questa cosa fino ai 35 anni passati.

Perché?

Perché quando leggi i capolavori, ti dici: "Ma io come posso pensare di scrivere libri anche soltanto belli la metà di questi?". Questa cosa mi ha dato l'alibi di procrastinare, fino a quando mi sono detto: o ci provo adesso o non ce la farò più, perché magari farò un figlio (che poi non ho fatto), mi sposo o trovo un lavoro "serio", visto che di lavori seri non ne ho fatti quasi mai. Ho scritto dei racconti, sono stati premiati e poi ho provato con un romanzo che è stato accettato da Adelphi, grazie al mio agente.

Tra l'altro è una roba stranissima perché è un romanzo, perdonami l'etichetta, in qualche modo "comico", fuori dagli schemi classici, e in più esce per Adelphi. Un esordiente italiano con una struttura non comune per un editore di quel blasone.

Sì, e di esordienti nella sua storia sessantennale Adelphi ne ha fatti soltanto quattro: io, Aldo Busi, Paolo Maurensig e Rosa Matteucci. Quindi effettivamente mi rendo conto che era un romanzo sui generis, quasi filosofico ma con un sostrato comico, e questo probabilmente lo ha reso degno di nota per Adelphi. Se avessi scritto una saga familiare tradizionale, magari avrei ricevuto complimenti ma non mi avrebbero accettato.

Certo, la particolarità ha aiutato. E invece che rapporto hai con i premi e con lo Strega in particolare?

La mia partecipazione del 2021 è stata un'esperienza bellissima, soprattutto dal punto di vista umano, perché ho trovato belle persone. E poi alcuni scrittori incontrati lì sono diventati cari amici, come Marco Amerighi. Non lo farei tutti gli anni perché è molto stressante, ma è un'esperienza che auguro a qualunque scrittore. Pensando ai premi in generale, visto che sono arrivato in finale più di una decina di volte perdendoli quasi tutti, mi consolo pensando alla frase: "Scrivere è il Sé, i premi sono l'Ego". Vincere è bellissimo, ma è semplicemente un solletico all'ego.

Senti, l'ultima cosa: sei già in fase di scrittura?

No, no. Questo romanzo, Francesco, mi ha prosciugato veramente sotto ogni punto di vista. Sto pensando di riprendere il mio primissimo romanzo, che in realtà è inedito, e di lavorarci sopra. Ci darò un'occhiata questa estate per capirne la fattibilità, ma se non fosse possibile credo che rimanderò qualunque progetto al 2027. Con calma, una cosa alla volta.

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