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15 Novembre 2021
09:19

Aurelio Picca al Premio Napoli: “Voglio ‘conservare’ la cultura e la storia della lingua italiana”

Aurelio Picca, finalista al Premio Napoli, a Fanpage.it: “Se uno scrittore non ha le sue ossessioni, non può scrivere nulla”.
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Aurelio Picca è finalista al Premio Napoli 2021 con Il più grande criminale di Roma è stato amico mio. Il libro dello scrittore romano, edito da Bompiani e pubblicato a luglio 2020, incrocia la storia di Alfredo Braschi con quella del feroce Laudovino De Sanctis. A Fanpage.it, Aurelio Picca parla del suo romanzo in continuo equilibrio tra un personaggio di finzione e la vita vera: "Quando dico che conosco quel mondo, però, voglio semplicemente dire che ho annusato delle atmosfere anche se poi non le ho frequentate per davvero. E Braschi, certamente, mi rassomiglia ancora oggi perché è un uomo maturo che avuto tante giovinezze e sta vivendo la sua ultima giovinezza". Grande amico di Domenico Rea, su Napoli dice: "C'è sempre la sensazione di sentirsi accolto. E poi a Napoli trovo stoffe e tessuti che non trovo da nessuna altra parte al mondo. Diceva Mimì Rea che i napoletani hanno insegnato tutto agli inglesi sullo stile. Non il contrario". 

“Il più grande criminale di Roma è stato amico mio” finalista al Premio Napoli. Come ti fa sentire? 

Tutta la mia storia di scrittore è anche la mia storia personale. Quando qualcuno mi chiede come sono fatto, io gli dico: leggi i miei libri. E quindi sono felice, non solo perché c’è di mezzo Napoli ma perché è la verità. Ci sono stato da bambino a Napoli, sono stato un giovane amico dei grandi scrittori della seconda metà del secolo scorso. Quindi, io ho un’antichissima consuetudine con la città e non mi vergogno di dire che ho avuto l’onore, questa è la parola, di essere amico dei grandi scrittori napoletani: Raffaele La Capria, Michele Prisco, Patroni Griffi, Domenico Rea su tutti.

Come nasce il rapporto con Domenico Rea? 

Lui aveva pubblicato “Il fondaco nudo” con Rusconi e io scrissi un saggio su “Le tre melarance”. Lui lo lesse e mi disse: "Mi venga a trovare". Credeva che io fossi un vecchio professore universitario, ma avevo 26 anni. Da lì è nata una splendida amicizia.

Ti piace Napoli?

Napoli non si doma, è una città che è doppiamente Capitale. Una volta lessi su Napoli una dichiarazione tipo “Bisogna che la città diventi più bella di Barcelona” e io rimasi scioccato da questa eresia. Non c’è paragone con Barcelona. Io sto a Roma, anche se abito ai Castelli e sento tristezza e cinismo tutto intorno. A Napoli invece c’è sempre la sensazione di sentirsi accolto, c’è armonia, anche se so che ci sono sempre i soliti problemi. E poi a Napoli trovo stoffe e tessuti – gabardine e giacche di tweed, soprattutto – che non trovo da nessuna altra parte al mondo. Ancora per parlare di Mimì Rea, lui diceva che i napoletani hanno insegnato tutto agli inglesi sullo stile. Non è stato il contrario.

L’ultima volta che sei stato a Napoli?

Un paio di settimane fa. Ero in auto, m’ero perso a San Giovanni a Teduccio. Chiedo a un’altra auto come riprendere l’autostrada per andare a Ottaviano e questo mi fa: “Vieni dietro a me! Vieni dietro a me!”. Queste cose solo a Napoli succedono.

Ci pensi alla vittoria del premio? 

Ma sai, i premi sono legati al gusto dei lettori. Io ho molti strati, sono uno scrittore poco orizzontale e poco comodo, anche se sembra facile quello che scrivo. A volte divento provocatorio e sembro volgare, ma in realtà c’è la volontà da parte mia di usare più di un registro narrativo. Sono molto contento già di essere finalista anche perché il libro ha avuto una vita molto lunga.

Sull’equilibrio tra scrittore e personaggio: che distanza hai messo tra te e Alfredo Braschi?

A un certo punto, vedo la foto che c’è sulla quarta di copertina e mi dico: questo è Alfredo Braschi. Intanto, io sono stato educato più ai doveri che ai diritti. Ho subìto la morte di mio padre molto giovane, lui aveva 28 anni e io 21 mesi. Questo fatto mi ha messo sotto la protezione di una famiglia repubblicanesima e rivoluzionaria, la famiglia di mio nonno. Persone di una ferocia per i doveri, per il bene comune come non ce ne sono più. Essendo educato ai doveri, mi hanno subito messo nella strada. E da ragazzino, non è impertinente pensare che uno potesse incontrare un tipo come Laudovino De Sanctis.

Il più grande criminale di Roma è stato amico tuo? 

La strada non era mediata dalle presentazioni né tantomeno dalla virtualità. Erano incontri al primo colpo. Andavi a un ristorante e ti ritrovavi a stare accanto a un personaggio come questo, con tutto lo charme che ne consegue. Quando dico che conosco quel mondo, però, voglio semplicemente dire che ho annusato delle atmosfere anche se poi non le ho frequentate per davvero. Erano frutto dei tempi, quando io ero un ragazzo degli anni ’70. E Braschi, certamente, mi rassomiglia ancora oggi perché è un uomo maturo che ha avuto tante giovinezze e sta vivendo e vuole vivere la sua ultima giovinezza. La storia, quindi, non è solo quella di Laudovino De Sanctis, ma attraverso questa storia apro una realtà, quella di un’esistenza esistenzialista – passami l’ossimoro – utile a leggere la vita di quest’uomo, Alfredo, che ha perso la figlia e mezzo secolo dopo si mette a cercare l’uomo che abusò di lei, da bambina.

Io penso che il tuo sia anche un romanzo molto pop. Nel senso che attraverso Alfredo Braschi, tu lasci una serie di considerazioni sui personaggi e sulle storie affini al contemporaneo e al pubblico, al popolare. Il tuo Alfredo parla di Sgarbi, di Cristiano Ronaldo, di Landini…

Sì, volevo dare un senso della realtà, anche strappata, sempre trasversale.

Penso alla metafora dell’esistenza che fai sui due Ronaldo, che ho adorato: il portoghese che è un superuomo e il brasiliano che smette di giocare e pensa solo ai piaceri della vita. Entrambi siamo dalla parte di quello che non a caso tutti conoscono come “il Fenomeno”. 

Sì, anche per Maradona – restando su Napoli – è stato così. Tutti gli sportivi devono mostrare la loro umanità. Anche i pugili, alla fine, ingrassano tutti. Mi ricordo da ragazzino che mi portava mio nonno a vederli. Io seguivo Giulio Rinaldi che era na bestia de roba, a fine carriera te lo ritrovavi in osteria con la panza, un uomo portuale che non te puoi immaginà. Anche Nino Benvenuti, con cui io presentai Tuttestelle all’Audace, lo amavo da bambino e pensavo fosse un titano e invece era alto solo un metro e 78. E io, che sono un metro e 84, pensavo di potermela giocare e invece, a 70 anni, lui tirava ancora dei ganci con un gioco di gambe spaventoso. E di Sgarbi che ho scritto, ricordami un po’…

Di Vittorio Sgarbi dici: “Mi è simpatico, è un compagnaccio. Rischia di morire di notte accovacciato accanto a un portone.” 

Ma è vero, è così (ride, ndr). Io poi c’ho un rapporto buonissimo con lui e con Elisabetta (Sgarbi, direttrice editoriale La Nave di Teseo, ndr). Io so che Vittorio era arrivato a dormire in macchina perché è arrivato ad avere così tanti appuntamenti in giro per l’Italia, oggi a Roma e domani a Bologna e a mezzogiorno in tv: e come cazzo fai a campà così, mi sono chiesto io, per forza poi rischi che ti accovacci.

“Laudovino avrebbe voluto uno come Landini come Presidente del Consiglio” scrivi ancora. Sembra perfetta, di questi tempi. 

Ecco. Il romanzo io l’ho scritto nel 2018 e Landini, adesso è pure dimagrito un po’, però m’ha sempre dato da pensare a uno credibile. Uno che se dice una cosa, tocca fà così. Uno skipper. L’uomo giusto. L’ho sempre visto una quercia, fortemente motivato e deciso, sicuro nella rotta da condurre.

Un libro che si può mangiare, anche. Ci sono tanti ristoranti: Benito al Bosco, Il vecchio fico. Mi piace molto come descrivi le scene a tavola. Non è una cosa che fanno tutti. 

Io questo l’ho imparato vivendo. Da ragazzino, con mio nonno e i miei zii facevamo dei banchetti enormi. La mattina c’era mio zio che mi chiamava: “Aurelio, ho un gallo da leggenda. Se mi vieni a trovare, te lo faccio alla cacciatora”. Lui attaccava, come tutti quanti, alle nove di mattina a friggere questo, a saltare quell’altro. Oggi chi le fa più ‘ste cose? Solo gli scrittori francesi – Maupassant titola i suoi scritti migliori “I racconti della beccaccia” – e pochi scrittori italiani del tardo Novecento – Rea, appunto, parlava di cibo – lo fanno. Gli scrittori oggi non parlano di cibo perché non hanno vissuto i banchetti, io andavo in giro con l’atlante e per le trattorie. Lo faccio ancora. Pochi danno spazio a un tema forte della nostra cultura, del nostro mondo antico, sinonimo della nostra vitalità.

Il 7 gennaio esce il nuovo libro di Houellebecq. Non posso fare a meno di ricordatelo visto che dicono che tu sia la sua controparte italiana. 

Pensa che invece in Francia dicono che assomiglio a Paul Villon, un poeta maledetto del ‘500. Non lo so, non mi sento di essere il “Michel Houellebecq italiano” però su certi temi come la crisi dell’occidente e la demonizzazione del patriarcato, sono d’accordo con lui.

Cosa vuol dire ‘patriarcato’?

Patriarcato vuol dire autorevolezza. Come quei maestri, gli insegnanti che non hanno figli e dedicano tutta la loro vita a una prole che non è biologica, ma è comunque una prole. Sono d’accordo sul fatto che l’occidente sia in una deriva terribile, come scrive Houellebecq, sono d’accordo che è molto dura e lo sarà sempre di più, a prescindere dalla pandemia. Anche lo stupore del corpo e la sacralità del corpo è stato demonizzato. Per molte generazioni, i più giovani soprattutto, c’è un rapporto solo virtuale, un abuso della pornografia, è tutto mediato e non c’è più neanche lo stupore dell’attesa. Tutto questo crea una disarmonia enorme. Nel rapporto uomo-donna, soprattutto, penso che stiamo vivendo tutti in un grande equivoco bestiale.

Ti danno del conservatore. 

Quando uno dice ‘conservatore’, io lo me lo sento addosso anche come provocazione. Io voglio ‘conservare’ la cultura e la storia della lingua italiana. Adesso va di moda tornare ai classici e fino a dieci anni fa, ad esempio, se parlavi di Manzoni ti davano del cattolico e dovevi stare zitto. Ma Manzoni è un grandissimo enorme scrittore italiano. Trent’anni fa io parlavo di Foscolo, l’Ortis è un mito, e ti davano dell’uomo di destra perché Moravia diceva che Foscolo era di destra, come Carducci. Poi, però, abbiamo sempre pensato a Pasolini come un uomo di sinistra, ma Pasolini era un irrazionalista che dice di sé: “Sono un uomo del passato”.

A me sembra che tutti vogliono metterti nella casella dello scrittore “contro”. Come se un po’ facesse comodo avere Aurelio Picca “conservatore", Aurelio Picca "di destra” e così via. Sbaglio? 

La mia posizione di scrittore l’hanno affermata i padri della letteratura, su di me hanno scritto Luigi Baldacci, Angelo Guglielmi, Domenico Rea, Geno Pampaloni. Quindi non c’è bisogno che i figli affermino la mia posizione, lo hanno già fatto i padri.

E allora perché questa volontà di darti l’etichetta di “scomodo”? 

Forse perché non ho fatto della letteratura una carriera, ma sono un uomo libero che crede nel libero pensiero. L’artista ha un dovere della propria opera ma il pane può guadagnarselo anche lavorando in una trattoria. Mi vedono scomodo perché sono ‘retto’ e non ‘irregolare’, rispetto a un becero carrierismo. Capito il paradosso?

Come sta la letteratura?

Siamo in una post-industria culturale e editoriale dove gli interventi di editing spadroneggiano. Sono interventi fatti da chi ha un minimo di storia e neanche padroneggia la lingua italiana e la conosce e l’ha letta, perché molti – ma neanche delle ultime generazioni, anche quelli della generazione precedente – hanno cominciato a leggere gli scrittori tradotti, prima di leggere gli scrittori e la lingua italiana. Io mi sono formato partendo dalla poesia e curiosamente sai come l’ho intitolato il mio esordio? “Per punizione”. Che sta ad affermare la mia radicalità: io punisco prima me e poi sarete puniti anche voi. È assolutamente dantesca, è assolutamente radicale la mia posizione. Ma viene dalla storia della letteratura italiana. Uno scrittore si monta così, non c’è altro modo. È una vocazione.

Come si diventa scrittori?

Se uno scrittore non ha le sue ossessioni, non può scrivere nulla. Molti si mettono a scrivere e pensano a cosa scrivere. La scrittura deve sedimentare dentro, con il tempo e con gli anni. Per questo, non ci credo alle scuole di scrittura. Chi ci va e riesce e perché ce l’aveva già dentro. Oggi la gente legge bulimicamente. Ma essere colti è un’altra cosa. È darsi il tempo di costruire qualcosa che parte da dentro. E, mi ripeto, l’editing è un problema. Puoi fare una prova: tu prendi qualsiasi libro contemporaneo, apri una pagina qualsiasi, leggi e dimmi se ne riconosci la voce. Gli scrittori di una volta, aprivi a pagina 2 e sapevi già di chi si trattava. Perché sapeva padroneggiare la lingua in un modo unico, appunto, come una voce. Come una musica.

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