Oggi, 23 febbraio, è il giorno in cui, un anno fa, sono stati chiusi i teatri a causa della pandemia. Non credo ci sia bisogno di riassunti né commemorazioni, basta dire che sono 366 giorni (d'altronde anno bisesto, anno funesto) in cui tutti i teatri e i più in generale i luoghi dello spettacolo dal vivo (circoli, spazi, locali etc) e per molti di questi giorni anche i luoghi della cultura (musei, mostre etc) sono stati, per necessità di cose, inaccessibili. E per chi, come me, fa dello spettacolo il suo mestiere, è davvero un brutto anniversario.

590.000 lavoratori e lavoratrici dello spettacolo

366 giorni in cui non è cambiato nulla, in cui si è parlato pochissimo del problema e in cui i segnali di aiuto nonché gli aiuti concreti sono stati molto pochi e in alcuni casi inesistenti. Il problema è che quando si pensa al teatro e allo spettacolo dal vivo si pensa sempre, superficialmente, agli artisti e alle artiste e più in generale agli attori e attrici che lo popolano, ma in realtà qui parliamo di un comparto di 590.000 persone fra artisti di ogni tipo, tecnici, maestranze, organizzatori etc etc Cinquecentonavantamila persone che da oramai un anno non sono nelle condizioni di poter svolgere il proprio lavoro. E sia chiaro che non si parla né si chiede una riapertura immediata, seppure nei due mesi estivi di "ripresa" sia stato ampiamente dimostrato che i teatri sono luoghi sicuri, con un solo cluster accertato, ma si chiedono a gran voce delle condizioni che portino ad una ripresa: non c'è un calendario delle riaperture, non c'è una discussione sul futuro prossimo dei luoghi dello spettacolo e della cultura, non si parla di come sostenere tutte le realtà fisiche (teatri, circoli, locali) che in questi mesi sono rimasti chiusi pur dovendo continuare a sostenere spese, non c'è alcuna prospettiva.

Bonus e Ristori

Va detto che sono stati stanziati dei fondi per il teatro e lo spettacolo dal vivo, sono stati elargiti i tanto amati e odiati bonus Inps, ma parliamo comunque di poco più di quattromila euro in dodici mesi, arrivati peraltro a 90.000 persone su una platea di 590.000 ed ovviamente i fondi Fus ed ExtraFus (nomi tecnici per indicare il Fondo Unitario per lo Spettacolo, da sempre il fondo atto a sostenere i Teatri Stabili e gli Enti Lirici) hanno sostenuto solo alcune realtà e non i singoli e singole lavoratrici. "Facciamola semplice. Se qualcuno chiede a qualcun altro di smettere di guadagnare, allora il richiedente ha l'obbligo di dividere i suoi soldi con colui o colei a cui ha chiesto di smettere di guadagnare. Sembra una verità semplice, ovvia, quasi banale, eppure nell'Italia travolta dalla seconda ondata da Coronavirus non pare affatto così." Scriveva Massimiliano Virgilio già nell'ottobre dello scorso anno e da allora la situazione non solo non è mutata affatto ma è decisamente peggiorata.

Attrici e Attori Uniti

In questi mesi disperati sono nate associazioni e sigle di vario tipo che richiedono diritti e sostegno per un'intera categoria che seppur endemicamente frammentaria (data la natura stessa così variegata), sta riuscendo lentamente a farsi unita a creare una voce comune: A2U (Attrici e Attori Uniti), Unita, i vari coordinamenti regionali e molte altre sigle e associazioni neonate, oggi hanno indetto diverse mobilitazioni virtuali e di piazza, a voler urlare la nostra presenza, la nostra re-esistenza.

Oggi, nel pomeriggio, in tantissime piazze italiane lavoratrici e lavoratori dello spettacolo scenderanno in piazza per ricordare che da un anno siamo senza Teatro, Spettacolo dal vivo, Cultura. E ieri sera moltissimi teatri in tutto il paese, hanno acceso le loro luci per colmare quel buio che ci perseguita da 366 giorni. Oscurità che perseguita non soltanto noi lavoratori e lavoratrici dello spettacolo ma anche tutte e tutti voi: perché se è pur vero che l'aria, l'acqua e il cibo sono indispensabili per sopravvivere, è altrettanto vero che la cultura, in tutte le sue forme, è nutrimento per l'anima, indispensabile per vivere e non sopravvivere.

Un dialogo con le istituzioni

90 di queste sigle, tavoli e associazioni hanno ottenuto un incontro per essere ascoltati da Franceschini: il problema è che avranno a disposizione due ore soltanto, evidentemente 120 minuti sono il tempo e il peso che si dà allo spettacolo dal vivo in Italia. Perché purtroppo rimane un dubbio, permettetemi di dire amletico (per quanto abbia sempre considerato Amleto un pò un rompicoglioni): non è forse vero che la pandemia ha solo scoperchiato il proverbiale vaso di Pandora? Non è stata forse la goccia che ha fatto traboccare il vaso? Un vaso (la cultura e lo spettacolo dal vivo) che è al tracollo da tempo, oramai. Il problema è che in troppi si stanno abituando all'idea che il teatro, lo spettacolo dal vivo e la cultura più in generale siano superflui, dispensabili, inutili e se già prima questa opinione era assai diffusa, adesso lo diventa ancora di più. Ci si dimentica troppo spesso di tutte quelle piccole realtà territoriali che lavorano di continuo e prive di grandi gratificazioni ma senza le quali non avremmo i piccoli corsi di teatro o danza o arte dove portare i nostri figli e le nostre figlie o dove trovare un momento di allontanamento dall'orrore della quotidianità un martedì sera: questi 366 giorni stanno distruggendo tutto ciò. Sono i piccoli a soffrire. Sono i piccoli a chiudere. Quei piccoli localini, circoli, scuole, teatrini, spazi, atelier che sono le fondamenta della nostra cultura e che lavorano in silenzio giorno dopo giorno, anche se da 366 giorno non possono più farlo.

Ogni mattina, accompagnando il mio piccolino e la mia piccolina a scuola e all'asilo, so che incontrerò un genitore e so che dovrò correre più veloce di lui per evitare la stessa domanda di ogni giorno: "Allora come va con il lavoro, avete ripreso?" E ogni giorno, quando non riuscirò a correre più veloce di una gazzella, so che la mia risposta sarà sempre la stessa: "Che cazzo ne so!" Perché per un lavoratore e lavoratrice dello spettacolo è questa la cosa che fa più male: l'impossibilità di fare progetti, di poter vedere cose là dove non ci sono, la totale assenza di prospettiva.