Facciamola semplice. Se qualcuno chiede a qualcun altro di smettere di guadagnare, allora il richiedente ha l'obbligo di dividere i suoi soldi con colui o colei a cui ha chiesto di smettere di guadagnare. Sembra una verità semplice, ovvia, quasi banale, eppure nell'Italia travolta dalla seconda ondata da Coronavirus non pare affatto così. Motivo per cui venerdì 30 ottobre i lavoratori dello spettacolo e della cultura, da Nord a Sud (isole comprese) scenderanno in piazza. Manifestazione convocata dalle federazioni nazionali di Sic-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil per protestare inizialmente contro le chiusure previste dal Dpcm del 25 ottobre dal titolo "L'assenza spettacolare" – in diverse città italiane, ma che adesso fa i conti con il Decreto Ristori approvato dal Consiglio dei ministri.

Non c'è solo la rivendicazione (sacrosanta) dei lavoratori della cultura e dello spettacolo ad essere al centro della protesta di carattere sindacale. Non si tratta nemmeno di ribadire l'ovvio, e cioè che in una crisi sanitaria di queste dimensioni tutti, anche i lavoratori della cultura, devono fare la loro parte. Se bisogna chiudere, loro chiudono: teatri e cinema hanno fin qui dimostrato di essere responsabili come gli si chiede. C'è però la messa in discussione di un principio sempre più in voga nel nostro Paese, dalla classe dirigente fino all'opinione pubblica ormai abituata a considerare la cultura come qualcosa di inessenziale, di superfluo, qualcosa di simpatico "che ci fa ridere ed emozionare" da tenere come un orpello, una collanina comprata alla bancarella da indossare per le belle occasioni, quando le cose vanno bene, ma che alla prima ombra togliamo e riponiamo in un cassetto fino al prossimo giro.

No, non è così che va. Non è così che deve andare. Per questo è importante, oltre la protesta e la richiesta di equi e veri ristori che si farà domani in piazza, rimettere al centro del dibattito pubblico il ruolo della cultura, partendo da noi: quale cultura e quale spettacolo riteniamo fondamentali per la società?