L’annunciato attacco alla Siria è iniziato alle tre di questa mattina. Dopo il discorso del presidente Trump in diretta Tv, i tracciati dei missili da crociera Tomahawk hanno illuminato la notte della capitale siriana. Sono stati colpiti tre siti a Damasco e Homs che, secondo quanto affermato dal Pentagono, erano adibiti allo stoccaggio e produzione di armi chimiche. La risposta militare di Stati Uniti, Francia e Inghilterra arriva ad una settimana esatta dalla strage avvenuta a Douma, nella Ghouta orientale. Più di quaranta tra donne, uomini e bambini erano stati rivenuti senza vita nei sotterranei e in un appartamento di un palazzo della città. Nei video diffusi in rete, i cadaveri mostravano i segni di una morte atroce e le immagini avevano suscitato l’indignazione in tutto il mondo. Altre 500 persone, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, erano state ricoverate con sintomi da intossicazione. Non è la prima volta che il regime di Damasco è accusato di aver impiegato sostanze chimiche: il 4 aprile dell’anno scorso a Khan Shaykhun un episodio simile aveva provocato la reazione degli Usa e in quell'occasione il presidente statunitense aveva ordinato il lancio di 59 missili che avevano distrutto una base dell’aviazione siriana.

Da giorni Trump minaccia, a colpi di tweet, la Siria e la Russia, il principale alleato assieme all'Iran di Bashar al Assad. Uno scontro che ha tratto alla memoria gli anni più bui della guerra fredda.

Una settimana segnata anche dalle sessioni del Consiglio di Sicurezza per stabilire la responsabilità dell’attacco a Douma e l’invio di ispettori indipendenti. Riunioni che si sono risolte in un nulla di fatto per i veti incrociati delle due superpotenze.

Nell'azione punitiva al regime di Damasco, a fianco degli Stati Uniti, anche Francia e Inghilterra. Il presidente francese Macron nei mesi scorsi aveva preannunciato un intervento contro Bashar al Assad nel caso in cui avesse utilizzato armi chimiche. Diversa invece la posizione inglese: la premier britannica Theresa May, almeno in primo momento, si era dimostrata cauta nel coinvolgere il suo Paese in questa nuova avventura bellica. Dopo aver incassato l’approvazione del suo gabinetto, però, anche May ha dato l’ordine di schierare i sommergibili nel Mediterraneo e di mettere in preallarme la squadriglia di caccia Tornado nella base di Cipro.  Uno sfoggio di potenza militare che non si vedeva dalla guerra in Iraq del 2003. Di fronte alle manovre militari delle tre potenze occidentali, la Russia ha reagito minacciando di colpire non solo i missili indirizzati verso il territorio siriano ma anche le navi o gli aerei da dove fossero lanciati. Uno scontro diretto tra potenze nucleari reso ancora più probabile quando, solo due giorni fa, il rappresentante russo alle Nazioni Unite aveva avvertito il rischio di una guerra con gli Stati Uniti in caso di attacco.

Adesso che l’attacco è avvenuto, c'è l’inquietudine sulle possibili conseguenze. Questa mattina non si sono fatte attendere le dichiarazioni dell’ambasciatore russo negli Stati Uniti il quale ha affermato in un comunicato che: “Ancora una volta, siamo minacciati. Abbiamo avvertito che tali azioni non rimarranno senza conseguenze. Tutte le responsabilità ricadranno su Washington, Londra e Parigi. Insultare il presidente della Russia è inaccettabile e inammissibile. Gli Stati Uniti – il possessore del più grande arsenale di armi chimiche – non hanno il diritto morale di incolpare altri Paesi”.

Il presidente Putin, da parte sua, ha condannato il raid definendolo "un atto di aggressione" e ha avvertito che l'attuale escalation della crisi siriana ha “un impatto devastante sull'intero sistema delle relazioni internazionali". La Russia, inoltre, ha chiesto una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell'Onu per discutere degli attacchi sulla Siria. Dichiarazioni infuocate arrivano anche dall'Iran, secondo cui, Stati Uniti, Francia e Inghilterra “sono responsabili delle conseguenze regionali di questa azione avventurista”.

Ma al di là della retorica di questi momenti, l’attacco missilistico non compromette realmente le capacità dell’esercito siriano, che nei giorni scorsi aveva provveduto a mettere al riparo le proprie unità. “Abbiamo attutito l’attacco – ha detto un funzionario di Damasco – eravamo stati avvertiti in anticipo dai russi”. Per dimostrare quanto poco l’azione di stanotte abbia influenzato le attività del governo, l’ufficio di presidenza di Bashar al Assad ha diffuso questa mattina un video in cui si vede il presidente siriano recarsi al lavoro come se niente fosse successo.

Se la premier inglese si è affrettata a dire che l’obiettivo dell’attacco non è un cambio di regime in Siria, il Capo di stato maggiore dell'esercito Usa, il generale Joseph Dunford, ha detto che gli Stati Uniti hanno identificato in modo specifico gli obiettivi da colpire in modo da evitare il rischio di vittime russe. A questo si aggiunge l'ultima dichiarazione del presidente Trump il quale, ringraziando Francia e Inghilterra, dà per "compiuta" la missione.

Un ulteriore dimostrazione della limitata portata dell’operazione militare che difficilmente porterà ad un maggiore coinvolgimento in Siria delle potenze occidentali.