Il 9 marzo la pandemia in Italia ha messo a tacere tutto e tutti, tranne i violenti. Mentre il contagio saliva e il Paese si chiudeva in una delle crisi più nere dalla Seconda guerra mondiale, c’è chi non ha avuto remore, né sociali né morali, a ferire ancora di più un Italia già provata. È successo, quasi nel silenzio, a San Michele di Appiano, paesino che in altri tempi avremmo deputato a vacanze spensierate, dove una giovane mamma è stata assassinata nell’enoteca che gestiva. Barbara Rauch aveva 28 anni e una figlia di tre anni è stata pugnalata a morte in tra i tavoli del Bordeaux Keller, proprio la sera del 9 marzo, mentre l'Italia diventava zona rossa, da un uomo che aveva appena lasciato i domiciliari a cui era stato confinato da una condanna per stalking. Tragedia annunciata? Eccome.

A colpire dritto al cuore, poi, è arrivata la morte di Lorena Quaranta, 27 anni, laureanda in medicina. È il 31 marzo, siamo già in piena pandemia, Lorena è in isolamento domiciliare con il compagno nella loro casa di Furci Siculo, nell’entroterra messinese, dove convivono da tre anni. Muore strangolata dal fidanzato infermiere Antonio De Pace, che chiama lui stesso il 112, dopo un maldestro tentativo di suicidio. “Ho ammazzato la mia fidanzata”. Lì per lì dice che Lorena lo ha infettato con il Covid e lui ha contagiato tutta la famiglia. Non è vero e ancora c’è chi si domanda se fosse una psicosi paranoide o un lucido e freddo tentativo di strumentalizzare una tragedia collettiva per costruire una difesa.

Ma l’odio di genere non scorre solo attraverso il sangue che gronda dai coltelli dei femminicidi, ma passa anche attraverso il disagio. Il confinamento domestico ha messo sul tavolo il divario tra uomo e donna nella custodia dei figli, costringendo donne che avevano denunciato i propri mariti a violare gli ordini restrittivi per portare loro i figli, a casa, in mancanza di luoghi neutri per incontri protetti. Con consultori e centri antiviolenza chiusi, anche rispettare gli obblighi di bigenitorialità per le donne diventa un rischio. Se sono gli uomini a rifiutarsi di farlo, invece, come è successo coll'ex marito dell’infermiera di Anzio, che ha preteso e ottenuto l’affido dei bimbi per un presunto rischio contagio Covid, bisogna intervenire con la cavalleria (avvocati, associazioni antiviolenza, intervento della stampa) per ottenere la restituzione di un diritto.

E poi c’è l’episodio andato in scena qualche giorno fa in via Pichi a Milano, dove un’insegnante ha fatto intervenire i carabinieri nella casa di uno studente con cui era in videolezione, allarmata dalle urla della madre che veniva picchiata dal marito. Perché anche chiedere aiuto, sotto lo stesso tetto con il maltrattante non è cosa semplice, soprattutto se lui non può lasciare il domicilio a causa dell’emergenza sanitaria. Se il maltrattante vive di controllo, com'è vero, l’isolamento sociale glielo consegna tutto. A non voler fare solo la conta delle vittime -perché le donne non sono numeri, ma sono vite collegate ad altre vite e ognuna ne porta con sé altre – a non voler cadere nel vittimismo, si potrebbe fare un ulteriore sforzo durante questa pandemia.

Prendere coscienza una volta e per tutte che i criminali e i violenti non lo diventano fuori di casa contraendo un virus, ma lo sono in seno alle loro famiglie a causa di comportamenti e idee distorti. Assumere una volta e per tutte questo concetto, lavorare nelle famiglie e sulle famiglie, potrebbe essere l’inizio di un nuovo corso. Perché la salute è importante, ma senza giustizia sociale continueremo a vivere in un mondo malato.