"Il loro era un amore simbiotico. Antonio era premuroso, eravamo felici di averle affidato Lorena, sembrava la persona giusta e anche lei ne era convinta". Giuseppe Quaranta, fratello del padre di Lorena, non riesce a trovare una spiegazione logica per quanto accaduto nella casa di Furci Siculo (Messina) la mattina del 31 marzo, quando sua nipote è stata ammazzata dal compagno Antonio De Pace, senza una ragione. "Mai una litigata, qualcosa che potesse essere un segnale – dice in collegamento Skype con Fanpage.it – anche Lorena pensava fosse la persona giusta, che potesse proteggerla invece l'ha portata alla morte". "Bisogna aprire gli occhi e capire che una cosa del genere si può verificare anche in un rapporto come il loro che sembrava perfetto".

Mentre si attendono i risultati definitivi dell'autopsia sul corpo della 27enne studentessa originaria di Favara, la Procura di Messina continua a indagare sul femminicidio. Antonio De Pace, infermiere e studente di odontoiatria al primo anno, resta in cella dove, dopo le prime confuse dichiarazioni, si è trincerato nel silenzio. De Pace aveva detto ai magistrati che Lorena, laureanda in Medicina, gli aveva attaccato il coronavirus, circostanza smentita dai tamponi effettuati nell'immediatezza dei fatti.

"In questo periodo – dice zio Giuseppe – lui, da infermiere, così come tutti quelli che sono operatori sanitari, era abbastanza spaventato dal virus. Aveva paura di uscire e andare a trovare i pazienti per il pericolo che qualcuno potesse trasmettergli il virus. Certo, aver concepito un ragionamento di quel tipo, prefigurante una difesa per una eventuale perizia psichiatrica, invocando il coronavirus, dà l'idea che abbia fatto un ragionamento lucido". Per la famiglia Quaranta, a questo punto, l'unica pena possibile per chi ha tolto la vita a Lorena è l'ergastolo. "I suoi occhi sono stati spenti dalla persona che amava. Non può esserci nessun perdono per chi ha ucciso la propria compagna in un modo così brutale".