L'emergenza sanitaria Covid19 ha mandato in tilt i protocolli di aiuto alle donne vittime di violenza. "In, questi giorni – ha raccontato a Fanpage da Simona Lanzoni, vicepresidente di Pangea onlus – i centri antiviolenza di molte regioni d'Italia hanno registrato un brusco calo delle richieste di aiuto, dovuto all'isolamento forzato nella stessa abitazione delle vittime con i loro carnefici per il decreto ‘Io resto a casa'. L'assistenza alle vittime da parte di avvocati, psicologi e operatori è diventata telecamatica, ma tutto questo non basta. Ci sono donne che scrivono un messaggio e poi lo cancellano immediatamente per non farlo leggere al marito che controlla tutto, perché lui è onnipresente in questi giorni di Covid19 perché non lavora –  racconta Lanzoni – Sono più fortunate quelle che invece hanno il marito che è costretto a lavorare".

Donne e bambini in casa coi violenti

"Una donna che lavora nella Sanità – spiega – controlla tutti i turni di lavoro del marito, anche lui occupato nella Sanità, per incastrare i suoi in maniera da non incontrarlo mai a casa. L'ultima volta che lo ha incrociato, qualche giorno fa, a casa l'ha riempita di botte, ere notte, e lei la mattina é andata a lavoro per non rivederlo anche se il referto le dava una decina di giorni a casa. Ci sono donne – continua – arrivate in pronto soccorso a cui hanno tolto il cellulare perché l'ospedale è un centro dedicato Covid, di conseguenza non hanno potuto chiamare i figli, né il centro antiviolenza per farsi aiutare". "Ci sono uomini-padri-maltrattanti che non rinunciano, anzi pretendono, il loro diritto di visita dei figli e pretendono che la madre porti loro i bambini. Infatti, non vi sono decisioni omogenee in tutta Italia da parte dei tribunali per i minori in presenza di violenza domestica che vietino in questo periodo di contaminazione le visite obbligatorie".

Caos sulla messa in sicurezza in strutture protette

Anche la messa in sicurezza delle donne nelle strutture protette, come ci racconta Simona Lanzoni, è diventata rischiosa. "Accogliere una donna in una struttura con altre senza la certezza che non sia Covid positiva rappresenta un rischio per le altre vittime, per le operatrici e gli operatori, ma allo stesso tempo per lei stessa. Bisogna fare una scelta: mettere a rischio la salute di altri, o la vita della donna, decidendo di lasciarla in casa con il violento?".  Secondo Lanzoni, ci troveremo dunque in presenza di un'emergenza sociale nascosta sotto quella sanitaria, che rischia di scoppiare di qui a poco.

Mancano linee guida per tutte le regioni

In questi giorni Fondazione Pangea onlus e rete Reama hanno scritto una lettera a Elena Bonetti, Ministro per le Pari opportunità e la famiglia nel Governo Conte, chiedendo una "task force per elaborare in maniera tempestiva direttive nazionali omogenee per tutte le regioni che tengano conto delle specificità territoriali e si integrino con le attività dei Ministero della Giustizia e dell'interno, del lavoro, nonché della salute, sui temi della violenza sulle donne". Di contro, il ministro Bonetti, ha assicurato che "stiamo studiando un modo per permettere ai territori di dotare i centri antiviolenza di eventuali alloggi aggiuntivi. Il costo di questa operazione verrà coperto da un fondo straordinario che sto mettendo a disposizione presso il dipartimento pari opportunità".

"Nel frattempo –  conclude Simona Lanzoni – è importante che tutti i cittadini restino ricettivi. Se sentite delle grida provenire dalla casa dei vicini, se avete motivo di credere che una donna sia in pericolo, chiamate aiuto. La solidarietà e il mutuo soccorso non valgono solo per la salute, ma anche per la sicurezza".