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OPINIONI
Bambina morta a Bordighera

No, la morte di Beatrice a Bordighera non è un’eccezione mostruosa: è la prova dell’assenza dello Stato

In Italia, circa un minorenne ogni 20 è seguito dai servizi sociali, per un totale di quasi 457 mila minori. E circa uno ogni 100 è seguito per maltrattamenti, oltre 91 mila casi. Sarebbe quindi un errore confinare il caso della bimba uccisa a 2 anni a Bordighera nella categoria dell’eccezione mostruosa.
La casa di Bordighera dove la piccola è stata uccisa dalla madre e dal compagno
La casa di Bordighera dove la piccola è stata uccisa dalla madre e dal compagno
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A due anni un bambino non è semplicemente piccolo: vive il mondo dentro la protezione, lo sguardo e le mani degli adulti che lo accudiscono. Il suo corpo non si protegge da solo, la sua paura non si placa da sola, il suo dolore non trova autonomamente le parole per esprimersi.  Il corso della sua vita dipende dalla qualità dello sguardo che incontra.

Quando la violenza colpisce un bambino di due anni, non si spezza soltanto la cura: si infrange l’ordine minimo dell’umano, quello per cui il più forte è chiamato a proteggere il più fragile, non a dominarlo.  A due anni siamo ancora fatti di sonno, fame e pianto.  Tutto, a quell’età, chiede misura. Lo sa chiunque abbia preso in braccio un bambino piccolo: bisogna saper toccare senza invadere, contenere e calmare senza spaventare.

Per questo la morte di Beatrice impone domande ancora più dure di quella che normalmente riusciamo a formulare: che cosa accade quando in un adulto si spegne il divieto più elementare dell’umano, quello che dovrebbe arrestare la mano, lo sguardo, la parola davanti alla vulnerabilità assoluta? Che cosa accade quando la fragilità infantile non richiama più protezione, ma viene letta come occasione impunita di esercitare potere, disprezzo, umiliazione?

Sul piano clinico e deontologico non è possibile formulare diagnosi a distanza, ma, sul piano psicologico, davanti a quadri di questo tipo, non basta parlare genericamente di carenza affettiva o di fallimento della funzione di cura. In questo caso siamo davanti alla sospensione del riconoscimento del bambino come persona, al collasso del freno morale primario, alla trasformazione della dipendenza infantile in spazio di sopraffazione. Il pianto non viene più letto come richiesta di aiuto, ma come provocazione. La vicinanza non viene letta come bisogno di attaccamento, ma come pretesa intollerabile.

Si può ipotizzare, in senso descrittivo e non diagnostico, una componente di crudeltà organizzata: una modalità psichica in cui la fragilità dell’altro non rappresenta un limite, ma può diventare la condizione stessa del dominio, dell’umiliazione e persino di una forma di compiacimento sadico di fronte all’impotenza di chi non è in grado di difendersi.

I genitori o i caregiver che maltrattano gravemente spesso mostrano un deficit della capacità di mentalizzazione: non riescono più a riconoscere il figlio come una mente separata, portatrice di bisogni, paura, dolore, dipendenza. È qui che la violenza contro un bambino così piccolo rivela il suo carattere più atroce: non è solo aggressione, è uso volontario della sua impotenza.

Le notizie emerse sul caso restituiscono il significato concreto dell’espressione "maltrattamenti aggravati e reiterati". Non un episodio di perdita di controllo, ma un contesto, una continuità di trascuratezza, svalutazione, abbandono emotivo e violenza.
Due sorelle esposte a un ambiente traumatico, una bambina di nove anni costretta a svolgere funzioni di cura improprie, richieste di aiuto ignorate, segnali ripetuti che non hanno garantito protezione.

Il caso di Beatrice impone anche di nominare correttamente la violenza assistita. Le sorelle non sono state soltanto testimoni laterali; sono state bambine immerse in un’atmosfera di paura e adultizzazione. Una minore che accudisce le sorelle, somministra farmaci, cerca gli adulti e non trova risposta è una bambina espulsa dal proprio posto nel mondo. Questo produce un danno profondo: il trauma non riguarda solo chi subisce direttamente la violenza, ma anche chi cresce vedendo che la sofferenza di un bambino non mobilita nessuno, incrinando l’idea stessa di affidabilità dell’adulto.

Pesa il silenzio di chi ha visto e non ha agito, delle istituzioni che non sono intervenute.  Perché quando un bambino resta senza protezione, la responsabilità non appartiene mai soltanto a chi colpisce. Sarebbe però un errore confinare questa vicenda nella categoria dell’eccezione mostruosa.

In Italia, circa un minorenne ogni 20 è seguito dai servizi sociali, per un totale di quasi 457 mila minori, e circa un minorenne ogni 100 è seguito per maltrattamenti, oltre 91 mila casi. Dentro questo quadro, i dati EURES mostrano che tra il 2000 e il 2017 sono stati uccisi 447 figli da genitori o familiari.

La forma più frequente di maltrattamento è la trascuratezza materiale e affettiva; seguono la violenza assistita e il maltrattamento psicologico. Ciò significa che il danno ai bambini è molto più diffuso di quello che arriva sui giornali. Vive nelle omissioni quotidiane, nella solitudine educativa, nell’assenza di un piano nazionale di educazione alle relazioni obbligatorio e senza consenso, nelle richieste di aiuto non intercettate, nei servizi che arrivano tardi o non arrivano affatto. E continua finché qualcuno interrompe la spirale.

Sono numeri che, da soli, dovrebbero imporre una priorità pubblica e, invece, il Garante per l’infanzia continua a segnalare l’assenza di un sistema nazionale permanente di monitoraggio del maltrattamento. In altre parole: lo Stato, troppo spesso, resta fuori dalla porta. E quando resta fuori troppo a lungo, il privato familiare smette di essere uno spazio protetto e può diventare un luogo opaco, perfino letale.

Il caso Beatrice costringe a pensare non solo a ciò che di impensabile è accaduto a una bambina, ma a quanti luoghi, in questo momento, stanno cedendo nello stesso punto: dove si infrange l’ordine minimo dell’umano. Nel punto in cui la cura si spezza, la protezione arretra e l’infanzia resta senza riparo. Uccidere un bambino non spezza mai solo una vita: incrina il futuro di tutti.

Se gli adulti di riferimento non sentono più il limite sacro della fragilità di un bambino, allora deve sentirlo la comunità. Nel momento in cui tradiamo il compito di proteggere chi è totalmente affidato a noi, non è solo l’infanzia a essere perduta: siamo noi, come umani, a cominciare a morire.

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Psicologo clinico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e psico-oncologo. Professore a contratto e cultore della materia in Psicologia dello Sviluppo presso l’Università degli Studi di Pavia, Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento, e professore a contratto e membro dell’Unità di Ricerca sul Trauma in età evolutiva del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Fondatore e Presidente della Fondazione Soleterre. Voce attiva sui temi della salute mentale, dell’infanzia, dei diritti umani e della prevenzione della violenza di genere.
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