Morte Andrea Pinarello, medici condannati a risarcimento di 1.3 milioni: “Non dovevano dargli idoneità sportiva”

Quindici anni dopo la morte di Andrea Pinarello, la Corte d’Appello di Venezia ha ribaltato la sentenza di primo grado e ha condannato due medici e una struttura sanitaria privata al risarcimento di circa 1,3 milioni di euro per danni morali ai familiari dell’imprenditore. Una decisione che riporta al centro una vicenda iniziata nell’agosto 2011, quando il manager dell’omonima azienda di biciclette morì a 39 anni dopo aver tagliato il traguardo della prima tappa del Giro del Friuli amatori.
Secondo quanto stabilito dai giudici, Pinarello avrebbe ottenuto il certificato di idoneità agonistica nonostante alcuni segnali clinici già emersi in precedenza, tra cui una cicatrice al ventricolo sinistro rilevata da esami strumentali. Una condizione che, secondo la nuova perizia citata in sentenza, avrebbe richiesto ulteriori approfondimenti e prudenza nella valutazione dell’idoneità sportiva.
Nel corso degli accertamenti, era emerso un quadro cardiologico complesso, con sospetti di cardiomiopatia aritmogena, patologia difficile da individuare all’epoca. Dopo il malore avvenuto all’arrivo della gara, il decesso fu immediato e il procedimento penale venne successivamente archiviato per l’impossibilità di stabilire con certezza un nesso diretto.
La causa civile, però, ha seguito un percorso diverso. I giudici hanno ritenuto che il certificato di idoneità non sarebbe dovuto essere rilasciato, sottolineando come in presenza di dubbi clinici sarebbe stato necessario mantenere la sospensione dall’attività agonistica. Centrale anche il passaggio su una risonanza magnetica del 2010 che indicava anomalie al cuore, elemento che, secondo la Corte, non sarebbe stato adeguatamente approfondito.
Nel dispositivo viene inoltre evidenziata la responsabilità dei due medici e della struttura privata, chiamati a rispondere in solido. I giudici hanno escluso il danno patrimoniale, riconoscendo invece solo quello non patrimoniale ai familiari, colpiti dalla perdita improvvisa dell’imprenditore e dal trauma legato alla sua morte durante l’attività sportiva.
Resta ora aperta la possibilità di un ricorso in Cassazione, che potrebbe rappresentare un ulteriore capitolo in una vicenda giudiziaria che si trascina da oltre un decennio.