Ben vengano applicazioni, il tracciamento dei casi, la costruzione di una reale rete di contatti in Italia e le sacrosante domande sulla privacy. Ma Immuni, l'applicazione scelta dal Governo per tracciare su base volontaria la diffusione del coronavirus nel nostro paese, da sola non basta. Non è la sola tecnologia, purtroppo, a poter magicamente scovare i casi positivi di Covid-19 in Italia, perché nonostante le grandi discussioni sul funzionamento del sistema di tracciamento che tutti (forse) porteremo in tasca in questa situazione di emergenza, Immuni sarà solo un contenitore inutile se non sarà associato all'elemento davvero importante: i tamponi.

Per capire il perché, però, bisogna comprendere il funzionamento dell'app, o per lo meno di quello che in questo momento è il pacchetto proposto dall'azienda italiana Bending Spoons e accettato dal governo, che potrebbe apportare qualche modifica allo stesso. La base, però, è chiara: Immuni sarà un'applicazione in grado di sfruttare il Bluetooth Low Energy (BLE) per registrare i contatti tra persone a un metro di distanza e la durata degli stessi. Non viene utilizzato il normale Bluetooth, quindi, ma una tecnologia introdotta nel 2006 a livello commerciale e basata su un minore consumo energetico. Rispetto al tradizionale Bluetooth, il BLE opera nella stessa gamma di frequenze ma utilizzando meno canali, un bit rate minore e una potenza massima pari a 1/10 di quella tradizionale. Per questo viene spesso utilizzato in abbinamento con smartwatch o smartband per non gravare troppo sulla batteria.

Come funziona il tracciamento di Immuni

Il BTE dello smartphone consentirà quindi di individuare gli altri telefoni incrociati durante gli spostamenti concessi dalla fase 2 e registrarne le stringhe anonime scambiate tra gli smartphone in un registro presente sul dispositivo, che di conseguenza conterrà tutte le persone incontrate durante le giornate. Il software registrerà quindi solamente il contatto e non la posizione tramite GPS, che il sistema Bending Spoons non prevede. L'app, inoltre, consentirà di tenere un diario clinico dove annotare dati relativi alle condizioni di salute ed eventuali sintomi del virus. La fase critica arriva con i casi positivi, perché è in questo momento che l'app dovrebbe rivelarsi davvero utile a ricostruire la rete di contatti avuti da un infetto per bloccare la diffusione da parte di chi è positivo ma ancora non lo sa. Ma cosa succede quando un utente dell'app diventa un caso accertato di coronavirus?

Una volta ottenuto il risultato del tampone, gli operatori sanitari invieranno un codice che il paziente dovrà inserire all'interno dell'app per comunicare la positività al sistema e caricare la lista di stringe inviate (e non quelle ricevute) su un server del ministero – saranno in Italia o Europa, come impone il GDPR – in modo da consentire di rigirare questi dati a tutte le app in circolazione. Queste ultime effettueranno da remoto il processo di incrocio dei dati, analizzando i contatti e la durata degli stessi. Questa, pare, avverrà tramite un esame algoritmico: il sistema valuterà la distanza di contatto e, soprattutto, la durata dello stesso, per decidere se un incontro è stato minimo (come una persona incontrata passeggiando per strada) o prolungato. Chi viene identificato con un alto rischio contagio sarà raggiunto da una notifica sul suo smartphone contenente informazioni su come comportarsi. Semplice, no? Certo, ma non si sta considerando la variabile principale: i tamponi.

Senza tamponi Immuni è inutile

Immuni, così come tutte le applicazioni di questo tipo e persino il sistema annunciato da Apple e Google, è totalmente inutile se le persone non sanno con certezza di essere positive. L'intero sistema si basa sul fatto che agli infetti venga diagnosticato il Covid-19 e che gli operatori sanitari forniscano di conseguenza il codice da inserire nell'applicazione. Ma se i tamponi non vengono fatti e le persone, anche con sintomi, non hanno la conferma di aver contratto il virus, come può funzionare questo sistema? Senza un grande numero di tamponi, un elemento che ormai rappresenta chiaramente uno dei problemi più pressanti della situazione italiana, Immuni diventerà un contenitore vuoto totalmente inefficace per il contenimento dei casi di coronavirus.

D'altronde anche guardando all'esempio della Corea del Sud – dove peraltro si aprono preoccupanti questioni riguardanti la privacy, dato che nel paese l'app registra anche la geolocalizzazione degli utenti – il vero elemento chiave per il contenimento è stato l'enorme numero di tamponi, centinaia di migliaia che hanno consentito di individuare prontamente i casi e, grazie alla tecnologia, anche il percorso di contatti dei positivi. E non è nemmeno solo un discorso relativo alla quantità di tamponi effettuati ma anche alle modalità e alle tempistiche che li caratterizzano: avere dei tamponi positivi a distanza di 10/15 giorni se non di più rende il sistema di tracciamento solo uno strumento per avviare una enorme rincorsa al contact tracing persa in partenza.

Il 60% degli italiani deve utilizzarla

Ma quello dei tamponi è solo uno dei problemi che possono minare l'efficacia di un'applicazione come Immuni. Il secondo in ordine di importanza è quello legato all'effettivo utilizzo del software da parte di un grande numero di cittadini. Anche in uno scenario ideale dove i tamponi vengono fatti in massa e con tempistiche adeguate, resta il problema del numero di app installate: secondo gli esperti dell’università di Oxford, il sistema per funzionare deve essere installato da circa il 60 percento della popolazione italiana. Significa convincere 36 milioni di italiani a installare su base volontaria un software di monitoraggio non obbligatorio che poi va utilizzato. Sembra scontato, ma non lo è. Indipendentemente da chi pone il problema privacy e dai cospirazionisti, alcune fasce della popolazione possono trovare poco intuitiva l'app. Pensiamo agli anziani, per i quali si pensa all'ipotesi di un bracciale in sostituzione dell'app. Anche qui, però, si parla di proposte tutte da confermare.

L'ipotesi di imporre delle limitazioni agli spostamenti per chi non scarica l'app è stata già smentita – d'altronde come poter multare le persone perché non possiedono qualcosa di non obbligatorio? – quindi resta da capire come pensa il Governo di convincere decine di milioni di italiani a installare e usare Immuni. "Il tracciamento è necessario per evitare la diffusione del virus" ha spiegato il Premier Giuseppe Conte. "Ma il suo utilizzo sarà su base volontaria e non ci saranno limitazioni per chi non la scarica". Di certo l'opzione di inviare un SMS a tutti i cittadini, come fatto dalla Lombardia per la propria app, non sembra essere la soluzione migliore in termini di risultati. Il rischio è quello di trasformare l'approccio italiano nel flop di Singapore, dove l'app di contact tracing ha fallito proprio perché utilizzata da troppe poche persone. Nel paese asiatico circa un milione di persone hanno installato l'applicazione, che a causa di questi numeri bassi non ha portato reali benefici. Secondo gli studi, almeno 4,3 milioni di residenti di Singapore dovrebbero installare il software per poter davvero contrastare il coronavirus.

E la privacy?

Infine, c'è il problema privacy. Che a questo punto, pur rappresentando un elemento fondamentale dell'intero sistema pensato dal Governo, non è chiaramente quello più problematico riguardo all'operatività di Immuni. Prima di tutto, come detto in precedenza l'app non registrerà la geolocalizzazione degli utenti ma solo i contatti tra persone attraverso il Bluetooth Low Energy. Questi contatti saranno immagazzinati attraverso codici anonimi sullo smartphone di entrambi gli utenti e caricati nei server del ministero solamente quando un utilizzatore indica di essere positivo. I server, secondo il GDPR, dovranno essere in Italia o in Europa. Il modello di Immuni è quindi un ibrido tra centralizzato e decentralizzato: Bending Spoons fa parte del progetto PEPP-PT (Pan-European Privacy-Preserving Proximity Tracing), che tra le altre cose rifiuta un approccio basato sul GPS e impone una trasmissione dei dati criptata e firmata digitalmente. L'intero sistema sarà decentralizzato, a differenza di quello che si pensava inizialmente: il Governo ha optato per una soluzione dove saranno gli smartphone (e non i server, come nella prima versione di Immuni) a generare i codici identificativi anonimi e le stringhe alfanumeriche scambiate dagli smartphone quando incontrano un altro utilizzatore dell’app. Solamente quando un infetto indica di essere positivo le stringhe inviate dal suo telefono vengono trasmesse al server, che le rigira a tutte le app in circolazione: se viene trovato un “match” dall’applicazione (un processo che quindi avviene sullo smartphone), il sistema dovrebbe fornire istruzioni in base alla tipologia di contatto (la durata, la distanza, etc). Infine, il Ministero per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione si è impegnato a rendere il codice dell'applicazione pubblico in open source MPL 2.0 in modo da consentire ad altri governi e realtà di studiarlo e riutilizzarlo.

Cos'è Bending Spoons

Responsabile dello sviluppo dell'applicazione scelta tra 318 candidati con l'ordinanza del 16 aprile è Bending Spoons, azienda nata in Danimarca dall'idea di quattro italiani: Francesco Patarnello di Padova, Luca Ferrari di Verona, Matteo Danieli di Vicenza e Luca Querella di Torino. Il nome deriva dalla famosa scena in cui un personaggio di Matrix mostra a Neo, il protagonista, come piega un cucchiaio con la mente. Un'impresa apparentemente impossibile come quelle che hanno caratterizzato la storia di successo della startup, che ormai ha generato 200 milioni di download con le sue app che spaziano dal fitness al ritocco fotografico, ma sopratutto ai quiz con l'utilizzatissima Live Quiz. Nel 2018 Bending Spoons aveva raggiunto 45,5 milioni di euro di fatturato.