"La cosiddetta opinione pubblica ha scaricato cattiveria e fango sull’infinito dolore di un padre e una figlia, senza un minimo di umanità". È amareggiato e deluso don Antonio Mazzi, 90 anni, dal  quale è arrivata alcune settimane fa la notizia del matrimonio di Erika De Nardo, l'ex ragazzina killer che nel 2001 uccise la madre e il fratellino a Novi Ligure.

È stato proprio il sacerdote che guida la comunità ‘Exodus' ad accogliere e istradare la ragazza dopo il termine della sua condanna in carcere. "Nella mia ingenuità  – dice don Mazzi in un'intervista a Famiglia Cristiana – credevo fosse consolante pensare come un padre e una figlia usciti da dolori immensi, oggi fossero sereni, per non essere stati travolti dai fatti e soprattutto da tutta la cattiveria e il fango che la cosiddetta opinione pubblica ha scaricato senza un minimo di umanità sull’infinito dolore per un verso e sull’inspiegabile massacro per l’altro". Il riferimento è al perdono concesso immediatamente da Francesco De Nardo, risparmiato alla strage, alla figlia Erika, che ha accompagnato amorevolmente in tutto il suo percorso di pena e di reinserimento sociale seguiti alla condanna.

"Già la stampa e il prurito sdegnosamente curioso", prosegue don Mazzi parlando della alla morbosità mediatica che ha segnato la narrazione su Erika e Omar "hanno ancora una volta messo a disagio me, tempestato di telefonate, di trappole e di messaggi". "Non voglio anch’io, aggiungere legna al fuoco. Vorrei però che la cosiddetta opinione pubblica, si trasformasse in riflessione e in dignitosa interrogazione non solo su una tragedia, ma su tutto ciò che sta accadendo nell’Italia dei nostri giorni. Per questo ricordo Francesco De Nardo, il padre, che ha seguito la figlia con una costanza, una tenerezza e una bontà degna della stima e dell’ammirazione non solo mia, ma di tutti. Il dolore, il silenzio, gli incontri settimanali con la figlia, il perdono totale, i numerosi colloqui tra noi, hanno dato a quegli anni, un significato enormemente meditativo anche per me. Mi fermo qui. Non voglio andare oltre, perché offenderei l’uomo, il padre, e l’amico".

Don Mazzi conclude con un appello: "Provocare un contegno diverso di tutti noi, cosiddetti cittadini normali. La cultura, la maturità di una società si misura in questi frangenti. E, se dovessi essere sincero fino in fondo, dovrei dire che ancora una volta pare che il bisogno di trasformare i dolori più tremendi in un romanzo giallo sia più grande della fame di convivenze serene, capaci di dare alle cose il giusto peso, il giusto ricordo e il giusto equilibrio".