In Procura avevano cominciato a chiamarla il ghiaccio, per il contegno controllato con cui, a 16 anni, descriveva il volto degli assassini di sua madre e del fratellino di 12 anni. Accurata, precisa, lucida: aveva disegnato lei stessa circa 20 identikit degli albanesi che la sera del 21 gennaio 2001 avevano invaso casa De Nardi come barbari e l’avevano ridotta a un mattatoio, con i corpi di una donna e di un bambino deturpati a coltellate. Mentre l’unica superstite alla strage di via Dacatra, a Novi Ligure, si gettava nelle braccia del papà, anche lui scampato al massacro perché non si trova in casa, la Procura di Alessandria cercava il mostro. Nonostante il racconto di Erika fosse coerente e completo, però, alcuni particolari non quadravano. E non erano pochi. Perché i banditi avrebbero dovuto arrischiarsi in una rapina proprio alle 22 in quartiere tranquillo come Lodolino, dove nelle villette a due piani le famiglie a quell'ora si sono già ritirate per la cena? Perché sulla porta di ingresso non c’erano segni di effrazione? E soprattutto, perché i rapinatori avrebbero dovuto accanirsi contro le vittime con tale ferocia? Novantasette coltellate sono troppe per accontentarsi delle risposte semplici.

Il delitto di Novi Ligure

I TG continuavano a rimandare sempre le stesse immagini che andavano come un rullo impazzito che raschiava ogni volta uno strato di dolore, di paura, di rabbia. La folla sconvolta, le volanti con i lampeggianti accesi davanti al civico 12 e il procuratore capo di Alessandria, Carlo Carlese, che commentava, provato, sotto il suo borsalino: “È uno degli episodi più feroci che abbia visto in vita mia”. Dietro la porta protetta dal cordone c’erano riversa nel suo sangue al piano terra, Susy Cassini, 42 anni, sventrata da 40 coltellate e al piano di sopra, immerso in una vasca di sangue il piccolo Gianluca, straziato da 57 coltellate. Quelle immagini hanno avuto  un effetto violento sulla comunità della piccola Novi Ligure, 30 minuti da Alessandria in una provincia arricchita dalla crescita dell’industria locale. La gente di Novi invocava la forca per i crudeli albanesi che avevano distrutto una famiglia. Mentre i Ris, guidati dall’allora capitano, Luciano Garofano, rilevavano ogni particolare nella villetta, il procuratore Carlese decideva di condurre Erika sulla scena del crimine in compagnia dell suo fidanzato, Mauro Favaro, detto ‘Omar', convocato perché desse sostegno morale per la ragazza. Appena il sopralluogo fu concluso tornarono in Procura, dove Carlese decise di lasciare i ragazzi solo per circa cinque ore in una stanza, mentre li osservava con una telecamera. Aveva bisogno di allontanare quei terribili dubbi che, dai primi interrogatori tormentavano la sua mente

Erika e Omar in carcere

La telecamera riprende i due ragazzi che si stringono, si abbracciano, parlano sottovoce. Omar ha paura e la fidanzata, fredda e controllata, lo rassicura: “Non andrai in prigione, mi credono, sono l’unica testimone”. Tra effusioni e sussurri si sentono parole sconcertanti. Poi Erika mima con il braccio una coltellata chiedendo: “Ma quante gliene hai date?”. “Assassina”, fa lui “No, assassino sei tu”. I due carnefici sono lì, sono sempre stati lì, confortati dal cordoglio collettivo e assistiti dalla polizia. Eccoli: 16 e 18 anni, studenti delle scuole superiori e figli della piccola borghesia di Novi. La soluzione del delitto, in questo caso, è anche peggiore del delitto stesso: una figlia che uccide la madre, una sorella che uccide il fratellino minore e un fidanzato che agisce ai suoi ordini. Il 23 febbraio, a due giorni dal massacro, Erika e Omar vengono arrestati. La notizia viene data dai giornali, le facce dei ragazzini e i loro nomi occupano i le prime pagine dei quotidiani. “Vogliamo vederla in faccia” è la voce che si alza dalla folla assiepata davanti alla Procura. Il caso richiama il precedente angoscioso di Doretta Graneris , assassina della sua famiglia (genitori, fratellino e nonni) insieme al fidanzato Guido. Era il 1975, i giornali la chiamarono “La belva di Vercelli”. Nel 2001 la dialettica dei media è cambiata e queste etichette giornalistiche sono finite in soffitta, insieme alle macchine da scrivere. Nella sensibilità comune lo sgomento prende il posto del giudizio morale: una figlia può uccidere la madre, anche se è bella, generosa e dolce come Susy Cassini; può accoltellare a morte un bimbo di 12 anni, suo fratello, anche se piange disperato perché stanno facendo del male alla sua mamma. (continua)

L'amore assassino

La domanda più importante, dopo aver scoperto chi è: perché. Secondo gli psichiatri Erika e Omar erano legati da un rapporto totalizzante e morboso. Sicura di sé, fredda e determinata, lei, fragile e passivo, lui, insieme avevano formato una coppia omicida. Il piano era stato messo a punto con cura nel corso di settimane e settimane, ma, se si escludono i conflitti tra genitori e figli peculiari di quell'età, il movente resta oscuro. Omar dice di aver agito su pressione della fidanzatina, Erika di non aver preso parte al massacro e di aver visto il fidanzato uccidere la sua famiglia. La sentenza arriva nel 2001 e vede la ragazza condannata a 20 anni di reclusione e Omar a 16. A nessuno dei due viene riconosciuta la seminfermità mentale. Quando si aprono le porte del carcere, Erika avvia una fitta corrispondenza con amici e amiche di Novi e con una folta schiera di macabri fan che si dichiarano innamorati di lei. Anche da dietro le sbarre "Il ghiaccio" continua a emanare un tenebroso fascino. Si fidanza con un DJ, Mario Gugole, che conosce un periodo di discreta popolarità. Il giovane morirà nell'ottobre 2008 in un incidente stradale.

Erika e Omar da adulti
in foto: Erika e Omar da adulti

Erika e Omar oggi

Oggi Erika De Nardo e Omar Favaro hanno scontato la loro pena e sono liberi. Francesco De Nardo, marito e padre delle vittime, ha riaperto la villa del massacro non appena è scattato il dissequestro. Ha cancellato l'orrore dalle pareti con qualche colpo di spatola ed è tornato a vivere in quella casa. L'ingegnere De Nardo ha sostenuto Erika durante i lunghi anni di carcere, mentre quella ragazzina narcisista e introversa diventava donna all'ombra delle sbarre. Oggi che Erika si è laureata in filosofia e si è sposata la sua vita continua a girare intorno a suo padre. In fondo, era quello che lui le aveva implicitamente promesso dopo la tragedia, quando abbracciandola in lacrime le disse: "Mi sei rimasta solo tu".

Francesco De Nardo
in foto: Francesco De Nardo