“Sono usciti per andare in campagna a terminare la raccolta delle rotoballe di foraggio cominciata al mattino. Mamma, a dopo, mi ha detto. Da casa al punto in cui avevano lasciato il trattore sono cinquanta metri: tempo due minuti, forse meno, ed è successo l'incidente”. Così Ignazia Sanna, 48 anni, ricorda l’ultima volta in cui ha visto vivo suo figlio, Davide Trudu, il 29enne di Samassi caduto dal mezzo agricolo guidato proprio dall’amico, Cristian, ora denunciato per omicidio stradale e omissione di soccorso. Il 31enne dovrà anche rispondere di guida senza patente. Il mezzo agricolo, già sotto sequestro, era anche sprovvisto di assicurazione.

La madre di Davide ha acconsentito alla donazione degli organi che hanno permesso di salvare la vita a cinque malati gravi. La donna ha ricostruito in un’intervista a L’Unione Sarda il momento in cui ha appreso dell’incidente. “Ho sentito le urla dei vicini che chiamavano il mio Davide, sono corsa e l'ho visto disteso a terra, senza conoscenza. Ho capito subito che si trattava di una cosa grave perché perdeva sangue dall'orecchio. Su di lui c'era Cristian, l'amico che guidava il trattore, che ha provato a soccorrerlo”. La signora Sanna smentisce quindi l’ipotesi che Cristian si sia allontanato: “Non è vero: è rimasto accanto a Davide. Quando si è allontanato l'ha fatto solo per prendere dei farmaci, e dopo l'arrivo delle ambulanze del 118. Io ho pensato da subito che Davide fosse molto grave. Gli ho sentito il respiro e mi ha ricordato quello di suo papà, che respirava malissimo quando stava per morire. Ho pensato al peggio e mi sono detta: no, Davide non ce la fa. Purtroppo avevo ragione. In ospedale ho chiesto a una dottoressa se poteva salvarsi, ma la sua risposta non mi ha dato speranza. L'indomani Davide è morto”.

La notizia della morte è arrivata domenica mattina: “Il mio compagno Rinaldo ha ricevuto una telefonata e mi ha detto: dobbiamo andare in ospedale. Gli ho chiesto: È morto, vero? Davide non c'era più. Il primario e i medici della Rianimazione, con grande professionalità e riguardo, mi hanno chiesto se ci fosse la volontà di donare gli organi” ricorda la donna. “Una decisione difficile – ammette – in un momento di dolore terribile. Ho consultato i miei figli, la decisione l'ho presa con loro. Da questo vorrei che arrivasse un insegnamento: Davide non sarebbe tornato con noi, ma donare significava dare speranza ad altre persone sfortunate che avrebbero continuato a vivere. Mi aggrappo a questo per ora, poi mi piacerebbe conoscere e abbracciare chi vive grazie a lui” conclude.