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Cambiamenti climatici

Clima, studio rivela che la corrente atlantica sta collassando, Betti (CNR): “In Europa rischio siccità estreme”

Nuovi studi indicano che la probabilità di un blocco della circolazione atlantica è balzata dal 5% a oltre il 50%. Abbiamo chiesto al climatologo del CNR Giulio Betti cosa rischiamo davvero. “Siccità estreme e prolungate, tempeste invernali violentissime e un metro in più dei livelli dei mari”.
Intervista a Giulio Betti
Climatologo del CNR
A cura di Davide Falcioni
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Sotto la superficie dell'Oceano Atlantico scorre un "fiume invisibile" – le virgolette sono d'obbligo – che decide il destino del nostro clima. Si chiama AMOC, ed è il grande "nastro trasportatore" terrestre: una corrente che preleva il calore dai tropici e lo spinge verso le nostre latitudini, rendendo l'Europa un continente abitabile con inverni miti.

Questo motore vitale però è in avaria. A causa del cambiamento climatico di origine antropica e della conseguente fusione dei ghiacciai, soprattutto della Groenlandia, un'enorme massa di acqua dolce si sta riversando nell'oceano, "diluendo" il sale e inceppando la pompa che fa girare il sistema. Il rischio? Un collasso strutturale che cambierebbe la geografia del mondo: mari più alti di un metro, tempeste feroci e una siccità senza precedenti che metterebbe in ginocchio l’agricoltura europea (Italia compresa). Non è la trama di un film, ma l’allerta che emerge dagli ultimi modelli climatici, che oggi stimano la probabilità di un blocco totale dell'Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC, per l'appunto) oltre il 50%. Ne abbiamo parlato con Giulio Betti, climatologo del CNR, per capire quanto siamo vicini al punto di rottura e quali potrebbero essere gli effetti.

Dottor Betti, partiamo dalle basi. Di cosa parliamo esattamente quando usiamo l'acronimo AMOC?

Parliamo di un sistema vitale per il nostro pianeta. L’AMOC, ovvero la Atlantic Meridional Overturning Circulation (Circolazione Meridionale Atlantica di Capovolgimento), è essenzialmente una parte fondamentale della circolazione termoalina globale. Immaginiamola come un immenso nastro trasportatore che attraversa tutti gli oceani del mondo, ridistribuendo il calore dalle zone equatoriali e tropicali verso quelle polari. La Corrente del Golfo, che tutti conosciamo, non è altro che la porzione più settentrionale di questo sistema complesso. È un meccanismo guidato dalle differenze di temperatura e salinità: le acque calde viaggiano in superficie verso nord, dove poi si raffreddano, sprofondano e tornano verso sud in profondità.

Perché questo "nastro trasportatore" è così determinante per la nostra sopravvivenza e per quella degli ecosistemi?

La sua importanza è doppia: climatica ed ecologica. Dal punto di vista del clima, l’AMOC è il grande equilibratore termico della Terra. Senza questa circolazione, il calore rimarrebbe intrappolato ai tropici e le alte latitudini diventerebbero incredibilmente più fredde. Ma non c’è solo la temperatura. Questo movimento garantisce il fenomeno dell’upwelling, ovvero la risalita di acque profonde cariche di nutrienti che alimentano la catena trofica marina. Dalla salute di questo sistema dipende la vita ittica e, a cascata, l’equilibrio di tutti gli ecosistemi globali. Se si ferma il nastro, non si ferma solo il "caldo", ma si interrompe il rifornimento di cibo per l’oceano.

Negli ultimi giorni la comunità scientifica ha alzato drasticamente il livello di allerta. In uno studio pubblicato su Science Advances si parla di un rischio collasso molto più alto rispetto al passato. Cosa è cambiato nelle vostre analisi?

È cambiato il grado di incertezza, e purtroppo non in meglio. Se fino a poco tempo fa ritenevamo che un collasso totale dell'AMOC fosse un evento a bassa probabilità, stimabile intorno al 5%, i nuovi modelli statistici e le osservazioni più recenti ci dicono che questa probabilità ha superato la soglia critica del 50%. Stiamo parlando di una possibilità su due. Gli studi più recenti hanno identificato un indebolimento della Corrente del Golfo che è già in atto da almeno trent’anni. Questo rallentamento non è più solo un'ipotesi teorica, è certificato. La questione ora è capire se il sistema si indebolirà indefinitamente o se subirà un vero e proprio collasso strutturale. Le proiezioni più realistiche indicano un indebolimento critico entro il 2100, con il rischio concreto che il punto di non ritorno venga raggiunto molto prima di quanto previsto dai vecchi modelli.

C’è chi potrebbe pensare: "Se la corrente si ferma, l'Europa si raffredda e quindi il riscaldamento globale fa meno paura". È davvero così?

Un collasso dell’AMOC non "risolverebbe" il riscaldamento globale, lo renderebbe solo più caotico e violento. Se il sistema dovesse cedere, le conseguenze per l’Europa sarebbero pesantissime. È vero, potremmo assistere a inverni molto più rigidi nell’Europa settentrionale, ma parliamo di zone limitate come la Scandinavia e le Isole Britanniche. Il vero dramma per il resto del continente, Italia compresa, sarebbe una drastica riduzione delle precipitazioni. Andremo incontro a fasi siccitose lunghissime, colpendo anche zone dell'Europa centro-settentrionale che oggi sono abituate a piogge intense e regolari. Inoltre, la dinamica atmosferica cambierebbe portando tempeste invernali di una violenza inaudita sulla parte centro-meridionale del continente.

Oltre al meteo, c'è il tema dell'innalzamento dei mari?

Sì, è un effetto fisico diretto. L'AMOC sposta ogni secondo milioni di metri cubi d'acqua. Se questo flusso rallenta o si ferma, quell'acqua che prima veniva "spinta" verso nord tende a tornare indietro o a non essere più drenata. Il risultato sarebbe un innalzamento rapido del livello del mare, in particolare lungo le coste orientali degli Stati Uniti, con variazioni comprese tra i 50 e i 100 centimetri. Parliamo di un metro di mare in più, che si andrebbe a sommare all'innalzamento già causato dallo scioglimento dei ghiacci. Sarebbe una catastrofe per le città costiere atlantiche.

Torniamo alla causa scatenante: quanto c’è del fattore umano e del cambiamento climatico in questo rallentamento?

C’è tutto. L’indebolimento è causato direttamente dall’aumento della temperatura globale. Ci sono due fattori principali: il riscaldamento anomalo delle acque superficiali dell’Atlantico e, soprattutto, la fusione dei ghiacci della Groenlandia. Quest’ultima sta immettendo nel Nord Atlantico quantità enormi di acqua dolce. Poiché l’acqua dolce è meno densa di quella salata, essa non sprofonda con la stessa facilità. Questo va a inceppare la "pompa" del nastro trasportatore, che si basa proprio sulla differenza di salinità. Più il pianeta si scalda, più la Groenlandia fonde, più acqua dolce entra nel sistema e più l’AMOC perde efficienza. È un legame diretto: ogni frazione di grado in più di temperatura globale ci spinge verso quel punto di rottura oltre il quale il sistema non riuscirà più a tornare indietro.

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