Il processo Cucchi bis, che vede indagati 5 carabinieri per il pestaggio che il 22 ottobre 2009 portò alla morte di Stefano Cucchi, si celebrerà. I cinque militari dell'Arma indagati nell'ambito del procedimento sono tutti stati rinviati a giudizio e il 13 ottobre prossimo inizierà ufficialmente il procedimento. A tre carabinieri, Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco, viene contestata l'accusa di omicidio preterintenzionale per aver provocato la morte di Stefano "con schiaffi, calci e pugni, provocando con una rovinosa caduta con impatto al suolo della regione sacrale lesioni guaribili in almeno 180 giorni e in parte esiti permanenti", che invece hanno portato alla morte di Cucchi. I carabinieri Roberto Mandolini e Vincenzo Nicolardi risponderanno invece del reato di calunnia. "Finalmente i colpevoli della morte di mio fratello Stefano saranno costretti a rispondere di quanto commesso. Non potranno più nascondersi dietro una divisa", ha commentato la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi.

Ai carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale viene contestato anche l’abuso di autorità per aver sottoposto Cucchi "a misure di rigore non consentite dalla legge" con "l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi, riconducibili alla resistenza posta in essere da Cucchi al momento del foto-segnalamento presso i locali della Compagnia di Roma Casilina", dove era stato successivamente trasferito dopo l'arresto. Il rinvio a processo è stato deciso dal gup Cinzia Parasporo nell’udienza preliminare che si è tenuta a piazzale Clodio.

Il maresciallo Roberto Mandolini, comandante della stazione Appia, dove nella notte tra il 15 e 16 ottobre 2009 venne condotto Cucchi, risponderà dell'accusa di falso e calunnia insieme a Tedesco, mentre per il carabiniere Vincenzo Nicolardi l'accusa è la sola calunnia. "Le lesioni procurate a Stefano Cucchi, il quale fra le altre cose, durante la degenza presso l’ospedale Sandro Pertini subiva un notevole calo ponderale anche perché non si alimentava correttamente a causa e in ragione del trauma subìto, ne cagionavano la morte", si legge nel capo di imputazione.

"In particolar la frattura scomposta della vertebra s4 e la conseguente lesione delle radici posteriori del nervo sacrale determinavano l’insorgenza di una vescica neurogenica, atonica, con conseguente difficoltà nell’urinare, con successiva abnorme acuta distensione vescicale per l’elevata ritenzione urinaria non correttamente drenata dal catetere, un quadro clinico che accentuava la bradicardia giunzionale con conseguente aritmia mortale", sostengono gli inquirenti.

Nel procedimento si sono costituiti parte civile i familiari di Stefano Cucchi, il Comune di Roma, Cittadinanzattiva e gli agenti della penitenziaria accusati nella prima inchiesta sulla morte del giovane.