Questo è l’urlo della disperazione di chi è arrivato al punto di non sopportazione. È l’epilogo di chi le ha provate tutte e, affetto da patologie spesso altamente invalidanti e sentendosi ormai abbandonato dalle istituzioni, è giunto ad una semplice conclusione: se lo Stato non riesce a garantirmi di curarmi con la cannabis, la coltiviamo in autonomia, perché senza non possiamo stare.

L’extrema ratio, dettata dalla consapevolezza che nulla cambierà a livello politico e dal fatto che chi ha provato i benefici della cannabis sulla propria patologia, non vuole farne a meno solo perché lo stato non è in grado di produrne abbastanza o di garantire ai pazienti che sia gratuita, per tutti.

A livello di fornitura di cannabis infatti nel nostro paese continua a verificarsi ciclicamente la carenza del medicinale, mentre dal punto di vista della dispensazione la situazione è difforme e cambia a seconda della regione di residenza: ce ne sono alcune che riconoscono la gratuità della cannabis in generale, alcune che la prevedono per alcune patologie, ed altre, come la Sicilia, in cui non esiste una legge regionale che lo preveda.

“Noi come associazione – racconta Alessandro Raudino, fondatore dell’associazione Cannabis Cura Sicilia Social Club -, abbiamo intenzione di iniziare una disobbedienza civile collettiva per coltivare cannabis a scopo terapeutico per i malati, in modo da garantire loro la continuità terapeutica, cosa che ad oggi non accade ed è il primo problema per i pazienti. Come associazione porteremo avanti la coltivazione ma la responsabilità sarà condivisa tra i soci e ogni pianta avrà il nome, cognome e codice fiscale dei pazienti, in modo che, se dovessimo avere problemi giudiziari, saremo coinvolti in decine di malati”.

Il tutto nasce da un’esigenza di fondo, il cosiddetto stato di necessità previsto dall’articolo 54 del codice penale: “Significa che siamo costretti ad essere dei disobbedienti, dei criminali colpevoli di coltivare cannabis senza essere autorizzati, perché lo Stato e le Regioni ignorano da anni il nostro grido d’aiuto, dicendo che non ci sono soldi per fare in modo che ci venga garantita la cura”.

I motivi della disobbedienza civile

“Non è menefreghismo né un attacco alle istituzioni – continua Alessandro – tutt’altro, è una questione di necessità, visto che io, ad oggi, dovrei spendere circa 1500 euro al mese per acquistare in farmacia la cannabis di cui avrei bisogno. Mentre coltivandola, dopo aver trovato negli anni le genetiche che si adattano alla mia patologia, spendo circa 100 euro al mese”. La disobbedienza verrà lanciata ufficialmente il prossimo 30 novembre, in occasione di un evento ospitato proprio dall'associazione a Siracusa, a cui parteciperanno medici, ricercatori e rappresentati delle istituzioni locali. "Non solo – puntualizza -, manderemo anche un comunicato a prefetto e forze dell’ordine".

Non è la prima volta che accade: da anni l’onorevole Rita Bernardini porta avanti la sua disobbedienza civile, coltivando cannabis che poi veniva puntualmente donata ai pazienti di Lapiantiamo, altra associazione con sede in Puglia. La differenza, in questo caso, è che i pazienti stessi vogliono mettersi in gioco in prima persona.

“Azioni di disobbedienza come queste – sottolinea a Fanpage.it la già presidente dei Radicali Barbara Bonvicini -, sono doppiamente coraggiose perché generano un duplice paradosso: malati costretti a ‘diventare criminali’ da un lato per sopperire a una grave inadempienza dello Stato che dovrebbe garantire il diritto alla salute e alla cura, dall’altro per evitare di arricchire la vera criminalità organizzata acquistando cannabis dal mercato nero”.

Il tema dell’autoproduzione di cannabis a scopo terapeutico

Quello dell’autoproduzione di cannabis a scopo terapeutico è un tema molto dibattuto. La cannabis medica oggi viene prodotta seguendo gli standard farmaceutici dalla piantina al prodotto finale, per fare in modo che siano ridotti al minimo muffe e sostanze inquinanti e per fare un modo che l’infiorescenza finale sia il più possibile standardizzata, contenendo quindi un quantitativo di principio uguale o simile tra un lotto e l’altro. Se lo stato fosse in grado di garantire a tutti l’accesso alla cannabis in modo gratuito il problema non si porrebbe nemmeno, ma ciò ad oggi non accade e si moltiplicano le storie di chi si vede costretto ad abbandonare questo tipo di cure perché ad esempio non ha i soldi per proseguire, così come si moltiplicano le persone che scelgono di disobbedire, rischiando l'arresto, o quelle che rinunciano a proseguire la terapia.

Negli ultimi tempi abbiamo assistito alla storia di Walter, che coltiva cannabis perché quella che gli viene dispensata non basta più e le continue richieste di aumentargli il dosaggio negli anni sono rimaste inascoltate. O quella di Grace Spinazzi, che, non potendo accedere alla dispensazione gratuita, visti i costi della terapia, ha paura di non riuscire ad assicurare le cure a sua figlia. Come nel caso dei pazienti siciliani, si tratta di persone “costrette” a disobbedire per potersi garantire una qualità dignitosa di vita, dopo aver provato decine di farmaci che non avevano cambiato la loro situazione. Provate voi a mettervi nei panni di un malato, con una patologia invalidante, che scopre una sostanza che gli permette di stare bene e avere una vita dignitosa, e sentirsi dire che non può averla o perché lo stato non ne produce abbastanza o perché in alcune regioni italiane non viene rimborsata. C’è in ballo un principio sacro che è il diritto alla salute e non è una condizione che può essere garantita solo a chi ha molti soldi da spendere.

Anche perché Alessandro gli effetti della cannabis sulla sclerosi multipla, dalla quale è affetto da 15 anni, li ha visti su se stesso. “All’inizio i medici avevano preferito non farmi fare nessuna terapia, per capire l’evoluzione della patologia, dopo un aggravamento hanno iniziato ad usare il protocollo classico, con una puntura al giorno del farmaco chemioterapico Copaxone, per due anni. Dopo vari effetti collaterali, tra cui un tumore al colon oltre a depressione, herpes simplex ovunque, rigonfiamento del fegato e una situazione disastrata, ho deciso di smettere. Anche grazie al supporto della mia compagna, ho iniziato a cambiare alimentazione, stile di vita e ho iniziato ad usare la cannabis”. Oggi, dopo 6 anni in cui non usa farmaci se non la cannabis, “mi sono operato per il tumore e non è più tornato. Ma l’ultima bella notizia che ho ricevuto è arrivata dalla risonanza magnetica che ho eseguito da poco, come faccio ogni anno. A ottobre è risultato che la placca all’encefalo, cosa più unica che rara, è regredita, quando invece mi avevano detto che sarebbe sempre progredita. Dopo 15 anni di patologia i medici che ho consultato non sanno spiegare il motivo”.