“Dopo trent’anni di lotta sono fermo in un letto e ho perso la mia indipendenza, mentre lo Stato continua ad uccidermi.” Walter De Benedetto ha 48 anni, vive a Ripa di Olmo (una piccola frazione di Arezzo) insieme al padre anziano. Ha lavorato per anni alla USL ma adesso ha un’invalidità al 100% che negli anni lo ha reso praticamente immobile, con dolori ovunque.

“La mia malattia si chiama ‘Artrite reumatoide’, mi è stata diagnosticata a sedici anni dopo tre mesi di febbre altissima. Si tratta di una malattia degenerativa, un cancro della sinovia, il liquido extracellulare contenuto nelle cavità articolari che funge da lubrificante.”

La sua malattia comporta una progressiva perdita di mobilità oltre che forti dolori articolari. Oggi Walter ha bisogno di assistenza costante, ogni giorno, perché tutto ciò che riesce a fare sono piccolissimi movimenti con le mani, appena sufficienti per usare il telefono in qualche modo.

“Da cinque anni non cammino e sto degenerando, ormai arrivato alla paralisi totale. Ho perso l’uso delle braccia e soprattutto della mano destra. Io mi sento sempre peggio, non per la tensione o la rabbia ma perché la malattia sta andando avanti. E intanto c’è chi ha scelto di infierire, facendomi soffrire ancor di più.”

Crediti foto: www.canapamedica.it
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Per alleviare i suoi forti dolori Walter assume marijuana medica (il Bedrocan, farmaco legalmente prescritto dal Sistema Sanitario Nazionale). Un prodotto e un principio del quale è ormai esperto e che in modo straordinario riesce a rendergli la vita meno complicata. La quantità che gli spetta, però, non è mai sufficiente, per questo ha scelto di coltivarne poche piante ad uso personale e terapeutico nella sua abitazione. Soprattutto negli ultimi tempi, visto che la compressione midollare di 1,20 centimetri al collo, che sta degenerando anch’essa, fa sì che abbia bisogno di almeno un ulteriore grammo rispetto a quello prescrittogli.

“Una persona che non posso nominare ha denunciato la mia situazione ai carabinieri e così sono arrivati a sequestrarmi le mie nove piante. Vorrei fare un appello affinché tutte le persone che non sono più in grado di potersi auto-coltivare una pianta di marijuana della varietà che ritengono adatta alla propria malattia potessero farlo.”

Specifichiamo subito: le piante, in questo caso, erano illegali in quanto non si può coltivare, ma se uno lo fa per uso medico personale non commette un reato penale ma amministrativo. Perciò decide il giudice, ovviamente. Nel caso di Walter si trattava di una produzione secca di nove piante, pari circa al 5% dei venti chili erroneamente riportati dal giornale locale che fa capo al comunicato dei carabinieri (i quali hanno pesato, infatti, anche la parte verde e i fusti, inutili ai fini di Walter, e parti prive di sostanza psicoattiva).

Walter vorrebbe che i malati come lui smettessero di soffrire perché non hanno abbastanza medicinale, e nemmeno possono produrselo. D’altronde, dice lui, se qualcuno sta male in modo documentato e certificato dovrebbe essere lasciato in pace ed aiutato, non ostacolato.

"Non ho commesso un reato penale ma un atto di disobbedienza per la mancanza del farmaco. Vorrei che il mio amico Marco, che è stato arrestato al posto mio per avermi aiutato nella coltivazione, venisse scagionato perché trovo che sia un’infamia contro un innocente che mi ha soltanto fatto un favore. Io ho tentato di prendere la responsabilità delle mie piante, ma non sono stato ascoltato mentre Marco è stato preso quando si trovava a casa mia per darmi una mano in buona fede.”

Walter non è nuovo a disavventure con la legge in questo senso. Ha dovuto in passato fare un processo per un etto d’erba (pari alla cura di un solo mese): fortunatamente è stato assolto pienamente perché il fatto non sussisteva, dato che non sono riusciti a dimostrare che fosse per uso di spaccio essendo lui incensurato, con un lavoro, e sprovvisto di bilancini in casa. Il PM era inoltre a conoscenza del fatto che la ASL gli desse le infiorescenze e che, anzi, ne aveva chiesto l’aumento.

“La situazione attuale è l’infermità. Ho una protesi in un osso che sporge di due millimetri per la quale dovrò subire un’operazione importante. La stessa cosa è già successa alla gamba sinistra. Sono stanco, non riesco ad affrontare altre operazioni. È molto dura: non sapete cosa vuol dire dover fare l’elemosina per essere curato. A volte penso di fare lo sciopero delle medicine, che essendo dipendente da cortisone sarebbe per me letale in tre giorni. È l’unica soluzione che ho in mente quando la rabbia diventa troppo grande. Aiutatemi.”