Siamo in Abruzzo, nella zona del Fucino, dove un intero distretto agricolo è andato sofferenza per il mancato arrivo dei lavoratori stagionali provenienti da paesi extracomunitari, che qui garantiscono la mano d'opera specializzata nella stagione della raccolta, a causa dell'epidemia di coronavirus che ha fermato i flussi di lavoratori regolari in arrivo. Sono ormai almeno tre decenni nel Fucino, dove l'agricoltura è caratterizzata dalla coltivazione di spinaci, patate e finocchi da parte di aziende di piccole e medie dimensioni, va avanti con l'apporto fondamentale dei lavoratori stagionali, in particolare dal Marocco.

Ieri all'aeroporto di Pescara sono scesi i primi 125 stagionali atterrati con un volo charter partito da Casablanca. Altrettanti ne arriveranno oggi. Un "corridoio verde" come è stato ribattezzato, attivato da Confagricoltura Abruzzo con la collaborazione dell'ambasciata italiana a Rabat. La maggior parte dei lavoratori scesi non era la prima volta che veniva a lavorare qua, tanto da diventare nel tempo una parte essenziale del tessuto produttivo. "Sono trent'anni che vengo qua. Lavoro tutti i giorni per 1000/1200 euro al mese nella raccolta degli spinaci, ormai è la mia seconda casa", racconta uno di loro. C'è chi torna anche da meno tempo, ma conoscono tutti perfettamente il lavoro che stanno andando a svolgere. Un lavoro stagionale i cui flussi si sono ormai stabilizzati, con un rapporto di fiducia tra imprese e braccianti, che sanno esattamente a chi affidarsi.

Un'emergenza quella del lavoro agricolo che ha portato il governo a introdurre una regolarizzazione a tempo dei lavoratori impegnati nelle campagne. Una sanatoria da molti ritenuta insufficiente e parziale, tanto che ieri i braccianti organizzati dall'Unione Sindacale di Base hanno scioperato, dando vita a manifestazioni la più importante delle quali nel Foggiano. A differenza che altrove qua la percentuale di lavoro nero nei campi è bassissima e da tempo si è trovato un equilibrio tra la domanda e l'offerta di lavoro, con un fenomeno come quello del capolarato che, seppur grave, rimane marginale rispetto ad altri distretti agricoli dello stesso Abruzzo.

Quando gli ingressi si sono fermati a causa del lockdown hanno provato a trovare mano d'opera specializzata sul territorio, ma hanno incontrato grosse difficoltà. "Il lavoro è andato molto a rilento perché non avevo mano d'opera, solo due persone residenti in Italia – spiega Marco, un agricoltore della zona – Per la semina della patata ho dovuto far venire mia moglie ed altri parenti. Poi ai primi di maggio ho cominciato a raccogliere lo spinacio e ho avuto di nuovo problemi con la mano d'opera, ho preso diversi lavoratori ma non erano specializzati, e visto che la raccolta è per lo più meccanizzata non è stato semplice".  I duecentocinquanta braccianti agricoli sbaracati osserveranno un periodo di quarantena, poi potranno cominciare a lavorare.

E a chi, come il ministro dell'Agricoltura Teresa Bellanova, ha proposto l'utilizzo dei percettori del reddito di cittadinanza nei campi, risponde indirettamente Stefano Fabrizi di Confagricoltura Abruzzo, spiegando che non basta prendere qualcuno e metterlo a lavorare tra trattori e raccolti da un giorno all'altro: "Sul nostro territorio mancano 3000/3500 lavoratori, questa è veramente una piccola aliquota. Le nostre aziende hanno assunto un centinaio di lavoratori, quasi tutti italiani, non c'è ovviamente nessun discrimine. Soltanto che occorre anche chi a questi italiani gli insegni la pratica. Speriamo che questa operazione possa funzionare perché siamo convinti che bisogna in qualche modo vincere la resistenza da parte degli italiani di andare a lavorare in campagna, perché non c'è nulla di disdicevole". "Perché importiamo mando d'opera dall'estero? Perché sono persone valide che conoscono il lavoro", gli fa eco un altro piccolo imprenditore.