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Opinioni
27 Aprile 2022
15:34

Benvenute calciatrici professioniste, nel Paese in cui le donne non possono parlare di calcio

Ora in Italia le calciatrici saranno atlete professioniste, ed è una grande vittoria. Ma il mondo dello sport italiano è ancora sessista e misogino come pochi altri. Ed è una realtà che non si può più ignorare.
A cura di Maria Cafagna
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Il presidente della FIGC Gabriele Gravina ha annunciato che a partire dalla stagione 2023-2024 le calciatrici verranno considerate atlete professioniste a tutti gli effetti. A ben guardare la notizia non è tanto che lo diventeranno, ma che prima non lo fossero. Si tratta dell’ultima notizia in ordine di tempo che certifica quanto il mondo dello sport, professionale e amatoriale, sia intriso di misoginia e di omotransfobia.

Solo qualche settimana fa, la sciatrice e campionessa olimpica Sofia Goggia aveva fatto discutere per alcune sue dichiarazioni rilasciate al giornalista del Corriere della Sera; alla domanda se secondo lei ci fossero degli omosessuali nel mondo dello sport – domanda tendenziosa, si potrebbe obiettare, peccato che ai giornalisti tocchi l’ingrato compito di cercare le notizie -, Goggia ha risposto che sicuramente tra le donne c’erano mentre “tra gli uomini direi di no. Devono gettarsi giù dalla Streif di Kitz”, riferendosi al fatto che difficilmente un uomo omosessuale possa avere il coraggio e le capacità di cimentarsi con una pista di sci molto impervia (gli appassionati perdoneranno approssimazione, chi scrive è cresciuta a livello del mare).

Non solo: Goggia ha anche dichiarato che secondo lei le atlete transgender – ovvero le persone che hanno fatto una transizione da uomo a donna – non dovrebbero gareggiare nelle competizioni femminili perché “A livello di sport, un uomo che si trasforma in donna ha caratteristiche fisiche, anche a livello ormonale, che consentono di spingere di più. Non credo allora che sia giusto”. Una posizione, quella di Goggia, condivisa da molte persone, peccato per l’espressione infelice “un uomo che si trasforma in donna” che denota una certa mancanza di sensibilità nei confronti delle persone transgender, una minoranza ancora troppo spesso discriminata e spesso vittima di inaudite violenze. Sofia Goggia si è poi scusata per le sue dichiarazioni in un tweet che ha suscitato parecchie perplessità, ma quello che molte commentatrici e commentatori hanno notato è che il suo atteggiamento non è l’eccezione, ma la regola di un mondo che ancora oggi tiene ai margini le donne e non solo le atlete, ma anche quelle che dello sport si occupano e ne parlano.

Basti pensare ai casi che hanno coinvolto Aurora Leone, cacciata dalla Partita del Cuore nonostante fosse stata invitata a gareggiare insieme alla Nazionale Cantanti, e all’inviata Greta Beccaglia, molestata da due tifosi fuori mentre faceva il suo lavoro e in seguito divenuta bersaglio di numerose critiche perché poco qualificata per occuparsi di sport.

C’è una regola non scritta per evitare liti, insulti e discussioni violente su Twitter: mai parlare di calcio. Se il discorso vale per tutti, vale in particolar modo per le donne perché il livello di violenza che può scatenarsi contro una donna che parla di pallone è qualcosa da non augurare nemmeno al vostro peggior nemico.

Una volta ho fatto presente a una persona molto seguita su Twitter che il suo commento su una telecronista era misogino perché altri telecronisti che usavano le sue stesse iperboli non venivano presi in giro ma, al contrario, venivano glorificati dai tifosi. Ne è seguito uno dei peggior pomeriggi della mia lunga carriera social: nemmeno quando ho litigato con estremisti di destra e con gli alfieri del “non si può più dire niente” ho riscontrato tanto odio e tanta rabbia. Non era la prima volta: ai tempi della Super Lega (ve la ricordate la Super Lega?) feci una battuta su Facebook e furono ben tre gli uomini accorsi tutti trafelati a spiegarmi che non bisognava fare battute su una questione che muoveva moltissimi soldi e moltissimi interessi. Quando ho fatto notare che sì, ne ero a conoscenza e che la loro fosse un’osservazione inopportuna, me ne è stato detto di ogni.

Sempre “a causa” della mia passione per il calcio mi sono sentita chiedere se fossi lesbica, mi sono sentita consigliare di non far vedere che ero tifosa “per non spaventare i maschi”, che il mio tifo era considerato qualcosa di sgradevole e poco femminile. Duro a morire anche il cliché che le donne non capiscano il fuorigioco, che pare sia una scienza mistica a uso esclusivo di chi possiede un pene. A ogni partita di calcio a cui assiste insieme ad amici, parenti o  perfetti sconosciuti, una donna sa che prima o poi uno di loro si rivolgerà a lei per chiederle qualcosa sul fuorigioco o per fare una battuta sul fatto che le “femmine” non capiscono il fuorigioco. Quelle a cui non frega nulla di calcio giustamente, fanno spallucce e continuano a vivere serenamente la loro vita senza sapere cos’è il fuorigioco; chi invece conosce questa regola banale verrà sottoposta a un attento screening da parte degli uomini presenti per capire se veramente ne capisce manco dovesse sostenere l’esame per diventare allenatore o arbitro di Serie A.

La vita di una di una donna che capisce di calcio è dura, ma non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella delle atlete spesso costrette a vivere in un mondo in cui il tasso di misoginia porta a conseguenze a volte drammatiche.

Stando a un’inchiesta del quotidiano Repubblica sulle molestie nel mondo dello sport, dal 2014 al 2021 i casi di molestie su atlete minorenni sono ufficialmente solo 4 nella scherma, nel calcio 25, negli sport equestri 20 per un totale di 99 casi di molestie denunciate in tutto il mondo dello sport agonistico. Ma è solo la punta dell’iceberg: meno del 10% delle vittime denuncia, come racconta Daniela Simonetti nel libro Impunità di gregge.

Nel 2019, quando la nazionale femminile di calcio si qualificò ai Mondiali mentre quella maschile restò a casa, il presidente del Coni Giovanni Malagò dichiarò: "È indispensabile che venga riconosciuto il professionismo, ma non deve riguardare solo le ragazze del calcio. Sono un portabandiera di questo riconoscimento”. Oggi che anche le calciatrici sono finalmente considerate delle professioniste occorre ricordare che solo fino a poche settimane fa nel prestigioso Circolo Canottieri Aniene – uno dei circoli più esclusivi della capitale – le donne non potevano associarsi. Grazie all’indignazione pressoché unanime dell’opinione pubblica e all’intervento dello stesso Malagò, l’assemblea ha approvato il cambio del regolamento ma lo ha fatto senza raggiungere l’unanimità. Questo accadeva solo qualche mese fa, anno del Signore 2022, nella capitale di uno Stato del G7.

Si stanno evidentemente facendo dei passi in avanti, ma è scoraggiante pensare che quei piccoli passi stanno avvenendo solo ora, con un ritardo clamoroso sulla Storia. Il calcio e in generale lo sport italiano devono darsi una mossa se non vogliono perdere la partita contro le discriminazioni e l’intolleranza.

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Maria Cafagna è nata in Argentina ed è cresciuta in Puglia. È stata redattrice per il Grande Fratello, FuoriRoma di Concita De Gregorio, Che ci faccio qui di Domenico Iannacone ed è stata analista di TvTalk su Rai Tre. Collabora con diverse testate, ha una newsletter in cui si occupa di tematiche di genere, lavora come consulente politica e autrice televisiva. -- Maria Cafagna   Skype maria_cafagna
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