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Annick Loba muore a 37 anni mentre aspetta il ricongiungimento con i figli: lo Stato condannato a risarcirli

Il tribunale di Roma ha condannato il Ministero dell’Interno al pagamento di 3.600 euro per il ritardo nella procedura di ricongiungimento familiare di Annick. L’avvocato: “Non possono trattare questi ragazzi come se fossero di serie B.”
Pagina Facebook del comune di Dicomano
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Non aveva potuto riabbracciare i suoi figli Annick Mireille Blandine Loba, una donna ivoriana che per 17 anni aveva lavorato a Firenze per poter raggiungere i requisiti necessari per far venire in Italia i suoi bambini. Aveva 37 anni nel 2022 quando, a causa di un infarto, è morta senza realizzare quel desiderio di portare la sua famiglia nel luogo in cui aveva trovato lavoro prima come cameriera e poi come operaia in hotel.

Il nullaosta sarebbe dovuto arrivare entro tre mesi dalla richiesta e invece è arrivato tredici giorni dopo la sua morte. Ora, dopo altri due anni, il tribunale di Roma ha riconosciuto un risarcimento simbolico di 3600 euro ai due ragazzi, condannando il ministero dell’Interno: lo Stato italiano dovrà risarcire i figli di Annick .

Quel ritardo nel disbrigo delle procedure d'asilo ha impedito l’ultimo abbraccio tra i componenti di questo nucleo familiare. Secondo l'avvocato della famiglia Gennaro Santoro che Fanpage.it ha interpellato:"Se fossero stati rispettati i termini per il ricongiungimento, di cui la signora possedeva tutti i requisiti, lei quella mattina in cui è morta, sotto la doccia, non sarebbe stata sola e magari si sarebbe potuta salvare. Questo risarcimento simbolico di 3600 euro per noi è importante, perchè non possono trattare questi soggetti come se fossero di serie B, se esistono dei termini per concludere il procedimento di ricongiungimento, questi devono essere rispettati."

Ha aggiunto inoltre che "il prossimo 7 luglio si terrà l’udienza della class action promossa contro i ritardi delle ambasciate, e auspichiamo che il ministero degli Affari Esteri intervenga per riorganizzare in modo efficace il lavoro delle sedi diplomatico-consolari nel rilascio dei visti."

La storia di Annick ha commosso tutto il piccolo centro di Dicomano, provincia di Firenze, nel paese si sapeva che lavorava tantissimo per organizzare al meglio l’arrivo dei suoi figli, si alzava alle 4 ogni mattina, prendeva l’autobus per Firenze e arrivava in albergo dopo un’ora. Poi tornava a casa in treno alle 16, un’altra ora di viaggio, e crollava a letto alle 20.

Aveva sistemato la casa per accogliere i ragazzi. Un divano da tre posti, i quadri, la stanza coi letti per loro. Risparmiava su tutto per il tanto agognato ricongiungimento, la missione della sua vita. A volte non accendeva neppure il riscaldamento in casa e dormiva con tante coperte. Ma la burocrazia allungava inesorabilmente i tempi e Annick non si dava spiegazioni di tutti questi ritardi. Fino all'11 novembre del 2022, un anno dopo l'inizio delle pratiche, quando in Prefettura arrivò finalmente il via libera ma era troppo tardi.

I figli dopo la morte della madre ci hanno impiegato altri due anni ad ottenere il permesso di entrare in Italia, accolti dall’abbraccio del Comune di Dicomano che, nel frattempo, alla memoria di Annick, Melting Pot Europa ha dedicato un progetto per il diritto all’unità familiare “Annick. Per il diritto all’unità familiare” che offre supporto e assistenza legale gratuita a oltre 80 cittadini e cittadine di Paesi extra UE o con cittadinanza italiana.

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