Seppellì i figli neonati nel giardino di casa a Parma: arriva la sentenza, per Chiara chiesti 26 anni di carcere

Oggi la 22enne Chiara è arrivata al Tribunale di Parma per l'udienza in cui sono previste le repliche delle parti e la probabile lettura della sentenza di primo grado. Per lei, nell'udienza del 13 marzo scorso la Procura aveva chiesto una condanna a 26 anni.
La giovane è accusata di duplice omicidio volontario premeditato e soppressione di cadavere. Secondo le ricostruzioni dell'accusa, la giovane avrebbe tenuto nascoste due gravidanze e i relativi parti – avvenuti rispettivamente nel maggio 2023 e nell'agosto 2024 – per poi uccidere i piccoli e seppellirli nel giardino della villetta di famiglia a Traversetolo. Lo avrebbe fatto per non ricorrere all'interruzione di gravidanza e per non dire nulla ai familiari e agli amici, a cominciare dall'ormai ex fidanzato. Chiara vive ancora in quella stessa casa con la misura cautelare del braccialetto elettronico.
Si tratta di una ricostruzione che non combacia con quella della difesa. Per l'avvocato Nicola Tria, infatti, Chiara è lei stessa una vittima, e non sarebbe certo neanche che i bambini siano venuti al mondo vivi, specie nel caso del parto del maggio 2023.
La difesa di Chiara: "Nessuna premeditazione"
Davanti ai giudici della Corte d'Assise si sono svolte le due breve arringhe dei legali di Chiara, dello stesso Tria, e del legale di parte civile Pierfrancesco Guido, che ne hanno chiesto l'assoluzione, anche alla luce delle fragilità psichiche.
"Non c’è mai una ricerca che parli di un disegno, di un progetto, di una preordinazione", ha detto l’avvocato Tria riferendosi alle ricerche online effettuate dall’imputata prima del parto e contestando la tesi accusatoria sulla premeditazione.
Il legale ha sottolineato la differenza giuridica tra aborto e omicidio, osservando che nelle consultazioni online dell’imputata non compare alcun riferimento alle conseguenze di quest'ultimo. "La premeditazione è il livello più intenso di volizione dell’evento, mentre il dolo eventuale è di livello più basso: mi rappresento l’evento e ne accetto il rischio, non l’ho premeditato. Sono incompatibili per la struttura stessa dell’elemento soggettivo”.
In chiusura, la difesa ha richiamato le dichiarazioni di Chiara stessa: "ha sempre detto che il bambino era voluto".
Riconosciute le attenuanti, ma insieme alle aggravanti
Successivamente, la Corte si è ritirata in camera di consiglio per decidere quale sarà la sentenza nei confronti della 22enne.
All'imputata sono però riconosciute da entrambe le parti le attenuanti generiche, sia per la giovane età e l'immaturità emersa all'interno della perizia psichiatrica, dalla quale si delinea il profilo di una persona dotata di grandi "capacità decettive", cioè manipolatorie. Il Tribunale di Parma nei suoi atti precedenti ha sempre ribadito che pur esistendo delle fragilità, non ci sarebbero elementi per parlare di un'infermità mentale e non ci sarebbe motivo di dubitare della capacità di intendere e di volere della giovane.
Chiara si è difesa durante l'ultima udienza, leggendo un foglio con le sue dichiarazioni spontanee: "Molti qui fuori mi hanno descritto come una brava ragazza, con la famiglia, amici, un ragazzo, che lavorava e studiava, ma questa era solo apparenza. Dentro mi sentivo sola anche quando non lo ero davvero. Era uno spazio vuoto che nessuno riusciva a riempire. Un malessere che mi accompagnava in tutte le mie giornate, mi sentivo sbagliata e giudicata".