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Morto durante il bondage ad Alessandria: amante condannata a un maxi-risarcimento da 450mila euro

Una donna è stata condannata a risarcire con 450mila euro la famiglia di un uomo di 61 anni morto soffocato dieci anni fa mentre praticava il bondage con la sua amante.
A cura di Davide Falcioni
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Il Tribunale civile di Alessandria ha posto la parola fine a una vicenda giudiziaria lunga e delicata, condannando una donna a risarcire con 450mila euro la famiglia di un uomo di 61 anni deceduto dieci anni fa. La tragedia si consumò nel 2016 all'interno di una mansarda, dove un gioco erotico basato su pratiche di bondage degenerò improvvisamente in un'asfissia fatale, nonostante il tempestivo ma vano intervento dei sanitari del 118.

Il bondage è una pratica erotica che si basa sull'immobilizzazione fisica del partner consenziente. Attraverso l'utilizzo di strumenti come corde, bende o manette, questa disciplina esplora lo scambio di potere e la stimolazione sensoriale derivante dalla perdita di controllo motorio. Sebbene si tratti di un'attività regolata da protocolli di sicurezza e fiducia reciproca tra i partecipanti, la natura stessa del rituale comporta rischi che richiedono una vigilanza costante, proprio per prevenire incidenti legati alla respirazione o alla circolazione.

Il percorso processuale ha attraversato diverse fasi, partendo da una prima ipotesi di reato molto più grave per poi approdare alla condanna definitiva della donna per omicidio colposo. I giudici hanno infatti ravvisato un concorso di colpa, stabilendo che entrambi i partecipanti fossero consapevoli dei rischi legati a quel tipo di rituale. Questa valutazione ha portato a una pena detentiva di un anno, ma ha soprattutto demandato alla sede civile il compito di quantificare il danno economico subito dalla moglie e dai tre figli della vittima.

Nella recente sentenza, il giudice ha analizzato minuziosamente le dinamiche del rapporto e dell'incidente per tradurre la responsabilità in termini percentuali. È stato così stabilito che l'imputata sia responsabile del decesso per il 40 per cento, mentre il restante 60 per cento è stato attribuito alla condotta della vittima stessa. Proprio sulla base di questa ripartizione è stata calcolata la somma finale, una cifra che cerca di bilanciare la negligenza della donna con la partecipazione attiva dell'uomo in un'attività intrinsecamente pericolosa.

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